1Non dovevo bere il vino nel cartoccio
Lo sapevo che non dovevo bere il vino nel tetrapak.
Guarda te che effetti che combina. Prima quel sonno di piombo, nemmeno fossi caduto da un viadotto. E adesso questo risveglio da bradipo e questa allucinazione che non se ne va, rimane lì, immobile, ronzante. Chiudo gli occhi, li apro, li richiudo, stringo forte le palpebre, li spalanco, ma il disco metallico è ancora sopra di me, con tutte le sue luci tonde e bianche. E poi il freddo. Ditemi voi se è possibile sentire la schiena e il culo gelati, adesso, ad agosto. No, non dovevo davvero bere quel vino nel cartoccio.
Ma è tutta colpa mia. Colpa del mio buon cuore. Io non so dire di no. Si presenta quel mentecatto – solo un mentecatto con psoriasi e giacchetta turchese può avventurarsi fino a una cascina diroccata con la speranza di piazzare il suo schifoso prodotto – e io mi gonfio di stupore. Nessuno aveva mai osato tanto. Né rappresentanti della Folletto, né tifosi di qualche religione. Intorno a Stupinigi, ai due lati del viale che conduce alla Palazzina di Caccia, si sa, è terra di nessuno, solo prati e ruderi. E il campo nomadi, laggiù, verso Torino. E qualche puttana. E il Cardo, che poi sarei io.
Ma lui, il mentecatto, ha varcato l’arco di ingresso del vecchio podere abbandonato, si è fatto largo fra il trattore arrugginito e il glicine selvatico che sta mangiando il muro e ha bussato ai miei vetri, tuffando timidamente la testa oltre il battente della porta aperta sull’aia. Io ho pochi amici, o meglio, non ho nemmeno amici, solo conoscenti. E loro sanno che ho scelto di vivere in una cascina semiabbandonata per tenermi alla larga dai moduli, dalle bollette, dai registri e da tutti quelli che vogliono spiegarmi o vendermi qualcosa. Girare al largo, smammare, tritare i coglioni altrove, grazie. E invece, lui, il venditore porta a porta, era lì.
“Sono il rappresentante di un nuovo produttore di vino. Abbiamo aperto un punto vendita qui a Torino, nel quartiere Mirafiori… Sono qui per la promozione... C’è un’offerta su queste confezioni, un’offerta imperdibile, sa, per farci conoscere, se lei avesse due minuti...” miagola lo squamato, indicandomi con il mento la scatola che regge a due mani.
Io resto immobile, con il pennello gocciolante – nel senso buono, maiali: sto terminando un trompe-l’oeil su un paravento – e lo guardo. Non è tanto la teiera pelata che mi fa riflettere, quella no, non c’è niente di male a perdere i capelli, dicono addirittura che dipenda dagli ormoni. No, quello che proprio mi intabacca, che mi gonfia le giugulari come fossero oleodotti, è il tono petulante. Al mercato gridano come fossero a un incontro di boxe, ’sti commercianti, ma quando vengono a casa tua belano e piagnucolano. Io di norma li mando a cagare sulla carbonina, quelli che si presentano alla mia porta per piazzare la loro merce, ma questo, dico la verità, mi fa quasi pena. E poi è sudato, mite, ha i baffetti biondi, per giunta, e sorride in modo forzato. Sembra un cane. E poi, almeno, è un rappresentante di vini.
“Su, entra, Boby” gli dico. Lui torce la testa indietro, poi capisce che parlo con lui e ubbidisce.
C’è qualcosa di strano, in tutto questo? No. È la fiera dell’ovvio, il trionfo del banale, l’apoteosi dell’ordinario. Siamo nel nucleo della vita domestica, sulla cresta del quotidiano. E allora perché da quel momento non ricordo più una fava? Perché adesso mi si incrociano gli occhi, perché tutto riprende a girare? Ah, la mia testa... è come se un cammello l’avesse trovata in mezzo al fieno e l’avesse biascicata per tutto il giorno e poi risputata a terra. Devo chiudere gli occhi. Quel disco volante che ho davanti mi sta accecando, con le sue luci tonde. Altro che vedere doppio, ne vedo almeno dieci. Ma che cosa c’era in quel vino? Ora sento anche le voci. Fra un minuto magari mi ritrovo in compagnia di quella là, come si chiama, quella che sentiva le voci... Ah, sì, una certa Giovanna d’Arco. Sentiva le voci, mi ha detto un giorno Ribò. Mah! Speriamo solo che abbia un bel paio di tette, ’sta Giovanna qui, che non so nemmeno chi è. Tanto, fra allucinati ci capiamo. Sento le voci. Ce n’è una, bassa, di maschio, che dice: “Il campo è pronto” e un’altra, sembra una donna, che ripete: “Non sale, non sale”. Non chiedetemi che cos’è che non sale. Niente, comunque, che mi appartenga, lo giuro sul peperone.
E poi arriva la pelle d’oca.
Chi non ha mai dato un morso a un gessetto da lavagna non sa che cosa sia la pelle d’oca. A me è successo. Avevo undici anni, eravamo in classe, nella scuola dove ho ripetuto i miei anni migliori, dietro Porta Palazzo. Stavamo aspettando l’insegnante di non so che. Io stavo girando fra i banchi, quando vedo quel carciofo di Villa vicino alla lavagna, con una sbarretta di Kinder in mano, di quelle chiare. Dammene un morso, gli faccio, pregustando il trucco in cui eccellevo, poggiare gli incisivi su una frazione esigua di sbarretta e poi, con gran velocità, portare la bocca in avanti e staccare con un morso i tre quarti della preziosa leccornia. Ma lui sapeva, mi aspettava, l’infame, o forse lo avevo già colpito. E proprio mentre sto per azzannare il Kinder lui, con un’abilità che ancora oggi gli ammiro, sostituisce la merendina con un pezzo di gesso da lavagna. Non me ne accorgo e mordo. Mordo e vengo percorso da una corrente di gelo. I denti mi si inchiavardano, atteggio la bocca a serratura di lucchetto e comincio a far scorrere sempre più rapidamente i palmi delle mani sulle cosce per scacciare dalla pelle quel doloroso fastidio che morde il midollo e percuote il cervello, mentre giro e rigiro su me stesso, piegando le gambe e avviticchiandomi fino a cadere a terra.
Ecco, una pelle d’oca di quel tipo, moltiplicata per dieci, ha invaso, ora, tutta la mia carcassa: ma non ho dato morsi al gesso, questa volta. La pelle d’oca, in questo momento, è dovuta alla fifa. La paura, il terrore, usate la parola che volete, perché ho visto i marziani, ho visto le facce dei marziani, sotto il disco illuminato.
Facce? Ho detto facce? Ma fammi il piacere. Se avessi visto delle facce, per quanto brutte, non avrei certo pensato ai marziani. La faccia è roba da umani, no? Faccia di merda, di bronzo, di cazzo, di tolla, da schiaffi, tosta, doppia o come il culo, ma sempre faccia, umanissima faccia. Questi, invece, hanno la testa, ma sono senza faccia, e sono verdi. E quindi: marziani. Gli occhi però sono simili ai nostri. Solo gli occhi, però, perché sopra e sotto non c’è niente, solo una superficie verde che si gonfia un poco, ritmicamente, nella zona dove a noi hanno fatto la bocca.
Sono sopra di me, mi guardano, mi scrutano. E io sono legato, mi rendo conto solo adesso di essere legato... Merda, sono legato, disteso su un piano di ferro... Ho cercato di portare una mano davanti agli occhi per proteggermi dalle luci tonde e dal progressivo avvicinamento dei due marziani, ma non ci sono riuscito. Il mio polso destro ha stretto un patto con il piano metallico e non si lasciano più. Il braccio sinistro nemmeno lo sento. Che succede?
“Non sale, Maurizio, non sale...” ripete la voce femminile. Maurizio? Mai saputo che un marziano potesse avere nome Maurizio. Di solito si chiamano Ipsilon Ventuno, o Gzk, non Maurizio.
“Che cos’è che non sale?” balbetto, mentre mi rendo conto che le parole escono dalla mia bocca come se fossero pronunciate da uno sformato di spinaci a fine cottura. Poi tutto riprende a girare, i marziani da due diventano sei, le luci bianche si moltiplicano, si colorano, assumono la forma di silenziose esplosioni policrome, fuochi d’artificio muti, i botti. Mamma corri, ci sono i botti. Andiamo a vedere i botti. Ecco, vedo i botti al rallentatore...
Quel vino è peggio dell’acido lisergico, parola del Cardo. Ma io lo so: con il vino ci vuole pazienza. Se ti agiti è peggio. Bisogna restare lì, calmi, con la bocca melmosa e la nausea che monta e aspettare. Fra un po’ mi sveglio e mi ritrovo davanti il venditore pelato e il suo vino di merda.