CAPITOLO I-2

2016 Words
Allora i compagni della fila superiore cominciarono a venir giù per la stuoia nel mezzo del refettorio, Paddy Rath e Jimmy Magee e lo spagnolo che aveva il permesso di fumare i sigari e il piccolo portoghese che portava il berretto di lana. Poi, le tavole della fila media e le tavole della terza fila. E ciascun compagno aveva un modo di camminare diverso. Stephen sedeva in un angolo della sala da gioco fingendo di osservare una partita a domino e una volta o due poté sentire per un istante la canzoncina del gas. Il prefetto era sull’uscio con alcuni ragazzi e Simon Moonan gli legava le false maniche. Raccontava loro qualcosa di Tullabeg. Poi se ne andò dall’uscio e Wells si avvicinò a Stephen e disse: — Dimmi, Dedalus, baci la mamma prima di andare a letto? Stephen rispose: — Sì. Wells si volse agli altri e disse: — Oh, dico, qui c’è un tale che bacia la mamma tutte le notti prima di andare a letto. I compagni lasciarono il gioco e si volsero ridendo. Stephen arrossì sotto i loro sguardi e disse: — No. Wells disse: — Oh, dico, qui c’è un tale che non bacia la mamma prima di andare a letto. Di nuovo risero tutti. Stephen tentò di ridere con loro. Si sentì in un istante tutto il corpo caldo e confuso. Qual era la risposta giusta alla domanda? Ne aveva date due, eppure Wells rideva. Ma Wells doveva saperla la risposta giusta, perché lui era in terza di grammatica. Cercò di pensare alla mamma di Wells, ma non osò alzargli gli occhi in faccia. Non gli piaceva la faccia di Wells. Era Wells che l’aveva fatto cadere nella fossa quadra il giorno prima perché lui non voleva scambiare la sua piccola tabacchiera colla castagna secca di Wells, vincitrice di quaranta partite. Era stata una viltà; tutti i compagni lo avevano detto. Com’era fredda e motosa quell’acqua! E un compagno aveva veduto una volta saltare «ciac!» nella schiuma un grosso topo. La mota fredda della fossa gli copriva tutto il corpo; e quando suonò la campana per lo studio e le file uscirono dalle sale da gioco, si sentì dentro gli abiti l’aria fredda del corridoio della scala. Cercò ancora di pensare quale fosse la risposta giusta. Si poteva baciare la mamma o non si poteva baciare la mamma? Che cosa voleva dire, baciare? Si alzava la faccia così per dire buona notte, e allora la mamma abbassava la faccia. Era così, baciare. La mamma gli metteva le labbra sulla guancia; le labbra erano morbide e gl’inumidivano la guancia; e facevano un piccolo rumore leggero: bacio. Perché la gente faceva così con la faccia? Seduto nella sala di studio, aprì il coperchio della scrivania e cambiò il numero, appiccicato all’interno, da settantasette a settantasei. Ma le vacanze di Natale erano molto lontane: eppure sarebbero venute una buona volta perché la terra girava sempre. C’era una figura della terra sulla prima pagina del suo libro di geografia: una grossa palla in mezzo a nuvole. Fleming aveva una scatola di pastelli e una sera durante le ore di studio libero aveva colorato la terra in verde e le nuvole in marrone. Era come le due spazzole nell’armadietto di Dante, la spazzola col dorso di velluto verde per Parnell e la spazzola col dorso di velluto marrone per Michael Davitt. Ma non l’aveva detto lui a Fleming di colorarle con quei colori. Fleming l’aveva fatto da sé. Aprì la geografia per studiare la lezione; ma non riusciva a imparare il nome dei luoghi dell’America. Pure erano tutti luoghi differenti, che avevano nomi differenti. Erano tutti in paesi differenti e i paesi erano in continenti e i continenti erano nel mondo e il mondo era nell’universo. Ritornò alla risguardia del libro e lesse quel che vi aveva scritto lui stesso: il suo nome e il luogo dove si trovava. Stephen Dedalus Classe degli elementi Collegio di Clongowes Wood Sallins Contea di Kildare Irlanda Europa Mondo Universo Questo era nella sua calligrafia: e Fleming una notte per scherzo scrisse nella pagina opposta: Stephen Dedalus è il mio nome, L’Irlanda la mia nazione. Clongowes è la mia abitazione E il cielo la mia aspettazione. Lesse i versi all’indietro, ma così non erano poesia. Allora lesse la scritta della risguardia dal fondo alla cima finché arrivò al suo nome. Quello era lui: e rilesse la pagina all’ingiù. Che cosa c’era dopo l’universo? Nulla. Ma che non ci fosse, dopo l’universo, qualcosa per mostrare dove esso finiva, prima che cominciasse lo spazio del nulla? Non poteva essere una parete, ma ci poteva esser là una linea sottile, tutt’intorno a ogni cosa. Era una faccenda grossa pensare a tutte le cose e a tutti i luoghi. Soltanto Dio poteva farlo. Cercò di pensare che gran pensiero doveva esser questo, ma non riuscì a pensare che a Dio. Dio era il nome di Dio, appunto come il suo era Stephen. Dieu era Dio in francese e anche questo era il nome di Dio; e quando qualcuno pregava Dio e diceva « Dieu», allora Dio capiva subito che un francese parlava. Ma quantunque ci fossero nomi differenti per chiamar Dio in tutte le diverse lingue del mondo e Dio comprendesse ciò che tutti quelli che pregavano dicevano nelle loro lingue diverse, pure Dio rimaneva sempre lo stesso Dio e il nome vero di Dio era Dio. Lo stancava molto pensare così. Gli faceva venire la testa grossa. Voltò la risguardia e guardò svogliatamente la terra verde e tonda in mezzo alle nuvole marrone. Si domandò che cosa fosse giusto, stare per il verde o per il marrone, perché Dante un giorno aveva strappato colle forbici il dorso di velluto verde dalla spazzola di Parnell e gli aveva detto che Parnell era un uomo cattivo. Si chiese se a casa discutevano ancora di questo. Questo si chiamava la politica. C’erano due parti: Dante era da una parte e il babbo e il signor Casey dall’altra, ma la mamma e lo zio Charles non erano da nessuna parte. Tutti i giorni c’era qualcosa di politica, nel giornale. Lo faceva soffrire non saper bene che cosa voleva dire la politica e non sapere dove finiva l’universo. Si sentiva piccolo e debole. Quando sarebbe stato anche lui come i compagni delle classi di poesia e di retorica? Quelli avevano voci grosse e scarpe grosse e studiavano la trigonometria. Era una cosa molto lontana. Prima venivano le vacanze e poi l’altro trimestre e poi di nuovo le vacanze e poi di nuovo un altro trimestre e poi di nuovo le vacanze. Era come un treno che entra ed esce per le gallerie e questo somigliava al rumore dei ragazzi che mangiavano nel refettorio, quando ci si apriva e chiudeva i padiglioni delle orecchie. Trimestre, vacanze; galleria, fuori; rumore, chiuso. Com’era lontano! Era meglio andar a letto a dormire. Soltanto le preghiere nella cappella e poi il letto. Rabbrividì e sbadigliò. Sarebbe stato bello in letto, dopo che le lenzuola fossero un po’ riscaldate. Da principio erano così fredde a entrarvi. Rabbrividì a pensare com’erano fredde in principio. Ma poi si riscaldavano e allora si poteva dormire. Era bello essere stanco. Sbadigliò di nuovo. Le preghiere della notte e poi il letto: rabbrividì e sentì voglia di sbadigliare. Sarebbe stato bello, tra pochi minuti. Sentì un tepore caldo strisciar su dalle fredde lenzuola agghiacciate, sempre più caldo, finché si sentì caldo dappertutto, straordinariamente caldo, e pure rabbrividì un poco e ancora aveva voglia di sbadigliare. Suonò la campana della preghiera per la notte e Stephen uscì dalla sala di studio in fila dopo gli altri, giù per la scala e lungo i corridoi verso la cappella. I corridoi erano male illuminati e la cappella era male illuminata. Presto tutto sarebbe stato buio e addormentato. C’era una fredda aria notturna nella cappella e i marmi avevano il colore che ha il mare di notte. Il mare era freddo giorno e notte: ma di notte era più freddo. Era freddo e buio sotto la gettata vicino alla casa di suo padre. Ma ci doveva essere sul fuoco il pentolino per preparare il punch. Il prefetto della cappella gli pregava sul capo e la sua memoria conosceva le risposte: O Signore, apri le nostre labbra e le nostre bocche annunzieranno la Tua lode. Chinati in nostro aiuto, o Signore! O Signore, affrettati ad aiutarci! C’era un freddo odore di notte, nella cappella. Ma era un odore santo. Non era come l’odore dei vecchi contadini che si inginocchiavano in fondo alla cappella alla messa domenicale. Quello era un odore di aria, pioggia, torba e fustagno. Ma erano contadini veramente santi. Gli respiravano dietro sulla nuca, e pregando mandavano sospiri. Vivevano a Clane, diceva un compagno: c’erano piccole case là e Stephen aveva veduto una donna in piedi con un bambino in braccio, a una porta nel vano di un battente, mentre le vetture passavano venendo da Sallins. Sarebbe bello dormire per una notte in quella casa davanti al fuoco di torba fumante, nel buio illuminato dal fuoco, nel buio caldo, respirando l’odore dei contadini, aria pioggia torba e fustagno. Ma, oh! la strada là tra gli alberi era buia. Ci si sarebbe perduti nel buio. Lo atterriva pensare quanto era buio. Sentì la voce del prefetto della cappella dire l’ultima preghiera. La disse anche lui per difendersi dal buio esterno sotto gli alberi. Noi T’imploriamo, o Signore, visita questa dimora e scacciane ogni insidia del nemico. Che i Tuoi angeli santi possano restare qui a preservarci in pace e la Tua benedizione possa essere sempre sopra di noi nel nome di Cristo Nostro Signore. Amen. Le dita gli tremavano mentre si spogliava nel dormitorio. Disse alle dita di far presto. Doveva spogliarsi e poi inginocchiarsi e dire le sue preghiere personali e trovarsi in letto prima che il gas venisse abbassato, per non andare all’inferno quando fosse morto. Si srotolò via le calze, si mise in fretta la camicia da notte e s’inginocchiò tremando al lato del letto e ripeté in fretta le preghiere, temendo che il gas s’abbassasse. Sentì che le spalle gli rabbrividivano mentre mormorava: Dio, benedici il babbo e la mamma e conservameli! Dio, benedici i miei fratellini e le mie sorelline e conservameli! Dio, benedici Dante e lo zio Charles e conservameli! Si segnò e si arrampicò in fretta nel letto, e, avvolgendosi il fondo della camicia da notte sotto i piedi, si raggomitolò tutto sotto le lenzuola bianche e fredde, rabbrividendo e tremando. Ma non sarebbe andato all’inferno quando fosse morto; e i brividi sarebbero cessati. Una voce augurò ai ragazzi del dormitorio buona notte. Stephen sbirciò fuori un istante sopra la coperta e vide le tendine gialle intorno e davanti al letto chiuderlo da tutte le parti. La luce venne abbassata chetamente. I passi del prefetto se n’andarono. Dove? Giù per la scala e lungo i corridoi o alla sua camera in fondo? Vide il buio. Era vero di quel cane nero che girava là di notte, con occhi grossi come lanterne di carrozza? Dicevano che era il fantasma di un assassino. Un lungo brivido di paura gli passò per il corpo. Vide l’oscuro salone d’entrata del castello. Vecchi servitori in vecchi abiti erano nel guardaroba al disopra della scala. Era tanto tempo fa. I vecchi servitori stavano quieti. C’era un fuoco lassù, ma il salone era sempre buio. Una figura saliva per la scala, dal salone. Vestiva il mantello bianco di maresciallo; aveva un volto pallido e strano; si teneva la mano premuta sul fianco. Fissava con occhi strani i vecchi servitori. Questi lo guardavano e vedevano il volto e il mantello del loro padrone e capivano che egli aveva ricevuto la sua ferita mortale. Ma dove essi guardavano non c’era che il buio: non c’era che buia aria silenziosa. Il loro padrone aveva ricevuto la sua ferita mortale sul campo di battaglia di Praga, lontano, al di là del mare. Stava ritto sul campo, con la mano premuta al fianco, col volto pallido e strano, e vestiva il mantello bianco di maresciallo.
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