2.-1

2020 Words
2. No Man’s Land, così chiamavano Holland Avenue: terra di nessuno. Era uno di quei quartieri che ci sono più o meno in tutte le grandi città. Un concentrato di edilizia popolare nata già degradata, criminalità, abbandono scolastico e disinteresse istituzionale. Se al telegiornale dicevano che un corpo privo di documenti era stato trovato per la strada, probabilmente era successo dalle parti di Holland Avenue. Se c’era uno scontro tra gang... nove volte su dieci era a Holland Avenue. Se si parlava di droga, prostituzione, riciclaggio, ricettazione, furti, rapine, baby-gang... di solito Holland Avenue era il quartiere in questione. Dopo avermi spiegato dov’ero finita, “Joe”, lì, mi precedette lungo un corridoio spoglio, le pareti deturpate dalle scritte, lo sfarfallio di un neon che rendeva ancora più inquietante la scena. L’aria sapeva di chiuso, di patatine fritte, di m*******a e di urina. “Joe” mi portò su per una rampa di scale, lungo un altro corridoio, fino a una porta blindata. Aprì con il suo mazzo di chiavi e accese la luce. Mi fece segno di entrare. Tentennai di nuovo come avevo tentennato prima. Lui si guardò il torace come a controllare la situazione. Mi resi conto che sul disegno mimetico della sua t-shirt si stava allargando una macchia di sangue. «Sul serio... pensi che sia così pericoloso, ora come ora?». La risposta era sì, ovviamente. Adesso che lo vedevo alla luce avevo meno dubbi di prima. Era alto, snello ma muscoloso, sulla trentina, chiaramente in grado di sopraffarmi anche da ferito. Ma nonostante la faccia da delinquente, non aveva uno sguardo cattivo. Aveva uno sguardo grigio che sulla pelle color caffelatte spiccava in modo particolare. Il naso era affilato e rotto almeno una volta, il mento lungo e ispido... i denti bianchissimi. Ricordavo la bocca orripilante del suo amico, con i denti storti e gialli come quelli di un roditore, e la sua bocca mi sembrò strana. Ma lasciai perdere e lo seguii all’interno. Era un monolocale con bagno. Su una parete un mobile-letto, in quel momento chiuso, sull’altra una cucina a incasso, contro la terza un tavolo con sopra un computer e una TV. «Senti, Joe... ti chiami Joe, giusto?» iniziai. «Joseph Torres. Puoi chiamarmi Joe, se mi ricambi il favore e mi dici chi sei». Mentre parlava si sfilò la maglietta con una smorfia di fastidio. La coltellata gli attraversava gli addominali. Sanguinava ancora, ma non sembrava profonda. «Cordelia Southwark. E penso che quella vada disinfettata». Lui ridacchiò. «Come il giudice Southwark? Che fortuna». Non mi aspettavo un commento del genere. Suppongo che mi si lesse in faccia quello che pensavo, che poi era: perché uno come Joe dovrebbe conoscere mio padre, anche solo di fama? Poi pensai che probabilmente la risposta non mi avrebbe rassicurata e che quindi preferivo non saperlo. «È mio padre» ammisi. Joe inarcò un sopracciglio, ma lasciò cadere l’argomento. «Vado a disinfettarmi. Puoi tirare giù il letto, se vuoi riposarti. O usare quella sedia, non voglio suggerire niente di strano. E dovresti asciugarti i capelli». Entrò in bagno e mi lanciò un asciugamano dalla porta. «Ecco. In quel cassetto ci sono delle magliette pulite, serviti pure». Si chiuse dentro, lasciandomi lì come una scema. Mi sedetti davvero sulla sedia che mi aveva indicato e per prima cosa mi occupai di un dettaglio al quale gli uomini non pensano mai: le scarpe. Mi sfilai i sandali con il tacco alto e mi sgranchii le dita dei piedi. Avevo camminato per chilometri su quegli affari, sotto la pioggia e su un terreno irregolare. Togliermeli mi fece emettere un sospiro di sollievo. Poi mi asciugai i capelli. Sono lunghi e castano-ramati, purtroppo riccioli. Me li asciugai energicamente, ben consapevole che senza un chilo di balsamo avrebbero finito per assomigliare a un cespuglio rotolante del deserto dell’Arizona. Fatto questo, per me il passo successivo sarebbe stato liberarmi del vestito bagnato e infilarmi una maglietta asciutta, ma a farlo lì, in mezzo al monolocale di uno sconosciuto, non mi sentivo molto a mio agio. Joe era ancora tappato in bagno e non avevo idea di che cosa stesse facendo. Avevo sentito il rumore della doccia, poi più niente. «Ehm... Joe?» mi decisi a chiamare, dopo aver aspettato un altro po’. «Joe, tutto bene?». Non ebbi risposta e la cosa mi preoccupò. Forse era ferito più gravemente di quello che pensavo. Forse mentre io mi asciugavo i capelli lui stava morendo dissanguato. «Joe?» chiamai di nuovo. «Joseph, sto per entrare». Speravo di non trovarlo occupato in qualche attività che avrei preferito ignorare: con una siringa piantata nel braccio o impegnato in una sessione autoerotica. Con la gente non si può mai sapere. Con un tipo come quello... be’, non sapevo che cosa aspettarmi. Aprii la porta e scoprii che era in parte bloccata da qualcosa. Subito dopo capii di che cosa si trattava, ed era il corpo di lui. «Joe!». Con un po’ di sforzo riuscii a infilarmi all’interno. Joe giaceva sul pavimento del bagno in una posa scomposta, con addosso solo un accappatoio aperto e con i capelli bagnati. La ferita sul torace continuava a non sembrare molto terribile, anche se aveva perso ancora un po’ di sangue. Ma non molto, capite? Non così tanto da far pensare che potesse essere mortale. Mi accucciai accanto a lui e lo scossi per una spalla. «Joe? Joe, svegliati, ti prego. Non ho il telefono... non posso nemmeno chiamare l’ambulanza!». In realtà lui socchiuse gli occhi quasi subito. Mi mise a fuoco, confuso, e sbatté le palpebre. «Che cosa...» «Non uscivi. Non rispondevi. Sono entrata a controllare. Devi dirmi dov’è il tuo telefono... chiamo un’ambulanza». Per qualche secondo Joe mi sembrò senza parole. Poi si richiuse l’accappatoio e cercò di sollevarsi sui gomiti. «Nah, non serve. È stato solo il calo della tensione, unito all’acqua calda. Non sono nemmeno caduto. Sono... non lo so, mi sono piegato sulle ginocchia e sono scivolato a terra». Lo aiutai a mettersi seduto e lui si allacciò anche la cintura. Per inciso, avevo già visto tutto quello che c’era da vedere e in completa onestà non potevo affermare che mi avesse fatto schifo. Il nostro caro Joe, lì, era in forma da morire e aveva anche un... ehm, ma ovviamente non era il momento per considerazioni frivole di questo tipo. «Senti, facciamo una cosa. Ti aiuto ad arrivare al letto. Ci penso io a incerottarti. Ma se perdi conoscenza ancora una volta chiamo l’ambulanza. Possiamo dire che ti sei ferito in cucina». Lui fece una smorfia sarcastica. «Sì, certo. Con uno Skull morto a cinquecento metri da qua possiamo dirlo di sicuro. Ascolta... come hai detto che ti chiami?». «Cordelia». Mi guardò inespressivo. Cioè, ci provò davvero, a non ridere. Lo feci io. «Lo so. Mi chiamano tutti Delia, comunque». Pensai anche che fosse buffo che la prima volta in cui gliel’avevo detto fosse stato così colpito dal cognome da non far caso al nome proprio, ma su quello non dissi niente. «Okay, Delia. Mi serve solo una mano per alzarmi» concluse lui. Lo presi per le ascelle e lo tirai su. Sono molto alta e piuttosto forte, per essere una ragazza, ma comunque non fu facile. Una volta in piedi lo sorressi fino all’altra stanza, prima di rendermi conto che avevamo un problema. «Resta appoggiato al muro» gli dissi, mentre tiravo giù il letto. Anche quello non fu semplicissimo, non avevo mai avuto un mobile-letto come quello. Armeggiai per un po’ con il meccanismo e alla fine tirai giù un letto a una piazza e mezzo con delle lenzuola gialle stropicciate, ma pulite. Supponevo che il piumino fosse in uno dei cassetti. Aiutai Joe a stendersi sul letto. L’accappatoio era tutto umido (in realtà quel posto era piuttosto freddo, anche se non freddissimo) e bisognava toglierlo. «Dimmi dove tieni le mutande. Così ti puoi infilare quelle e io ti tolgo questo coso, okay?». Joe annuì. Sembrava imbarazzato e anche quello era un po’ strano. Non aveva l’aspetto del genere di individuo a cui potesse importare di mettere in mostra la mercanzia. La mercanzia, per inciso, sembrava di ottima qualità. Mi spiegò dove teneva boxer e pantaloni del pigiama. Mentre li prendevo aggiunse: «Non ce la faccio a portarti a casa, stanotte. Cioè, non riesco a guidare. Ma se mi lasci dormire qualche ora ti ci porto domani prima di andare al lavoro. Dormo per terra, okay?». Gli infilai i piedi nei boxer e tirai su fino a metà coscia, poi distolsi lo sguardo, lasciandogli il tempo di sistemarsi. «Non dire idiozie. Primo, non dormi per terra. Secondo, se mi presti il telefono chiamo un taxi. Terzo, non credo che dovresti andare al lavoro, domani». Lui sospirò. «In bagno ci sono delle garze e dei cerotti» disse. Li andai a prendere. Lo aiutai a sfilarsi l’accappatoio umido e a infilare i pantaloni del pigiama. Poi versai un po’ di betadine su un fiocco di cotone e iniziai a disinfettargli la ferita. Non era profonda, quello l’avevo capito subito, ma era comunque un taglio lungo una ventina di centimetri. Mentre lo disinfettavo Joe fece una serie di smorfie, ma cercò di attenersi a un modello “vero uomo” che tutti sapevano non essere mai esistito. «Non puoi chiamare un taxi» disse, quando ebbi finito di disinfettarlo. «Seriamente: credi che un taxi ti verrebbe a prendere qua, alle tre e mezza di notte? Puoi provare domattina, ma a quel punto posso accompagnarti io, non è un problema. E, no, al lavoro devo andarci per forza, se no mi licenziano. Ma siccome non voglio contraddirti su tutto, grazie, dormirò nel mio letto». L’ultima frase l’aveva detta con un mezzo sorriso, ma il sorriso svanì quando gli appoggiai una garza sulla ferita. «Cristo se brucia» borbottò. «Be’, ora blocco la garza con qualche cerotto, ma domattina devi farti fare una fasciatura completa... dato che devi andare per forza al lavoro. È il genere di lavoro di cui si può parlare in pubblico o...» «A stento. Faccio il meccanico. In nero. Sei molto gentile a, sai, incerottarmi e tutto». Lo guardai. Sembrava rilassato, anche se un po’ suonato e sofferente. E mi piaceva. Mi piaceva il suo modo di fare e di parlare. «Be’, si può dire che tu mi abbia salvata, prima». Lui allungò un braccio per prendere anche il pezzo di sopra del pigiama. Strizzò gli occhi per il dolore e cercò di infilarselo da solo. Lo aiutai. «Suppongo di sì. D’altronde tu mi stai salvando adesso, in pratica. Ecco, sono a posto. Il piumino è in quel cassetto, ti dispiacerebbe...» Presi il piumino e lo aiutai a mettersi sotto. Una volta sistemato lui pensai a sistemare me. Mi aveva detto che potevo usare una delle sue magliette e mi sembrava una buona idea. Andai in bagno, mi spogliai e mi lavai. Poi mi rimisi gli slip e la maglietta di lui. Come supponevo non era abbastanza lunga per farmi da vestito per la notte. L’ho già detto, sono molto alta, per essere una ragazza. Sono alta, lunga, e purtroppo ho due grosse tette, che sul mio fisico sembrano finte. Le detestavo da una vita, ma non avevo mai trovato il coraggio per fare una mastoplastica riduttiva. In ogni caso, la maglietta di Joe mi arrivava ai fianchi e, senza il reggiseno a contenerle, le mie tette sembravano due siluri sulla rampa di lancio. E, ovviamente, i miei capelli formavano una specie di fungo nucleare. D’altronde, mi dissi con filosofia, l’unico che mi avrebbe vista conciata così era un appartenente a una gang criminale, tra l’altro più morto che vivo. Spensi la luce e tornai nell’altra stanza. C’era una cosa da dire: era tutto pulitissimo. Era l’appartamento più spartano che avessi mai visto, ma era anche uno dei più ordinati e ben tenuti. Quando chiusi la porta del bagno Joe voltò la testa e mi guardò. Avrei preferito che dormisse già, ma potevo convivere con la sua occhiata quasi smarrita. Mi infilai sotto al piumino accanto a lui e mi allungai per raggiungere l’interruttore. Il buio placò un po’ il mio disagio. «Hai preso un antidolorifico?» gli chiesi. «Sì. Sto aspettando che agisca. Posso farti una domanda?». «Mh-mh». «Come cavolo ci sei finita qua, in piena notte?». Non era una domanda così indiscreta. Anch’io al suo posto me la sarei fatta. «Ero a una festa. A Seagull Nest, con questo tizio di nome Robert. Non lo conoscevo bene, ma mi sembrava carino. Invece era un idiota». «Sì, mh?». «Non nel senso... oddio, forse anche in quel senso, non lo so. Suppongo che desse per scontato che avrei finito la serata nel suo letto». «E invece. Guarda che fortuna». Risi sottovoce. «Già. Ma... hai presente quel genere di persona che non fa che sparare cavolate irritanti? Ha continuato così per tutta la sera. A pippare coca e a sparare cavolate. Abbiamo iniziato a litigare non appena ci siamo messi in macchina... finché a un certo punto non gli ho chiesto di farmi scendere».
Free reading for new users
Scan code to download app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Writer
  • chap_listContents
  • likeADD