Giorno 1: Imparare a Parlare in Pubblico-1

2030 Words
GIORNO 1:Imparare a Parlare in PubblicoAll’inizio abbiamo detto che secondo alcune statistiche la paura di parlare in pubblico risulta essere la seconda più avvertita dopo quella della morte. Pensa, quindi, quanto sia di forte impatto l’idea di mettersi in mostra, di mettersi in gioco di fronte a un pubblico che sia di dieci, venti, cento, mille persone, di farsi giudicare mentre parliamo di qualcosa che ci appassiona come di qualsiasi altra cosa. Parlando in pubblico, infatti, ci si mette in gioco. Pensa ai presentatori televisivi: sono le persone più pagate al mondo oltre agli sportivi, che però guadagnano molto per un numero minore di anni. I calciatori o i piloti hanno forti entrate dai venti ai trenta anni, poi o vivono di rendita, se hanno investito bene i loro soldi, o continuano a lavorare nel mondo dello sport. Al contrario i conferenzieri, le persone che parlano in pubblico, sono i più pagati e lo sono per tutta la vita. Pensa a un Mike Bongiorno o a un Pippo Baudo, sono stati i primi ad aver creato la televisione e sono ancora presenti nei nostri programmi. Pensa a un Paolo Bonolis che a suon di milioni passa da una rete all’altra, e ne prenderà tanti per il resto della vita perché sarà sempre bravo, sarà sempre un fuoriclasse nel parlare in pubblico. Si può imparare a parlare in pubblico? Sì, si può imparare, infatti loro hanno imparato. Ma c’è anche chi ha un talento naturale nel farlo ed è proprio da queste persone che la Programmazione Neuro-Linguistica ha estratto le strategie migliori e più efficaci per parlare in pubblico. Quindi, cosa ha fatto la PNL? Ha preso in esame i grandi comunicatori, i grandi leader, i grandi conferenzieri e si è chiesta cosa facciano di diverso dagli altri per avere tanto successo. Io, personalmente, ho imparato a parlare in pubblico da Richard Bandler, fondatore della Programmazione Neuro-Linguistica, e da altri personaggi di spicco, ad esempio Anthony Robbins, uno dei più grandi conferenzieri del mondo. Ho frequentato un suo corso a Londra e posso testimoniare che il suo modo di parlare in pubblico è impressionante. I suoi corsi radunano sino a 10.000 persone alla volta, lui sta in piedi di fronte al suo pubblico, sta fermo o si muove, ed esprime energia con ogni suo gesto e attraverso ogni sua parola per quindici ore di fila senza fare pausa, dalle otto del mattino a mezzanotte. A quarantacinque anni ha un’energia che farebbe veramente invidia a un ragazzino di vent’anni. Come fa? Ci sono delle tecniche e delle convinzioni che bisogna possedere per parlare in pubblico con efficacia. Al tempo stesso parlare davanti a una platea è soprattutto questione di esperienza. Dale Carnegie, ormai scomparso, è stato uno dei primi a insegnare a parlare in pubblico, lo faceva già nei primi decenni del Novecento. È autore di moltissimi libri nei quali afferma che «il miglior modo per parlare in pubblico è parlare in pubblico». Vale a dire che se vuoi parlare davanti a una platea, devi semplicemente farlo. Se poi hai delle strategie apprese dalla PNL, tanto meglio. Sarai più efficace e farai meno errori. Comunque, se ne farai, sarà un’occasione in più per migliorarti e imparare cose nuove; l’esperienza è la cosa migliore che si possa fare. Ecco perché durante i miei corsi in aula faccio fare agli allievi tante prove pratiche; ciascuno di loro viene al mio posto e parla in pubblico, magari per un minuto, solo per presentarsi o per presentare un piccolo argomento che lo appassiona. Perché solo affrontando i propri limiti e le proprie paure, solo mettendosi a parlare davanti a una platea si può imparare a farlo nel modo migliore. Ti solleciterò spesso a ripetere questi esercizi. Tuttavia molte delle tecniche che vedremo sono soprattutto di ordine psicologico. SEGRETO n. 1: la capacità di parlare in pubblico può essere un talento naturale ma è anche un’abilità che si può acquisire e il modo migliore per riuscirci consiste nel fare pratica. Il public speaking si fonda su tre pilastri: 1) il formatore, ovvero chi sta di fronte al pubblico; 2) il pubblico stesso; 3) il messaggio, ossia i contenuti che il formatore intende trasmettere al suo pubblico. Ci sei tu, che sei il formatore, c’è il tuo pubblico e c’è quello che stai dicendo, molto semplicemente e banalmente. Si tratta di tre componenti molto semplici ma fondamentali; vedremo come ottimizzare tutte e tre, in primo luogo come essere efficace come formatore, smettendo di avere paura ed essere stressati di fronte a un pubblico. Quindi agiremo soprattutto a livello di equilibrio mentale e fisico. Poi capiremo come trasmettere sicurezza agli altri e a noi stessi, cosa molto importante proprio perché, come sai, la paura di parlare in pubblico è una delle più temute in tutto il mondo indipendentemente dalla cultura. C’è anche da dire che è una paura appresa, perché i bambini non hanno paura di parlare in pubblico. Infatti un bambino non si tira certo indietro, è il primo che vuole parlare e giocare. Ricordo che alle elementari mi scelsero per recitare una poesia a memoria di fronte a tutta la scuola e non ho avuto alcuna difficoltà se non quella di memorizzare la poesia. Quello era il mio problema, allora. Evidentemente ho appreso crescendo la paura di parlare in pubblico, come tutti noi. Complici il timore di essere giudicato, l’autostima non fortissima e l’adolescenza, che in questo senso non aiuta, ho sviluppato nel tempo la paura a parlare di fronte ad altre persone, per poi recuperare l’originaria sicurezza molto più in là. È un discorso davvero interessante. Seguii il mio primo corso di public speaking da studente, poco prima di discutere la mia tesi di laurea in ingegneria, quindi non tantissimi anni fa, e mi è servito quel tanto che bastava per fare un figurone. Ricordo che il giorno della discussione ero il terzo di una lunga lista di laureandi. I due prima di me non si presentarono e toccò subito a me. La cosa, che avrebbe dovuto trasmettermi ansia, mi lasciò invece del tutto tranquillo. Ero assolutamente sereno, gestivo benissimo il mio stato emotivo. Attraverso una mappa mentale di mia creazione avevo schematizzato ciò che volevo dire e ho fatto il mio discorso coinvolgendo anche la commissione che, invece, in questi casi è spesso annoiata e disattenta. La discussione è riuscita talmente bene che nessuno mi ha interrotto con domande tese a saggiare la profondità della mia preparazione e poi, nel concludere la presentazione, sono stato io a dire: «Se avete delle domande potete farmele». A quel punto i commissari, soddisfatti, hanno girato la domanda al pubblico. Posso dirti che grazie agli strumenti appresi durante quel corso sono riuscito a cambiare completamente il mio atteggiamento. Ai miei allievi corsisti basta una giornata per rendersi conto di come le cose siano cambiate. E non succede perché alla fine si conoscono meglio e, quindi, hanno meno difficoltà a parlare di fronte ad amici o conoscenti, ma perché hanno appreso nuove tecniche, possiedono nuovi strumenti efficaci quanto semplici. La PNL è efficacia allo stato puro poiché cerca di velocizzare al massimo l’apprendimento, con strumenti pratici e concreti che proverai subito. Non dovrai credere alle mie parole, a quello che ti dico, potrai metterlo in pratica istantaneamente. SEGRETO n. 2: la paura di parlare in pubblico si acquisisce con gli anni, tant’è vero che i bambini non sanno cosa sia e non si tirano mai indietro se c’è da parlare e giocare. Dopo aver parlato del formatore passiamo al pubblico. Come si può creare rapport, ossia sintonia, con chi ti ascolta, e come coinvolgerlo? Rapport è una parola creata dalla PNL e sta a significare “creare sintonia”, entrare in rapporto con le persone. Vedremo poi come strutturare il messaggio affinché sia efficace, perché riusciamo a incuriosire tutte le persone che abbiamo di fronte e facciamo sì che si ricordino delle nostre parole. Si procede per punti essenziali, seguendo il filo conduttore di un’idea centrale per poi chiudere in bellezza. Il punto di partenza per un formatore eccellente deve essere se stesso. Il suo comportamento, ovviamente, dipenderà in gran parte dal contesto nel quale si trova. Se ha di fronte un’aula di venti persone si comporterà in un certo modo, se il suo uditorio è composto da cento o più persone in un altro. Ad esempio, nel momento in cui ho cominciato a produrre videocorsi ho cambiato completamente il modo di fare lezione. Ho capito che questo cambiamento era necessario dopo aver visto la registrazione dal vivo del mio modo naturale di tenere un corso. Uno dei comportamenti che ho modificato riguarda l’uso delle lavagne. Inizialmente scrivevo su di esse con gli studenti presenti, durante il corso. Lo facevo per integrare maggiormente i miei allievi, per creare la lezione in diretta, mentre erano lì con me. Solo, che cosa succedeva? Che il corso risultava estremamente lento, perché le esigenze televisive sono diverse dalle esigenze di un’aula. Un video deve essere agile nel suo scorrere, per quanto sia già una sintesi, visto che esercizi e pause vengono tagliati, altrimenti parlerei per otto ore e non tre. Ho compreso, quindi, che era necessario iniziare il corso con le lavagne già pronte. Infatti chi guarda il corso in tv si annoia nel vedermi quasi di spalle, intento a scrivere le lavagne, mentre nel frattempo ci sono lunghi silenzi. Mi sono accorto che il ritmo del mio corso-tipo era troppo lento per la tv e ho cambiato il mio modo di fare aula. Oltre a scrivere in anticipo le lavagne ho capito di dover prestare attenzione a modulare il mio modo di parlare, adattandomi al contesto in cui mi trovo. La flessibilità è una delle doti più importanti di chi presenta in pubblico. È molto importante essere flessibili rispetto alle persone che si hanno di fronte, rispetto all’ambiente e nei confronti di qualsiasi altra cosa. Pensa ai presentatori tv: un Bonolis, ovviamente, adotterà uno stile molto diverso a seconda che si trovi in tv o in un’aula a tenere una conferenza. Quindi il mezzo attraverso il quale comunichiamo è importante. È anche un mestiere difficile, non solo perché ci si mette in gioco e si viene giudicati, ma perché spesso abbiamo a che fare con persone che ci sono ostili o hanno solo intenzione di disturbarci. Pensa a un mio corso: ci sono persone motivatissime che hanno pagato per partecipare e quindi vogliono apprendere tutto. Non vogliono perdere neanche una parola di ciò che dico. Alcuni ragazzi alle dieci in punto mi dicono: «Dai, iniziamo!», perché sono ansiosi di sapere e non vorrebbero che arrivasse mai la fine. È giusto che sia così, perché hanno pagato, sono curiosi e appassionati e vogliono sapere il più possibile. Qualche tempo fa ero a fare formazione in un’azienda, dove l’atteggiamento generale è molto diverso. Innanzitutto in queste situazioni a pagare non sono coloro che seguono il corso, e cioè i dipendenti, ma è il capo, che ritiene i suoi venditori non abbastanza capaci; pensa che non realizzino abbastanza fatturato, che non abbiano strumenti efficaci. Secondo te, un pubblico composto di venditori con alle spalle dieci, quindici o anche vent’anni di esperienza, se vede arrivare, con la pretesa di insegnare qualcosa, un ragazzo giovane e con assai meno anni di vendita alle spalle, come può reagire? Può accogliermi con entusiasmo? Sarà motivato ad apprendere qualcosa? Certamente no. I partecipanti vedranno la formazione come una punizione per i loro scarsi risultati. Al contrario dovrebbero invece vederla come un premio, perché il capo crede in loro e vuole investire nella loro crescita professionale, ma è il capo stesso che deve essere bravo nel trasmettere questo messaggio. Arrivo in un’aula dove non conosco nessuno, con persone che mi guardano un po’ storto perché pensano sia troppo giovane o non abbastanza esperto. In fondo, non conosco il loro ambiente, il loro capo, il loro prodotto, non conosco i loro mezzi, per cui non ho nulla a che spartire con loro. Se io avessi una scarsa autostima, non mi considerassi un buon formatore, sarei il primo a impaurirmi di fronte a una situazione di questo genere e non riuscirei a creare rapport, sintonia con i miei allievi. Invece io so di essere un ottimo, un eccellente formatore. Nel momento in cui entro in aula devo sapere chi sono, cosa ho da dare agli altri, trasmettendo loro il mio messaggio e riuscendo a recuperare le loro convinzioni. Si dice fare un buon “setup” e ne parleremo dopo.
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