Chapter 9

532 Words
Alessio Ritorno a casa accompagnata da un vago senso di smarrimento, pensando a quante cose siano cambiate in un arco di tempo relativamente breve. Arrivo e mi ritrovo di fronte un ragazzone alto, con gli occhi che sorridono. “Ciao, io sono Alessio, il tuo vicino di casa, scusa se mi sono intrufolato a casa tua ma non è che avresti da prestarmi una cipolla?” mi sfoggia un sorriso che contagia. “Certo, comunque io mi chiamo Giulia, piacere di conoscerti.” Mi afferra la mano e le dà una stretta decisa, la sua è grande e ben curata. Salgo a prendergli la cipolla e gliela do sperando da un lato che si contenti e vada via, mi sento un po’ frastornata e vorrei fare un bagno, ma lui continua a sorridermi e parlare, capisco che non ha nessuna intenzione di congedarsi cosi velocemente. Mi chiede informazioni sul posto, è la prima volta che viene qui e non sa bene come muoversi, vuole sapere come raggiungere l’isoletta che ci sta di fronte. “Pare sia bellissima, ci sono andati dei miei amici anni fa e mi hanno raccontato di un villaggio stupendo sorto in un’insenatura naturale.” Parla e io mi ritrovo a guardarlo irretita dall’energia e dall’entusiasmo che gli scaturisce da ogni sillaba, è così fresco, pulito, giovane, capisco che è lui il pianista e mi congratulo per l’altra sera. “Oh grazie mille, era mia, ti è piaciuta davvero?” “Mi ha fatto vibrare l’anima.” Lui si illumina, ho toccato un tasto importante. Lo invito a salire, a bere qualcosa di fresco. Lui coglie la palla al balzo, stava aspettando solo un mio cenno. S’intrufola nella mia casa, nel mio nido, con una spontaneità che mi spiazza, si muove con una confidenza tale, come se conoscesse i miei spazi e le mie abitudini, mi segue e continua a parlare mentre mi regge il vassoio con i bicchieri del tè fresco che verso continuando ad ascoltarlo e a rispondergli con naturalezza. Mi parla della sua infanzia e della passione per il pianoforte, dei suoi lunghi studi al conservatorio e del rapporto difficile con la madre che l’ha incoraggiato a suonare fin da piccolissimo e che poi l’ha lasciato per andare a vivere con un altro uomo. “Gesù, sono ore che parlo di me, se vuoi cacciarmi a pedate dimmelo, io lo farei!” Sorride di nuovo e gli occhi gli brillano di una luce che mi distende e mi rasserena. “Dimmi di te, cosa ti emoziona, a parte la mia musica?” Io naturalmente gli accenno del romanzo che sto scrivendo e poi lo porto nello studio e gli faccio vedere i miei quadri. Rimane estasiato e noto che mi guarda con occhi diversi. Mi fa promettere di fargli un ritratto e si fa accompagnare alla porta prendendomi per mano. Sull’uscio mi bacia la guancia e mi lascia, confusa e inebriata da tutta quell’energia, da quella fresca vitalità che solo i cuori puri e talentuosi sanno possedere. Quella sera lo sento suonare a lungo, sa che lo sto ascoltando, ripenso quel viso innocuo da bambino, quei lineamenti gentili quasi femminei e quegli occhi strani sorridenti e malinconici allo stesso tempo, che mi scuotono l’anima. È stato bello conoscerlo, è stato piacevole parlare con lui, la sua giovialità è contagiosa. È riuscito a destare il mio spirito allegro di bimba spensierata e passionale, lo rivedrei con piacere.
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