Tutti cavalcano verso il bosco, dove i traditori stanno in agguato. Amaury vede i giovani e dice a Carlo che spetta a lui ucciderli. Questi va loro incontro, ed Amaury impone ai suoi compagni di non muoversi: se Carlo sarà ucciso nello scontro, la corona di Francia rimarrà senza erede, e lui, Amaury, la prenderà per sé. I giovani vedono il cavaliere che avanza minaccioso, e non sanno che è figlio di Carlomagno. Huon gli manda incontro Gerardo, per chiedergli cosa voglia da loro. Gerardo gli dice: – Franco cavaliere, fate voi la guardia per custodire il paese? Se vi dobbiamo qualche cosa pagheremo volentieri –. Carlo vuole sapere chi sono, e quando ode la risposta di Gerardo, lo minaccia. Il giovinetto non ha armi e domanda grazia. Se lui e suo fratello hanno commesso qualche delitto, saranno giudicati a Parigi dai baroni. Carlo non si muove a pietà; insegue il giovane e lo ferisce. L'abate, che lo vede cadere, piange e teme che sia morto.
Huon pensa con dolore alla madre, che ha educato Gerardo con tanto amore, e invoca la Vergine. Domanda all'abate se l'aiuterà nella vendetta. Questi non può, essendo prete. Huon chiama i suoi cavalieri, che sono pronti a battersi per lui, e insieme si slanciano verso Carlo. L'abate piange, prega Iddio di proteggere Huon ed i suoi compagni, e continua il viaggio, ma può da lontano vedere il combattimento.
Huon corre a sollevare Gerardo, il quale gli dice che si sente morire. Si vedono delle armi nel bosco, e Gerardo in nome di Dio prega il fratello di salvarsi con la fuga. – Non è possibile che t'abbandoni, – dice Huon. – Non rivedrò la nostra città, se prima non avrò punito il tuo assassino –. Egli sprona il suo cavallo arabo contro Carlo senza aspettare i compagni, lo raggiunge, lo sfida e l'uccide. Amaury vede con gioia cadere il figlio di Carlomagno. Huon, tenendo per la briglia il cavallo di Carlo, si avvicina al fratello, benda la ferita, e con l'aiuto dei suoi cavalieri lo solleva e lo mette in sella. Tre volte Gerardo sviene, poi, riavendosi, supplica Huon di fuggire e di tornare a Bordeaux presso la madre. Huon non vuole, perché deve accusare l'imperatore di tradimento a Parigi. I giovani si riuniscono con l'abate e riprendono a cavalcare, benché Huon si sgomenti, vedendo uscire dal bosco Amaury ed i suoi compagni che li seguono.
Giunti alla reggia, Huon e l'abate sorreggono Gerardo, e si presentano con lui a Carlomagno, che Huon accusa di tradimento poiché ha fatto mettere in agguato degli assassini sulla via che dovevano percorrere. L'imperatore s'adira, e giura che, se non gli verrà provata la verità di quell'accusa, Huon sarà condannato a morire.
– Guarda, – gli dice Huon, – e sii maledetto!
Egli si avvicina al fratello, che è sorretto dall'abate, alza la sua pelliccia di ermellino, toglie il bendaggio alla ferita e il sangue scorre: Gerardo sviene di nuovo per il gran dolore.
Carlomagno è molto commosso, e non può tollerare di essere creduto malvagio alla sua età, quando si avvicina alla tomba. Egli giura di far uccidere il traditore. Un medico esamina la ferita di Gerardo, che non è molto grave: fra un mese sarà guarita.
Huon dice all'imperatore che ha già fatto giustizia. Il traditore, che ha colpito il fratello, è stato ucciso da lui. Era nel suo diritto. Chiunque sia colui che ha ucciso, egli si sottomette alla giustizia della Francia, e domanda il giudizio.
Carlomagno vuole che Huon beva nella sua coppa. Purché non abbia commesso un tradimento, non deve temere nulla, neppure se l'ucciso fosse Carlo, erede della corona.
Arriva Amaury con i suoi compagni portando il cadavere di Carlo, il quale viene deposto ai piedi dell'imperatore, che sviene riconoscendo il figlio. Quando ritorna in sé, Namo cerca di fargli animo, ed Amaury accusa Huon, dicendo che ha ucciso il giovane. Carlomagno prende un coltello, che vede sopra una tavola, e si slancia contro Huon per ucciderlo; il duca Namo lo trattiene.
Huon è meravigliato nel sapere che ha ucciso il figlio di Carlomagno, ma non si perde d'animo, e afferma che ignorava chi fosse il traditore dal quale Gerardo era stato ferito. Se l'avesse saputo, non si sarebbe messo nelle mani dell'imperatore. Amaury inventa un infame racconto per dimostrare che Huon ha mentito. Dice che si è impossessato di un uccello di Carlo, che era uscito per andare a caccia. È incominciata allora una rissa fra i giovani, e Carlo ha ferito Gerardo venendo poi ucciso da Huon, che lo conosceva. Amaury ha inseguito i traditori senza poterli raggiungere.
L'abate di Cluny afferma di non aver mai udito una menzogna simile, ed è pronto a giurare con i suoi ottanta monaci che l'accusa fatta da Amaury è falsa. Carlomagno non gli crede, e si stabilisce che Huon ed Amaury si batteranno a duello. Amaury è ucciso senz'aver prima confessato il suo delitto, e Carlomagno non vuole riconoscere l'innocenza di Huon, al quale toglierà il ducato. Il giovane gli dice: – Poiché mi odiate tanto, prendete pure il mio feudo, ma datelo a Gerardo –. Carlomagno ricusa. Namo allora dice ai Pari di alzarsi e di abbandonare con lui l'imperatore, reo di un'ingiustizia così grave.
Carlomagno piange: ha perduto il figlio ed ora perde i suoi baroni! Li richiama e fa anche venire Huon, che s'inginocchia dinanzi a lui. Come condizione della pace gl'impone di andare in un luogo peggiore dell'inferno, nel quale ha già spedito quindici messaggeri, mai più tornati. Quel luogo è Babilonia, dove regna l'ammiraglio Gaudisse. Giunto dinanzi a costui, Huon dovrà troncare la testa ad una persona, dare tre baci a sua figlia, la bella Esclarmonda, e domandargli, in nome di Carlomagno, mille sparvieri, mille orsi, mille levrieri, mille giovinetti, mille donzelle bellissime, ed anche la sua barba e quattro denti suoi. – Volete dunque la morte di Huon? – domandano i Pari. Carlomagno proibisce al giovane di tornare a Bordeaux prima di aver compiuto la sua missione, e vuole ostaggi da lui. Huon gli lascia dieci dei suoi cavalieri, e domanda di condurre seco gli altri fino al Santo Sepolcro. Carlomagno gli concede di averli per compagni fino al Mar Rosso, ma non oltre.
In questa scena, il contegno e le parole di Carlomagno ci danno la prova, come ben nota il Gautier,3 che l'Huon de Bordeaux, nelle redazioni che ci restano, è opera della decadenza della poesia cavalleresca francese. Infatti, deve appartenere al tempo in cui l'ignavia e la debolezza dei successori di Carlomagno giunsero ad offuscare innanzi al popolo la sua figura, a renderla fiacca, irragionevole, crudele e spesso ridicola.
Ma a dire il vero, non so trovare, come l'illustre critico francese, una certa grandezza epica nella figura di Carlomagno quale ci appare al principio del poema. Il vecchio debole e stanco, divenuto incapace di reggere lo scettro, che quasi implora i suoi vassalli perché diano la corona a suo figlio, è così diverso dal superbo e forte vincitore dei Sassoni, dei Longobardi e di altri popoli valorosi, che si prova per lui, fin dai primi versi del poema, un senso di compassione. Questa si muta in ribrezzo, quando egli si mostra così ferocemente crudele verso il giovane Huon, e gl'impone di compiere un'impresa grottesca fra pericoli mortali.
Nota ancora il Gautier che in questa parte del poema, il trovero, che aveva incominciato a percorrere la via larga dell'epica, imitando nella serietà del racconto le chansons de geste, si piega improvvisamente verso i romanzi di avventure; e Gaston Paris ritiene che, tra i tentativi compiuti alla fine del secolo XII per rinnovare l'epopea francese, quando l'arido argomento della canzone di guerra non riusciva più ad allettare gli uditori, già avvezzi alle meraviglie della materia di Bretagna, questo è stato uno dei più riusciti.
Ma torniamo al duca di Borgogna, che parte senza speranza di rivedere la sua terra nativa. Gerardo, che deve governare il feudo durante l'assenza del fratello, arriva a Bordeaux e racconta alla madre quanto è accaduto. La nobile donna incomincia a piangere, e il suo dolore è tale che nessuno può confortarla. Per due anni ella soffre e languisce pensando al giovine Huon, finché piace a Dio di toglierla da questo secolo.4
Dopo le brevi e commoventi parole che ricordano il dolore inconsolabile della madre di Huon, il poeta riprende il racconto del viaggio lunghissimo e pericoloso del duca, che giunge a S. Pietro in Roma mentre il Papa celebra la messa. Quando ha finito, Huon lo saluta con riverenza, ed essendo da lui interrogato, gli dice che è figlio del duca Seguin. Il Papa l'abbraccia, perché è suo nipote.
Huon si confessa al Papa, e gli racconta le sue sventure. Questi vuole che dimentichi l'odio nutrito contro Carlomagno. Huon lo perdona. Il Papa gli consiglia di andare a Brindisi, dove troverà un cugino d'entrambi chiamato Garin de Saint-Omer, che lo accoglierà con affetto. Garin vuole seguire Huon, e abbandona per lui la moglie ed i figliuoli. Dopo quindici giorni, Huon ed i suoi compagni, giunti in Palestina, vanno presso il Santo Sepolcro a Gerusalemme, e Huon prega Iddio di assisterlo e di permettergli di tornare in Francia per far pace con l'imperatore. Il giovane dà licenza ai suoi cavalieri di tornare in Francia, ma questi vogliono accompagnarlo fino al Mar Rosso. Garin rimanda la sua nave a Brindisi, e tutti si rimettono in viaggio.
Avvicinandosi al bosco dove impera il piccolo Oberon, i cavalieri attraversano paesi desolati e selvaggi, fra i quali si trova la Femenie, povera e triste regione dove non risplende il sole (Solaus n'i luist), e dove i cani non abbaiano ed i galli non possono cantare. I cavalieri non si fermano, e giungono nella terra dei Conmains, che non mangiano il grano ma la carne cruda, come i cani; sono più coperti di pelo che i cinghiali, ed hanno orecchie così lunghe che li coprono tutti. Nel vedere questi mostri, Huon si spaventa, ma essi non fanno male a nessuno.
Più tardi, i cavalieri incontrano un uomo con una lunga barba. Huon lo saluta in nome di Dio; il vecchio accorre presso di lui, gli prende una gamba e la bacia più di venti volte. Da trent'anni abita in un bosco, senza aver mai incontrato un uomo che credesse in Dio, e poi è molto commosso perché Huon somiglia a Seguin, duca di Borgogna, che egli ha conosciuto.
Huon ed il vecchio, che si chiama Girolamo, si raccontano a vicenda la loro storia. Il vecchio vuole accompagnare a Babilonia il sire di Borgogna perché conosce l'ammiraglio Gaudisse, e dice che due vie menano a quella città. Una di queste è molto pericolosa, ma seguendola si può arrivare in quindici giorni alla meta del viaggio. L'altra vi conduce in un anno ed è una via sicura, lungo la quale si trovano osterie, città e castelli. Huon sceglie la via più breve, e domanda a quali pericoli andrà incontro. Girolamo risponde che si deve percorrere un bosco molto esteso, cagione di spavento ai viandanti, in cui abita un nano alto tre piedi e più bello del sole di nome Oberon. Se un uomo entrato nel bosco gli rivolge la parola, cade subito in suo potere, e deve restare con lui finché gli dura la vita.
– Non avrete percorso dodici leghe in quel bosco, – soggiunge Girolamo, – che lo vedrete innanzi a voi, e vi parlerà in nome di Dio con tali accenti che nessuno diffiderebbe di lui. Se non vorrete rispondergli, sarà tanto irato che si vendicherà in modo terribile.
Non basta al trovero di aver dato al nano piccolissimo la bellezza di un nume. Ora immagina che abbia la potenza di suscitare le tempeste, attribuita nel Medioevo alle streghe, agli elfi neri e ai malefici spiriti dell'aria, ed è strano trovare in lui questo carattere che lo avvicina ad esseri diabolici, mentre il suo trono è già pronto in Paradiso. Ma il trovero non si lascia fermare da certe sottigliezze nel delineare la meravigliosa figura di Oberon; eppure, credo che questa qualità malefica del nano sia uno dei ricordi più spiccati della sua origine pagana, mascherata dal trovero cristiano che ce lo presenta come amico di Dio e degno del Paradiso.
Girolamo dice dunque ad Huon che Oberon farà scoppiare un terribile temporale:
Car il fera et plovoir et venter,
Arbres brisier et fort esquarteler.
Come i maghi e gli orchi di certe novelline popolari, Oberon ha anche il potere di far sorgere ostacoli paurosi, per spaventare gli infelici da lui inseguiti; e Girolamo dice ancora a Huon che apparirà innanzi ad essi, nel bosco, un fiume largo e profondo. Ma come nella foresta incantata dove è messa a dura prova la forza di Tancredi e Rinaldo non si trovano che parvenze vane, così pure nella foresta di Oberon ogni cosa atta a sgomentare i cavalieri non è che una vana immagine. Purché Huon non si spaventi, potrà attraversare il fiume impetuoso senza bagnarsi né le calze, né le scarpe. Basterà per la sua salvezza che non dica una sola parola al nano. Huon promette al vecchio di non parlare, e seguìto da lui e dai cavalieri entra nel bosco di Oberon, dove si ferma sotto una quercia per riposarsi. Huon si duole perché non mangia da tre giorni, e Girolamo l'induce a cibarsi di radici. Da trent'anni il vecchio non mangia altro. Mentre il duca di Borgogna discorre con i suoi compagni, il nano giunge vicino ad essi, ed è veramente bello come il sole che risplende nell'estate. Ha un ricco mantello di seta con trenta strisce di oro fino,5 e tiene in mano un arco del quale si serve con grande maestria. Porta sospeso al collo un bellissimo corno d'avorio ornato con bende d'oro. Questo corno, che ha tanta importanza nella storia di Huon de Bordeaux, è più meraviglioso del corno di Orlando celebrato nella «Chanson de Roland», e di quello che sarà più tardi sonato da Astolfo, per spaventare i suoi nemici ed anche i suoi compagni 6. Il trovero, che ignora certamente le lontane origini mitiche del famoso corno, si compiace nell'enumerare le sue virtù meravigliose. Le fate lo hanno fatto in un'isola; una di esse gli ha dato il potere di guarire gli infermi che ne odono il suono. Un'altra ha voluto che questo suono potesse satollare chi ha fame e dissetare chi ha sete; un'altra ancora, che nell'udirlo l'uomo più infelice si mettesse a cantare; una quarta, infine, che se pur fosse suonato in luogo lontanissimo dalla città di Monmur, dove abita Oberon, fosse sempre udito da lui.