I
La morte di Gaudio
In quei tempi di metà Ottocento, le colline di Trevi erano ricoperte dal verde degli ulivi. Da più di un secolo la loro coltura aveva preso avvio per rifornire con l’olio extravergine di oliva le mense del clero e della borghesia romana che tanto in conto tenevano la bontà e le qualità salutistiche di un prodotto genuino e puro. Messer Matteo Mattioli fu uno dei primi a impiantarli nelle sue vaste proprietà che dal piano si estendevano fino a Coste e a Manciano. Ne possedeva cinquemila. A Matidia aveva costruito un frantoio per produrre l’olio e venderlo in recipienti di vetro e in orci di coccio con su impresso il simbolo del casato. Un quadrato diviso in due triangoli rettangoli da una diagonale. Nel primo in alto, a est, c’era un cerchio a simboleggiare il sole; nel secondo, in basso, a ovest, separati da segmenti obliqui, tre quadratini di diversa grandezza a significare il borgo. La diagonale, presumibilmente, rappresentava le montagne Brunette.
Di lato al frantoio c’era il mulino alimentato dall’acqua del ruscello Morreggia che confluiva nel fiume Clitunno a Casco dell’Acqua. Lì si macinava il grano raccolto nei campi a valle, tra Cannaiola e le alture di Montefalco. Poco più sopra c’erano la cantina e l’azienda vitivinicola dotata del reparto per l’imbottigliamento. Dietro stavano i capannoni con annessi il magazzino, il fienile, la scuderia e il porcile. I fabbricati erano dislocati di poco sotto al villaggio, collegati alla strada Flaminia da una larga e comoda mulattiera, la quale consentiva facilità di traffico e di trasporto. La mulattiera costeggiava il largo campo ai margini del quale, all’angolo, s’ergeva salda e tozza la torre di Matidia.
Il padre di Febo, Angiolo Nalli, era il fattore di messer Mattioli per ciò che concerneva le piantagioni di ulivi. Egli era tenuto in alta considerazione dai paesani che lui assumeva per eseguire i lavori stagionali. Angiolo era un uomo sui quaranta, buono, onesto, un gran lavoratore. Non alto, magro, la faccia scarna, tutto nervi tesi e muscoli, con una forza nelle braccia e nelle gambe che gli consentiva di sollevare pesanti balle. Con la moglie Assunta e il figlio Febo, abitava in una casa sul declivio di Fosso Rio. Una casa su due piani, con i muri di pietra, la cantina, i fondi, il focolare, circondata da un’aia e un vasto orto. Assunta era una donna gracile e minuta, sempre indaffarata a svolgere mansioni casalinghe. Da pochi mesi aveva messo al mondo un maschietto con il sorriso stampato sul visino.
«Che nome diamo a questo bimbo nato col sorriso in viso?» chiese Angiolo alla moglie.
«Chiamiamolo Gaudio» rispose lei. «Porterà gioia e letizia nella nostra casa.»
Assunta si sbagliava.
Quell’inverno fu davvero freddo. Di mattina ci saranno stati cinque gradi sotto zero. Ma la raccolta delle olive doveva andare avanti. Erano i primi giorni di dicembre, e, in prossimità delle feste natalizie, l’olio si vendeva in quantità crescenti. Nel frantoio si lavorava pure di notte per far fronte alle richieste. Così, malgrado il freddo che gelava il sangue nelle vene, fin dal primo mattino, gli operai salivano sulle scale con il cutuio a tracolla sulle spalle. Strisciavano le mani, protette dai guanti di lana o di tessuto spesso, sui tralci dei piantoni. Angiolo si spostava da una parte all’altra dando ordini e comandi, attizzava i fuochi accesi, controllava l’orologio riposto nel taschino del giaccone. L’Assunta stava in mezzo alle altre donne a raccogliere gli acini per terra. Chi in ginocchio, chi piegata su se stessa, tenendo il cutuio appeso al collo, salivano passo dopo passo là dove gli uomini avevano già raccolto in alto. Arrivate in cima, ridiscendevano la scarpata e ripartivano a ripulire un’altra fetta. Febo, di sei anni, con il giubbetto imbottito abbottonato e il cappello con il paraorecchie in testa, andava di qua e di là a racimolare acini dai rami bassi. Riempiva le tasche e le svuotava nel cutuio della madre. Allo scoccare delle nove, Angiolo chiamò tutti a fare la prima vuotata della giornata. Riempite le balle di iuta, gli uomini e le donne si radunarono a crocchi attorno ai fuochi, a riscaldarsi le mani intirizzite, a intiepidire il corpo. Poi ripresero la raccolta delle olive.
Accanto a un fuoco acceso, Assunta aveva posato la cesta con Gaudio coricato dentro. Tutte le mattine lo trasportava nelle chiuse, dritto e irrigidito nel cutuio, tenendo la cesta in mano. Dormiva imbacuccato, avvolto da una pesante coperta di lana e la cuffia bianca ficcata in testa legata sotto al mento. Forse fu una vampata causata da un soffio di vento, forse una favilla, o, forse il bimbo, di appena cinque mesi, fece un brusco movimento che rovesciò la cesta. La coperta s’incendiò e Gaudio fu avvolto dalle fiamme. Fu Febo ad accorgersi di ciò che stava accadendo. Da lontano vide il fuoco divampare. Corse come una lepre e si ritrovò davanti una tragica scena. Gaudio era inerme, infagottato dentro alla coperta ardente. Il visino annerito e gli occhi parevano due buchi bui e spenti.
«Papà… papà» gridò. «Gaudio sta bruciando.»
Si tolse il giubbetto e lo gettò sul corpo del fratello sfregandoglielo addosso.
Angiolo e Assunta accorsero correndo. Gli altri vennero dappresso.
Ci fu una grande confusione.
Fu in quei momenti di concitazione che Febo inciampò e cadde sbattendo la faccia su un tizzone ardente. S’udì un friggio e nell’aria gelida si sparse l’odore acre della sua carne.
L’Assunta non sapeva cosa fare.
«Dio mio!… Dio mio!…» implorò.
Dopo interminabili attimi di esitazione prese Gaudio tra le mani, lo sollevò e lo strinse al petto.
«Corri a casa. Tienilo stretto» le gridò Angiolo.
Nel frattempo Febo s’era rialzato. Teneva la mano aperta coprendosi l’occhio destro. Una gonfia vescica scura gli arrivava fino all’orecchio.
Assunta raggiunse ansimante la casa e salì in camera. Stese il figlioletto sul letto. Gli tolse la coperta bruciata ridotta a brandelli anneriti, le garze e le magliette. Il corpicino di Gaudio era intatto, ma le ciglia e le palpebre erano arse, il viso maciullato da pustole e papule e lembi di pelle sfrangiata pendevano dalla fronte e dalle guance. Tentò di rianimarlo premendogli le mani sul costato. Non reagiva. Gaudio era morto soffocato dal fumo, o, forse, il suo cuoricino non aveva retto allo spavento. Quando Angiolo e Febo la raggiunsero, lei stava china, con le mani tra i capelli, a piangere, a gemere, frantumata dal dolore.
Febo Nalli
Dopo la morte di Gaudio in famiglia regnava il silenzio. Sui volti di Angiolo e Assunta sparì il sorriso e l’entusiasmo lasciò il posto all’impotenza e alla desolazione. Un tirare avanti fiacco dettato dal dovere e dagli obblighi nei confronti del padrone. Angiolo continuava a svolgere il suo lavoro di fattore, Assunta accudiva la casa, zappettava l’orto, si occupava del somaro e degli animali da cortile; ma nelle loro azioni c’era la costrizione e il disincanto. La vita non era più quella di prima. Le mansioni quotidiane erano svolte con il pianto nel cuore e il vuoto nella mente.
La ferita di Febo guarì e restò la cicatrice. Eppure, nonostante lo sfregio sulla faccia, cresceva di bell’aspetto. Anzi, pareva che quel segno gli desse un non so che di trascendente, una sorta d’imponderabile mistero, un tocco di saggezza, un tratto d’ineffabile ritegno, una dignità celata che incuteva rispetto e deferenza; ossequio. Quasi che il destino l’avesse marchiato con il fuoco per farlo apparire più attraente e distinguerlo dagli altri. Fatto è che Febo era intelligente, e, benché in casa si respirasse il tanfo acido della tristezza e dello scoramento, lui cresceva allegro e pieno d’interessi.
Nacque il 28 maggio del 1860, nella data astrale in cui il sole transita nella costellazione dei Gemelli. Era di lunedì, sul far della sera, e pioveva a dirotto. La mammana arrivò inzuppata, seduta sul carretto tirato dal cavallo con Angiolo alle briglie. S’era recato a Trevi a prelevarla non appena Assunta ebbe le prime doglie. Si tolse il pastrano e il cappuccio. Scaldò l’acqua in un catino con il manico appeso al crocco del camino acceso. Si lavò le mani versandone un poco in un bacile. Fece sdraiare la partoriente sul letto con le gambe larghe, e, a breve, Febo uscì dal grembo della madre vispo e pimpante. Non pianse. Non gemette. Si passò le minuscole dita sugli occhi, aprì la bocca e sospirò profondamente, quasi avvertisse gli studi e le avventure che la vita gli avrebbe messo davanti.
A sei anni imparò da solo a leggere e a scrivere sui libri che Matteo Mattioli gli regalava. Fu proprio il padrone ad accorgersi delle sue straordinarie doti di apprendere e capire. Per questo, quand’egli notò che nella casa del fattore Febo stava stretto e non poteva dare sfogo al suo desiderio di sapere, propose ai genitori di ospitarlo a Villa Matidia e farlo seguire negli studi da un precettore.
«Questo bambino abbisogna di un tutore» disse, quando decise di prendersene cura. «Non può stare qui con voi colmi di sconforto e di mestizia. Lo state soffocando. Non vedete. Lui vuole volare e voi lo tenete chiuso in una gabbia. Lasciatelo uscire. Affidatelo a me e lo farò istruire. Quando avrà compiuto sedici anni sarà lui a decidere cosa fare della sua vita. Vi sta bene?»
Angiolo e Assunta acconsentirono di buon grado alla sua proposta. Erano perfettamente consapevoli che nella loro casa non c’era il clima adatto per crescere Febo nel modo a lui più congeniale. Ed erano altrettanto consci che mai più sarebbe ritornato il diletto di vivere contenti. Così, a sette anni, Febo si ritrovò pupillo di messer Matteo Mattioli. Non c’era carta scritta, nessuna stipula o attestazione. Era un accordo tacito, fondato sulla parola e sul reciproco rispetto tra galantuomini, pur se uno era il padrone e l’altro il suo fattore.