LXI “Il vecchio ed il rapace”
(il Bacurau)
Prologo
La responsabile della docenza della Università Avalon, nonché della casa editrice, lo aveva convocato in Italia a Castellammare di Stabia “per comunicazioni urgenti”. Learco stava leggendo la e-mail appena giunta. Notò che era stata digitata sulla carta intestata che riporta il logo con la “Corona Navalis”, segno dell’ufficialità della cosa. Il testo era laconico e non faceva prevedere nulla di buono. Questo era ciò che stava pensando lo scrittore. L’invito aveva il sapore di un ordine che non si poteva ignorare e riportava la firma della “Preside”, così chiamata da tutti, nonostante avesse un cognome molto noto nella regione, ma Learco sapeva che stava per abbreviazione di “Presidente”.
Il fatto era che la Preside, pur avendo un corpicino esile ma molto energico, sapeva imporsi con la sua personalità talmente spiccata che difficilmente le si poteva opporre un rifiuto. Era una anziana insegnante di Vico Equense che quando parlava si rivolgeva, compitamente, alle persone dando del “voi”. Quella del “voi” è una espressione di grande riguardo che, nella napoletaneità del linguaggio, si dà alle persone che più si stimano. Quando si parlava di lei, poco mancava che ci si mettesse sull’attenti togliendosi il cappello, per chi lo portava in capo. Ciò non toglie che avesse una mentalità giovane che gli proveniva dall’aver vissuto accanto ai “suoi ragazzi” come amava definire le leve che preparava ad affrontare il futuro nel mondo accademico ed, anche, in quello professionale e questo fatto la rendeva molto simpatica a Learco. In qualche occasione avevano avuto dei battibecchi e più d’una volta l’anziana professoressa s’era lasciata andare, definendo Learco: “…un ragazzaccio troppo cresciuto ed impertinente”. In altre occasioni aveva, invece, asserito: “…è, come sempre, un galantuomo. Peccato che dopo di lui la fabbrica abbia cessato la produzione”. Tra il serio ed il faceto, si era instaurato uno strano rapporto fatto di stima, confidenza, affetto con un pizzico di gelosia da parte della donna, anche se mai nulla era avvenuto tra i due, che continuavano a darsi alternativamente del “voi” e del “lei”.
Allo scrittore non era restata altra scelta che quella di obbedire ed aveva quindi acquistato il biglietto di viaggio aereo che da Guarulhos lo avrebbe portato a Monaco di Baviera in Germania e di lì, con altro volo interno, fino a Napoli. Aveva comunicato la data e l’orario di arrivo in modo che potessero andare a prenderlo nell’Aeroporto di Capodichino.
Spazio aereo sull’Oceano Atlantico - Volo Lufthansa LH 505 – Venerdì 17 maggio 2013 - “A bordo dell’aeromobile”
Nonostante il breve tempo a disposizione, Learco era riuscito a trovare posto su un aereo della Lufthansa perché molte persone superstiziose non amano viaggiare di Venerdì e tanto meno quando questo cade il 17 di un mese dispari e di un anno le cui due cifre finali riportano il 13.
Il decollo dall’Aeroporto di São Paulo-Guarulhos era avvenuto alle 16,50 con qualche minuto di ritardo ed ora lo scrittore si trovava comodamente seduto nella poltrona a lui riservata su quell’aeromobile che già stava volando sopra l’Oceano Atlantico. Ogni sedile era dotato di un sistema di intrattenimento personale con Visual Audio on Demand ma la dimensione della poltrona differiva a seconda del tipo di classe… a più elevata classe e costo, corrispondeva maggiore comfort. Quello della Lufthansa era un velivolo, ad ala fissa, costruito dalla “Airbus S.A.S.” contraddistinto dal codice “A 343”. Con una apertura alare di 60 metri, una lunghezza di quasi 64 ed un’altezza di quasi 17, era in grado di ospitare 228 passeggeri: 196 in Classe Economica, 24 in Classe Business ed 8 in Prima Classe, oltre il personale di servizio.
L’aeromobile stava procedendo, spinto dai suoi quattro motopropulsori. Allo scrittore venne in mente che una buona parte degli aeromobili che coprono la tratta intercontinentale tra il Brasile e l’Europa montano motopropulsori forniti dalla “Embraer - Empresa Brasileira de Aeronáutica S.A.” ma la maggior parte dei viaggiatori dell’aria, che non siano brasiliani, non lo sanno.
Embraer è l’ azienda brasiliana costruttrice di aeromobili che è quarta al mondo per forza-lavoro dopo Boeing, Airbus e Bombardier, con quasi 17.000 dipendenti. è tra le top industries aeronautica per produzione di aerei di linea. Dal 1996, Embraer ha prodotto e consegnato più di mille aeromobili a più di 30 Compagnie aeree in 20 paesi nel mondo.
«Non male per un Paese che fino a poco tempo fa era considerato appartenere al terzo mondo» disse, tra sé e sé, Learco.
Nella tratta che ancora lo divideva dall’aeroporto d’arrivo di quel balzo transoceanico, la prima meta era a Monaco di Baviera in Germania dove l’arrivo era previsto per le 9,45 nel mattino del giorno seguente. Da Monaco, avrebbe preso la coincidenza con il Volo 1928 per Napoli ma su un velivolo più piccolo di una delle società per voli regionali appartenenti alla Lufthansa. Il suo viaggio sarebbe durato, in tutto, quasi 19 ore con una sosta di cinque ore in Germania.
Tre ore dopo il decollo, era stata servita la cena su simpatici piccoli vassoi. Il cibo era buono ed ottimo il vino europeo che veniva servito senza economia. A dire il vero, già da subito era passato il carrello delle bevande ricco di caffè, tè, Coca Cola, birra, aranciata e succhi di frutta d’ogni tipo.
Il problema era, tuttavia la noia e dopo aver ascoltato musica visto un film sul maxi-schermo, il tempo pareva non passare mai.
Learco chiuse gli occhi e, quando le luci interne si spensero e furono abbassate le tendine degli oblò, tentò di dormire un poco. Prima di assopirsi pensò che mancava dall’Italia da oltre un anno e che avrebbe profittato di quel suo rientro per fare una capatina a Genova dove i suoi familiari abitavano. Per il ritorno aveva ottenuto la possibilità di imbarcarsi da quella città per Monaco di Baviera e di lì volare nuovamente verso il Brasile.
Spazio aereo sull’Europa - Volo LH 505 – Sabato 18 maggio 2013 - “A bordo dell’aeromobile”
La notte era, bene o male, trascorsa nel dormiveglia in compagnia di pensieri e ricordi. Dal monitor posto in cima alla zona di Classe Economica appariva, ogni tanto nel buio, la sagoma dell’aereo sopra l’emisfero sorvolato. Learco, vedendo che si stava entrano nello spazio aereo europeo, fu preso da un’indicibile emozione anche se aveva fatto abitudine a quei lunghi viaggi sospeso nell’aria. Da quel momento la fretta d’arrivare doveva fare i conti con il tempo che pareva essere divenuto ancora più lento. Quando le luci interne si riaccesero e furono riavvolte anche le cortine degli oblò, una luce intensa riverberò all’interno dalle nubi bianchissime ed un via vai iniziò verso le toelette di bordo. Dopo qualche tempo, passati con salviette profumate e calde per l’igiene, le hostess e gli stewards iniziarono a darsi da fare per servire la prima colazione. Questi diversivi allentarono un poco la tensione che riprese, tuttavia, dopo. I passeggeri non vedevano l’ora di porre il piede a terra alla fine di tante ore di volo transoceanico. Sopra lo spazio aereo di Monaco di Baviera, quando l’aeromobile iniziò la discesa incontrò turbolenza: fuori pioveva violentemente. I passeggeri stavano con la cintura allacciata ed il silenzio aveva acuito la tensione nervosa. Qualcuno, forse mentalmente, pregava. Dopo tante ore di volo i minuti di tensione, anch’essi parevano sospesi tra il cielo e la terra tedesca e li si percepivano interminabili. L’aereo atterrò di piatto sulla pista ed i passeggeri proiettati verso l’alto compresero a che cosa servissero le cinture di sicurezza che li trattenevano alle poltrone. Quando il comandante spense i motopropulsori, un applauso spontaneo fu l’omaggio riconoscente per la sua abilità.
Il poter camminare, con stabilità, sul pavimento compatto dei saloni aeroportuali dava un certo senso di sicurezza. Quando si è in volo non si pensa a quello che, malauguratamente potrebbe accadere ma, inconsciamente, ci si sente un poco a disagio… insicuri.
Con passo lesto risalì la scala mobile che dal piano terra porta a quelli superiori e da lì percorse le diverse centinaia di metri fino al posto di controllo passaporti poi a quello di polizia, quindi era nuovamente ridisceso di un piano fino alla zona dei portali d’imbarco per le rotte europee.
«Ho ancora quasi quattro ore e mezza d’attesa…» si disse, guardando l’orologio da polso e poi pensò: «…ho tutto il tempo per prendere un caffè e leggere qualche giornale.»
Nei viaggi fatti negli anni passati aveva imparato ad utilizzare le piazzole contraddistinte dal logo di Lufthansa dove ci sono i distributori automatici di bevande, tè, cappuccino e caffè: tutto gratuito e senza limitazione quantitativa. Il giornale, gratuito e stampato in lingua italiana lo prese al bancone della Società che gestisce i voli diretti per l’Italia.
Nelle piazzole di Lufthansa ci sono anche poltroncine e tavolini con a lato le prese per la connessione del computer portatile e Learco ne profittò per mandare alcune e-mail: una alla Preside e l’altra a suo fratello. Il tempo dell’attesa per la coincidenza del volo, che sarebbe giunto dopo le 16,00 a Napoli, passò via veloce.
Italia, Castellammare di Stabia (NA) - Fondazione R A S – Domenica 19 maggio 2013 - “Sede della Università Avalon”
Learco era giunto al Campus della Università nel tardo pomeriggio del giorno prima ed aveva preso alloggio in una suite dell’impianto alberghiero riservato agli ospiti della “Uniavalon”. Aveva disfatto il bagaglio e, dopo una doccia, si era infilato sotto le lenzuola addormentandosi “di botto”.
Il mattino si era svegliato riposato del lungo viaggio e, ricordandosi di non aver neppure cenato la sera prima, era sceso in Sala Ristorante per fare colazione. Mentre, seduto al tavolo a lui assegnato dal maître, stava imburrando alcune fette biscottate sulle quali porre della marmellata, si avvide che verso di lui si stava avvicinando la Preside.
«Buon giorno e benvenuto!» esordì l’anziana professoressa, tendendogli la mano che Learco portò alle labbra per un compito inchino e baciamano.
«Sempre educato e galante» continuò la Preside senza dar modo a Learco di parlare, mentre le accompagnava la poltroncina da tergo.
«Già! Anche in Brasile è d’obbligo la gentilezza con le signore» riuscì finalmente a dire lo scrittore che poi aggiunse: «…non pensavo di incontrala oggi che è Domenica. Mi dica il perché di così tanta fetta.»
«Avevo voglia di fare colazione con il mio autore preferito e poi mi sono anche ricordata di quelle fette biscottate che voi imburrate e coprite con un velo di marmellata» rispose la signora, indicando con lo sguardo il piatto del suo interlocutore.
«Non mi verrà a dire che ho viaggiato, in aria, per oltre dodicimila chilometri a causa di qualche fetta biscottata!» Esclamò Learco che però voleva conoscere il vero motivo che si nascondeva dietro quella manfrina. Intanto il maître aveva aggiunto un coperto per la Preside versandole del caffè caldo nella tazza.
«Non solo questo…» rispose la donna che fece una sospensione per prendere una fetta già preparata da Learco. Dopo qualche boccone ed un sorso di caffè, riprese a parlare: «…ho due notizie per voi: una bella ed una meno bella. Quale volete conoscere per prima?»
«Mi dia prima la novella triste» rispose, rassegnato, Learco.
«Si dice che il Diavolo non è così brutto come si immagina…» disse la Preside, tanto per indorare la pillola. Quindi venne in argomento: «… i vostri libri si vendono bene e mi stavo chiedendo se voi, con il vostro talento, siete in grado di scrivere un altro libro “su commissione”. Già lo avete fatto con “Il segreto della Mata Atlantica” che è stato molto apprezzato dagli studenti del Corso di Naturopatia. Se ben ricordo, in precedenza è stata fatta la stessa cosa con altri tre libri.»
Learco rammentava bene i tre romanzi ai quali la Preside faceva riferimento. La cosa era accaduta quando gli era stato commissionato un libro sulla leggenda di Atalon, l’antica Atlantis, i cui sopravvissuti avevano fondato poi la città di Avalon dalla quale l’Università prendeva il nome ed anche una certa simbologia del logo, la Corona Navalis, legata al mare così come all’Oceano era unito il destino di “Atlantide”. In quell’occasione il romanzo era stato concepito con fatica ma dopo le prime pagine la penna aveva iniziato a scorrere più veloce ed i romanzi erano divenuti tre: una trilogia completa sul tema.
«Questa volta quale è l’argomento?» chiese Learco, immaginando qualcosa di auto celebrativo per la Uniavalon.
«Vivendo per molti anni in Brasile avrete appreso tantissime cose sugli usi e sui costumi degli Indios. Mi chiedevo se fosse possibile scrivere dei miti e delle leggende di quel popolo. È una cultura che va morendo e penso che sia importante metterla a disposizione di tutti scrivendoci sopra. Gli studenti della nostra Università, ne sono sicura, sapranno apprezzare una cosa del genere.»
«Sì, ne potrebbe venir fuori una bella raccolta di racconti e leggende indigene ma non è così facile. Per portare avanti un progetto del genere occorre fare una ricerca impegnativa. Tradurre non solo dal portoghese brasiliano ma sopra tutto dalla lingua tupì.»
«Mio caro Learco, nel passato avete avuto tante idee geniali dalle quali sono nati altrettanti romanzi avvincenti ma adesso sono a proporvi la sfida di questo che non sarà un comune romanzo.»
«Se non un romanzo, che cosa dovrà essere?»
«Una ricerca sul tema, scritta in chiave di racconti. Una cosa leggera in apparenza ma che sarà invece una cosa seria. E qui viene il secondo motivo per il quale vi ho fatto convocare, diciamo, in forma “ufficiale!»
Learco cominciava a capire il perché dell’uso della carta intestata, con la “Corona Navalis”, che l’Ateneo utilizzava solo per cose importanti. La curiosità di saperne di più lo spinse a porre, in maniera diretta, la propria domanda alla Preside.
«Quale è questo secondo motivo?» chiese lo scrittore che, tuttavia, stentava ad immaginare.
«La notizia bella, quella che voi avete lasciato per ultima: una Laurea Honoris Causa!»
«Non ho mai inteso chiederla e, poi, che legame ha con il lavoro del quale abbiamo parlato?»
«Ma non capite? Il precedente libro “Il segreto della Mata Atlantica” ed il risultato della vostra ricerca sulle “Leggende e Racconti indigeni” costituiranno la materia per la vostra tesi di laurea ed è su questa che si incentrerà anche la vostra lezione magistrale. D’altra parte le vostre conferenze che annualmente tenete presso la Uniavalon, su usi e costumi del Brasile, già sono delle vere e proprie lezioni sul tema.» Udendo quella inaspettata notizia Learco si ammutolì frastornato, era restato semplicemente esterrefatto.
«Che io sia un “brasilianista” è cosa nota tra gli studenti della Uniavalon ma non riesco ad immaginare in quale materia mi si possa insignire del titolo di dottore.» gli venne da eccepire.
«Questo sarà un mio problema… voi continuate a scrivere che al resto ci penso io!» rispose la Presidente, troncando così il discorso, come era solito fare quando non voleva essere contraddetta.
Brasile, Stato di São Paulo – Litoral Sul Paulista - Città di Peruíbe, Mercoledì 22 maggio 2013 - Casa dello scrittore Learco Learchi
Le diciassette ore di viaggio da Napoli a São Paulo, via Genova e poi Monaco di Baviera, e le altre tre per attraversare la capitale in metrô, prendere l’onibus e giungere nella sua casa di Peruíbe lo avevano spossato. Si era messo subito a letto per una lunga dormita già nel pomeriggio di Martedì e stava riposando profondamente cercando di riprendersi dalla fatica del viaggio di ritorno ma il suo era un sonno agitato. La preoccupazione, inconscia, di iniziare il nuovo lavoro lo stava turbando.
Quel Mercoledì si era alzato di buon’ora e subito, con ancora la tazza del caffè in mano, si era nesso alla consolle del suo computer, quando gli sovvenne di un personaggio realmente incontrato: un Indio. Lo aveva inserito in un precedente romanzo, quello intitolato “Il segreto della Mata Atlantica”. Quell’Indio della “Aldeia de Bananal” ne era il pajé e si chiamava Ararê. Learco lo conosceva bene e spesso lo incontrava al mercato delle bancarelle di frutta, verdura, articoli artigianali ed erboristeria che si teneva ogni Domenica nel Centro di Peruíbe.
«Sì, potrebbe andar bene come personaggio per l’avvio del romanzo» si disse, bevendo l’ultimo sorso dalla tazza, prima di iniziare a scrivere una nuova storia composta da molte altre. Learco aveva deciso di iniziare descrivendo Ararê e quello che soleva fare nell’Aldeia degli Indios, attorno al fuoco serale con suoi giovani discepoli. Così fece, digitando sulla tastiera ciò che, nel romanzo, sarebbe accaduto il giorno dopo.
Brasile, Stato di São Paulo – Litoral Sul Paulista - Bananal (Peruíbe) – Giovedì 23 maggio 2013 - “Il pajé Ararê”
Il villaggio degli Indios esisteva già prima dell’arrivo di Martim Afonso de Souza; il suo principale cacique era, in quel tempo lontano, conosciuto come Piriri Goa Ob Yg ed il villaggio si trovava nel Tapirama (Tapui-Rama), cioè la regione o patria dei Tapuia. Oggi il suo nome è mutato in Bananal anche chiamato “Aldeia Mãe”, giacché fu una delle prime riserve ad essere fondate nel litorale dello Stato di São Paulo. Il suo territorio fu infatti delimitato nel 1927, comprendendo un’area di 480 ettari e 9 chilometri di perimetro, localizzato in prossimità della costiera della “Serra do Mar”, sebbene distante dalla costa. Oggi conta circa una quarantina di indigeni di etnia Tupi-Guaraní che vi abitano. Ararê è, dopo il cacique, l’uomo più importante del villaggio, a lui tutti si rivolgono con deferenza chiamandolo “pai”. La sua conoscenza delle erbe curative, delle radici e di taluni minerali fanno di lui, Indio non più in giovane età, il pajé curandeiro delle malattie del popolo della sua tribù. La conoscenza di Ararê non si limita alle erbe ma egli è depositario di un grande sapere: la storia del suo popolo attraverso le antiche leggende.
È una sera, come tante, attorno al fuoco di un bivacco ed alcuni giovani Indios, dell’era moderna, i discendenti superstiti degli antichi abitatori prima della scoperta della “Terra da Vera Cruz” (così si chiamava inizialmente il Brasile), stanno ascoltando la voce di Ararê. Sebbene alcuni si siano diplomati presso la “USP”, l’Università degli Studi più prestigiosa di São Paulo, quello che egli sta insegnando nessun corso della scuola di oggi lo può loro erogare. I giovani apprendono storie mai scritte e forse un poco modificate dalla fantasia di chi le racconta. Si cibano di questo “pane dell’antico sapere” affinché la memoria non venga dimenticata.
«Sono certo che nessuno di voi conosce la leggenda del Guaraná» disse Ararê, notando con quanto piacere i giovani stavano centellinando la bevanda contenuta nelle moderne lattine.
«No! Non sapevamo che ci fosse una leggenda su questa bibita» rispose uno di loro.
«Non sulla bibita ma sulla pianta in generale. La bibita è venuta molti secoli dopo» chiarì Ararê.
«Ce la puoi raccontare questa leggenda?» propose il giovane di prima.
«Il guaranà ha una storia antica. È una pianta sacra per molte tribù di noi Indios. A causa del suo “strano” frutto, attorno a questa piccola pianta, che altrimenti sarebbe forse passata inosservata, sono nate tantissime leggende e miti. Vi è una leggenda che tramanda di un tempo molto remoto, dove visse una ragazza dall’aspetto e dall’animo gentile; il suo nome era Cereaporanga ed era protetta dalla dea della bellezza e della vita.» Ararê fece una breve pausa per meglio raccogliere i propri pensieri sparsi nella sua memoria ed ecco che cosa ne emerse.
"La leggenda del Guraná"