capitolo 1 - sei nuovo?

2275 Words
29 luglio Arrivai a Kiev facendo benzina almeno cinque, sei volte. Era un posto lontano dalla mia città natale, lì si respirava aria diversa anche se le persone parlavano comunque la mia stessa lingua, non che avessi attraversato il mondo ecco. Parcheggiai dinnanzi ad un pub decidendo di vedere un po' in che città avevo deciso di noleggiare. Mi sedetti in uno sgabello accanto al bancone ed ordinai la mia solita Pepsi che ormai mi accompagnava in questo viaggio verso un posto dove sopravvivere, vivere in modo normale, senza essere perseguitato. «sei nuovo?» mi domandò il barista, aveva al massimo dieci anni in più di me, non incuteva angoscia come quello dell'autogrill che, come se non bastasse, aveva infestato anche i miei sogni per i successivi due giorni. «sì.. però sono nato in Russia.» si poteva notare dal mio perfetto accento, un novellino della mia età non avrebbe mai parlato in modo così impeccabile il russo che di per sé era una delle lingue più difficili. «certo, non si vedono turisti qui..mai..» mi versò la pepsi dentro un bicchiere di vetro con tanto di ghiaccio e una fettina di limone. «però sembra carina..» borbottai perso nei miei pensieri, lo sguardo rivolto verso la superficie liscia di legno. Furono commenti al vento perché l'uomo non disse più nulla o almeno io non sentì altro se non un leggero frastuono proveniente dalla porta d'ingresso del pub. Non mi preoccupai nemmeno di girarmi, il mio udito era più sviluppato di quello degli umani per questo capì perfettamente che erano un gruppo di ragazzini, circa della mia età, forse appena più grandi. Non mi girai ma sentì che mi si avvicinarono: erano tre, uno si appoggiò accanto a me con un sorriso spavaldo, l'altro invece aveva un'espressione indifferente in viso, il terzo aveva gli occhi di un colore diverso ma restava un bel ragazzo. Gli orecchini del secondo brillavano nell'atmosfera quasi tetra, vaga di quel pub di Kiev. «ma guarda chi abbiamo qui...sei nuovo?» domandò il primo, quello con un grande sorriso. Non ero mai stato bravo nell'istaurare relazioni umane, era sempre quello vago, misterioso, che si teneva le cose dentro fino a farsi male da solo. Non ero stronzo, qualcuno aveva criticato il mio modo di essere ma non mi vedevo come il classico ragazzo con il cuore di ferro, che non vuole nessuno al proprio fianco. Ero sempre all'allerta, dopo la morte dei miei genitori non potevo permettermi di non scorgere qualche cacciatore pronto a puntarmi una pistola in pieno viso. «già la seconda persona che me lo chiede, sì.» risposi forzandomi di sorridere, avevo bisogno di ricominciare la mia vita daccapo. «noto dal tuo accento che sei comunque russo...peccato, non vediamo mai turisti..» disse l'altro, aveva una folta chioma di capelli dorati più scuri sulla radice mentre sulle punte andavano a prendere il colore del grano maturo, gli occhi erano azzurri e ricordavano il mare in pieno agosto. Aveva un bel sorriso ma niente di più. «non ti sorprendere.. chi verrebbe a visitare una città come questa?» domandò ironico quello seduto dall'altra parte facendomi girare così il viso verso di lui. Aveva usato un tono tagliente che rispettava la sua immagine: tetro e cupo. «uh, ecco il solito tono, sorridi un po'!» lo riprese il castano soffocando una lieve risata. «comunque..io sono Hal, non originario russo sono nato in America, lui è Nikita..mentre quello là è Joseph..» aggiunse il più arzillo dei tre, quando presentò l'ultimo mi resi conto che non aveva ancora parlato e si era allontanato un poco dal gruppetto che si era formato, teneva in mano un calice di birra. Poi mi fece un gesto di rispetto e saluto con la mano ed io ricambiai. «Dan.. » dissi solo guardando Hal con un leggero sorriso, sapevo solo fare quello, ero pessimo nel cominciare le conversazioni. «e..dicci, quale strage ti porta qui?» domandò di rimando il castano, solo ora mi accorsi della leggera cicatrice che portava all'altezza del mento, non troppo grande ma comunque si notava. «chi ti dice che non mi piace viaggiare e basta?» ribattei, non potevo fare a meno di usare un po' di umorismo per alleggerire l'atmosfera e per non pensare al fatto che la famiglia Yasensky era finita in frantumi, ero rimasto solo io. Colsi un leggero sbuffo, simile ad una risata, da parte di quello con gli orecchini che era rimasto con un simil broncio per tutto il tempo. Lo divertivano le mie battute? «beh..hai scelto proprio un posto del cazzo.» rispose quindi Nikita alzandosi facendo ondeggiare appena i capelli ricci e scuri come il catrame. Lasciò il pub dicendo solo un: «devo andare a badare mia sorella, ci vediamo sta sera». Rimasi sorpreso da quell'incontro ma non ebbi nemmeno il tempo di riflettere che Hal era già ripartito a parlare: «scusalo eh..è così anche con noi che siamo i suoi amici da quando siamo alti un metro e un succo di frutta, non si lascia mai andare, dovresti vedere la sua risata.. è un evento rarissimo!» ridacchiò ed io sorrisi, in effetti sembrava uno che non rideva quasi mai come se non gli donasse la risata. «basta saper cogliere la sua ironia.. è il segreto per stargli simpatici.» aggiunse Joseph e solo il quel momento potei vederlo da più vicino: si era andato a sedere nel posto dove sedeva prima Nikita, aveva i capelli di un biondo netto, lucente. Possedeva la rara caratteristica dell'eterocromia ovvero aveva un occhio chiaro e uno più scuro, l'azzurro e il nocciola creavano un contrasto interessante. Volevo chiedergli da chi l'avesse ereditata dato che era come un gene ma non mi permisi perché sapevo a malapena il suo nome. Fatto sta che parlammo di cazzate, del fatto che Hal nonostante avesse vissuto gran parte dell'infanzia in Russia non avesse un accento ancora perfetto (anche se era la sua lingua madre), chiesero del mio passato ma feci il vago e non accennai minimamente alla condizione dei miei genitori. Questo incontro però mi portò delle conseguenze piacevoli, poteva andarmi anche molto peggio insomma, perché il gruppo che avevo incontrato mi chiese di partecipare alle serate del sabato ovvero alla famosa nottata al cinema all'aperto che si teneva a Kiev. Bisognava portare la macchina, parcheggiarla in questo grande parcheggio e guardare il grande schermo dal sedile, alcuni uscivano dall'auto per sedersi sul cruscotto ma il concetto era quello. Parcheggiai quindi e nemmeno dopo tre minuti sentì qualcuno bussare al finestrino. Quando vidi il sorriso di Hal lo ricambiai, sornione. «ma chi si rivede..» dissi con ironia abbassandolo. «hai visto che figata? E poi non si paga niente.. a parte il cibo là ma non è obbligatorio..» alle sue spalle scorsi Nikita e Joseph che fumavano e chiacchieravano tranquillamente tra loro. «sembra figo, sì.» gli risposi e lui mi fece un cenno come per invitarmi a seguirlo. «vieni sulla Jeep di Nikita a guardare il film? Sul cruscotto si vede meglio..» mi propose ed io annuì con il capo immediatamente, senza pensarci due volte. Scesi dalla macchina e andammo incontro agli altri due. Nikita mi salutò con un cenno mentre Joseph si affrettò ad offrirmi una sigaretta. Ci sedemmo tutti e quattro sul cofano della Jeep nera, stretti senza nemmeno volerlo. Ai margini c'erano Nikita e Joseph mentre io e Hal eravamo seduti nei posti centrali. «e smettila con questo spirito da padre single..» lo prese in giro il moro con un leggero sbuffo, lo stesso che avevo sentito quando eravamo nel pub, riferendosi ai modi minuziosi di Hal di farci sedere bene tutti. «oh..figliolo mio io mi prendo solo cura di te, di voi.» finse una voce femminile provocando una risata a tutti e quattro. Il film iniziò, mi fumai circa tre sigarette- tutte offerte dai miei nuovi amici- e tornai per qualche momento ad essere il solito Dan prima che diventasse orfano: il lato spensierato di sempre, senza pensare che ci sarebbe stata la notte di luna piena prima o poi, senza contare la mia doppia natura, solo un ragazzino di sedici anni che voleva divertirsi. Al termine del film cominciammo a lamentarci: il finale era orribile! Rovinava il resto del film. Quindi urlammo come dei ragazzini sghignazzando di tanto in tanto. «andiamo a fumare di là noi..vieni?» domandò Joseph mentre gli altri stavano scendendo dal cruscotto. «devo fare un attimo una cosa..poi vi raggiungo giuro..» dissi scendendo a mia volta. Joseph annuì e mi salutò con la mano. «a dopo straniero!» esclamò Hal mentre camminava con gli altri per andare sul retro del parcheggio, c'era un piccolo parco. Io invece tornai alla realtà, tornai a pensare ai miei genitori, agli amici di scuola che non avevo nemmeno salutato, ai funerali ai quali non mi sarei nemmeno presentato. Tirai fuori il telefono dopo circa tre giorni che non lo toccavo nemmeno. “Amy: ehi, scusa l'orario, ho sentito della morte dei tuoi genitori..deve essere terribile, domani vengo a casa tua per offrirti le più sentite condoglianze di persona”. Amy era la mia vicina, una dolce signora che ci portava sempre la crostata di mele per le festività e il giorno del mio compleanno. Sentì anche il messaggio in segretaria che mi inviò il giorno successivo alla morte di mio padre e mia madre. «Dan..tesoro, sono passata a casa tua ma non c'eri, stai bene? Niko è preoccupato per te, richiamami appena senti questo messaggio, per favore.» sentire la sua voce mi mise i brividi, lanciai quasi spaventato il telefono sul sedile poi lo recuperai e composi il numero di Amy per richiamarla. Non fare il coglione Dan, dai. Stavo quasi per cliccare sulla cornetta verde quando sentì la portiera della mia auto aprirsi e una giovane ragazza si sedette accanto a me. «ehm...posso-» mi precipitai a chiedere, aveva sicuramente sbagliato persona. «portami a casa.» disse in modo secco senza guardarmi: aveva dei lunghi capelli biondi che gli arrivavano fino quasi alla vita, si era acconciata le due ciocche davanti realizzando due treccine strette con un elastico fine e bianco, aveva un trucco impeccabile, l'ombretto viola riprendeva il colore del top a brillantini che portava abbinato ad una gonna di pelle attillata e corta, arrivava a malapena a metà coscia. Mi scrutò con i suoi occhi azzurri facendo poi una smorfia. «perché mi fissi? Non sono una puttana» mi accigliai quando sentì quel tono acido da parte della ragazza. «secondo te ti guardo perché mi sembri una troia?» domandai scettico appoggiando le mani sul volante. Lei annuì alle mie parole. «oppure sei un maniaco..» Sospirai appena mettendo in moto la macchina, feci retromarcia per uscire da quel parcheggio fregandomene del fatto che ci fosse una completa sconosciuta seduta vicino a me. «non sono del posto..dovrai indicarmi dove andare..» le dissi senza guardarla, concentrato sulla strada. Lei giocherellò con una ciocca di capelli dorati per poi fare uno sbuffo. «tra tutti proprio un novellino o un turista dovevo beccarmi!» si lamentò, era tanto bella quanto insopportabile. Alzai segretamente gli occhi al cielo. «non sono un turista, non ci sono mai turisti qui..» ribattei in modo secco continuando a guidare, se voleva tornare a casa doveva dirmi che strada prendere. Alla fine mi disse le indicazioni con riluttanza come se fosse molto scocciata nel farlo ma quando mi fermai dinnanzi alla sua abitazione, una grande villa con tanto di giardino annesso, la bionda restò inchiodata al sedile come se volesse rimanere lì. «ehm.. ho sbagliato casa? E' più avanti?» domandai sospirando appena. Fui catturato dai suoi occhi che brillavano mentre fissava dinnanzi a sé, erano lucidi, colmi di lacrime. Qualcosa dentro il mio cuore si ammorbidì, sperai che non avesse quel carattere con tutti ma solo perché stava attraversando un momento difficile. Scosse la testa in segno di negazione. Misi il freno a mano e tolsi le mani dal volante. «la vuoi sentire una barzelletta?» domandai, dato che era nella mia macchina potevo provare a sollevare il suo morale. «perché no?» tirò su con il naso senza guardarmi. «non ti farà ridere ma te la dico lo stesso..» ero pessimo in quelle cose. Mia nonna, quando era ancora in vita, mi disse che era una barzelletta stupida ma tutto stava nel tono della voce giusto. «okay..» mi rispose lei ed io mi schiarì la voce. «allora, un uomo in compagnia di una giraffa entra in un pub...ad un certo punto la giraffa si accascia a terra come se stesse dormendo..» raccontai con tono neutro ma con tante pause. «e il barista gli disse “scusi ma che cazzo fa?” cioè..hai capito dai..» mi girai solo in quel momento verso di lei. «e l'uomo disse "non è un cane è una giraffa”» conclusi facendo una voce maschile forzata e buffa con una leggera risata finale, quasi imbarazzata. Non seppi dire se l'ho detta con la giusta intenzione, con il giusto tono come aveva detto mia nonna. Lei si girò verso di me. «sei un cretino.» sibilò, tagliente scendendo dalla macchina ed io ci rimasi secco. Oh, almeno ci avevo provato. Quando ormai pensavo di averci perso le speranze, la giovane donna mi parlò dal finestrino abbassato. «come ti chiami?» «Dan.» risposi semplicemente. «Dan che sta per Daniel?» mi domandò. Scossi la testa. «non è un soprannome, è il mio nome intero.» «va bene Daniel.» rispose girando i tacchi ed andandosene. Un leggero sorriso mi comparve in viso sentendo quella frase ma mi accorsi troppo tardi dell'errore commesso: non le avevo chiesto il suo di nome. Scesi dall'auto tenendo la portiera aperta. «e tu come ti chiami?» domandai alzando il tono di voce guardando la figura non ancora abbastanza lontana della bionda. Lei si girò verso di me, mi sorrise e se ne andò.
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