Chapter 13

2076 Words
V Tutto questo trambusto era durato un minuto. Le ferite di Fabrizio eran cosa da nulla: gli strinsero il braccio con strisce tagliate nella camicia del colonnello; e volevan preparargli un letto al primo piano dell’albergo. — Ma intanto ch’io me ne starò così ben custodito al primo piano, — diss’egli al quartiermastro — al mio cavallo seccherà di star solo nella stalla e se ne andrà con un altro padrone. — Per un coscritto non c’è male — disse il quartiermastro; e accomodaron Fabrizio su della paglia fresca, dentro la stessa mangiatoia cui era legato il cavallo. Poi, siccome Fabrizio si sentiva molto debole, il quartiermastro gli portò una tazza di vino caldo, e rimase un po’ a chiacchierare con lui. Qualche parola di complimento venutagli fuori in questi conversari portò il nostro eroe al settimo cielo. Fabrizio non si svegliò che la mattina dopo, allo spuntar del giorno: i cavalli scalpitavan furiosamente mandando lunghi nitriti; la stalla si empiva di fumo. Sulle prime non capì donde nascesse quel rumore, ne seppe raccapezzare dov’era; poi, mezzo soffocato dal fumo, si figurò che la casa fosse in fiamme: in un batter d’occhio fu fuori della stalla e in arcione. Alzò il capo: il fumo usciva con impeto da due finestre sopra la stalla, e il tetto era avviluppato da densi nuvoli che turbinavano. Un centinaio di fuggiaschi giunti nella notte all’albergo gridavano e bestemmiavano. I cinque o sei che Fabrizio vide un po’ da vicino gli parvero ubriachi fracidi; uno volle fermarlo gridando: — Dove porti il mio cavallo? Quando fu distante un quarto di lega circa, si voltò: nessuno lo seguiva e la casa era in fiamme. Riconobbe il ponte, pensò alle sue ferite e si sentì il braccio stretto dalle fasciature e assai caldo. «E che sarà del vecchio colonnello? S’è privato della camicia per farmi medicare.» Il nostro eroe quella mattina aveva tutto il suo ardimento: come se il sangue perduto lo avesse liberato da tutte le romanticherie. «A destra!» si disse, e via. Prese tranquillamente a seguire il corso del fiume che passato il ponte scorreva sulla destra della strada. E ricordando i consigli della cantiniera : «Che amicizia! — pensava — che animo sincero!». Dopo un’ora di cammino si sentì sfinito. «Ohe! Sta a vedere che mi piglia uno svenimento; — disse fra sé — se mi svengo, addio! mi portan via il cavallo, e forse anche i vestiti e coi vestiti tutto quel che mi resta.» Gli veniva a mancare la forza di guidar l’animale, e stentava a tenersi in equilibrio, quando un contadino che zappava in un campo vicino alla strada, vistolo in quello stato, venne a offrirgli un bicchier di birra e del pane. — A vedervi così pallido, v’ho creduto uno dei feriti della grande battaglia — gli disse il contadino. Soccorso non giunse mai più a proposito. Mentre Fabrizio masticava il pan nero, se gli veniva fatto di guardare innanzi a sé, sentiva gli occhi dolergli. Rimessosi alla meglio ringraziò. — E dove sono? — chiese. Il contadino gli spiegò che a tre quarti di lega v’era la borgata di Zonders, dove sarebbe stato curato benissimo. Fabrizio vi giunse senza saper bene che cosa facesse e non pensando oramai che a reggersi sul cavallo. Vide una gran porta aperta e vi entrò: era l’albergo della «Striglia». Accorse la buona padrona, un donnone gigantesco, che chiamò aiuto con voce commossa dalla pietà. Due ragazze aiutaron Fabrizio a smontare; appena posti i piedi in terra si svenne. Fu mandato per un chirurgo, che gli levò sangue: in quel giorno e nei seguenti Fabrizio non si rese conto quasi mai di quel che gli facessero, e dormì quasi sempre. La ferita alla coscia minacciava un ascesso. Quando aveva la testa a posto raccomandava che gli custodissero bene il cavallo e ripeteva che avrebbe pagato lautamente, del che la buona albergatrice e le sue figliuole s’offendevano. Da quindici giorni ormai egli era tenuto con grandissime cure e cominciava a riprender conoscenza, quando una sera s’accorse che le sue ospiti erano nell’aspetto alquanto alterate. Di lì a poco, un ufficiale tedesco entrò in camera: le albergatrici, interrogate, gli risposero in una lingua che Fabrizio non intendeva, ma egli s’accorse benissimo che parlavan di lui: finse di dormire. Un po’ più tardi, quando pensò che l’ufficiale poteva esser uscito, chiamò: — Quell’ufficiale non è venuto per segnarmi nella lista e farmi prigioniero? — L’albergatrice con le lagrime agli occhi rispose di sì. — State a sentire: nel mio dolman ci son dei denari: — disse mettendosi seduto sul letto — compratemi degli abiti da borghese, e stanotte partirò a cavallo. Mi avete già salvato la vita accogliendomi quand’io stavo per cader sulla strada: salvatemela ancora, e datemi modo di tornar da mia madre. Le figlie dell’albergatrice ruppero in lagrime: tremavano per Fabrizio; e poiché intendevano il francese a stento, gli s’avvicinarono al letto per fargli alcune domande. Discutevan con la madre in fiammingo, ma ogni tanto volgevan gli occhi inteneriti verso il nostro eroe; al quale parve di intendere che la sua fuga le avrebbe compromesse seriamente, ma ch’esse eran tuttavia disposte a correre il rischio. Egli le ringraziò a mani giunte con grande effusione. Un ebreo del paese fornì un vestito; ma quando verso le dieci di sera lo portò, le ragazze s’accorsero, paragonandolo col dolman, ch’era necessario restringerlo assai; e si misero subito all’opera che non c’era tempo da perdere. Fabrizio le pregò di cercare i pochi napoleoni nascosti nella vecchia uniforme e cucirli nel nuovo vestito. Avevano portato col vestito anche un bel paio di stivali nuovi. Fabrizio non esitò a pregar quelle buone figliuole di tagliar gli stivali da ussero nel punto che indicò loro e i diamanti furon cuciti nella fodera degli stivali nuovi. Per un singolare effetto delle perdite di sangue e della debolezza che ne seguiva, Fabrizio aveva quasi del tutto dimenticato il francese, e parlava in italiano alle albergatrici, che a lor volta parlavano un dialetto fiammingo: cosicché si intendevano per lo più a gesti. Quando le ragazze, del resto perfettamente disinteressate, videro i diamanti, il loro entusiasmo crebbe a dismisura: lo credevano un principe in incognito. Aniken, la minore e la più ingenua, l’abbracciò e lo baciò senza tanti complimenti. Fabrizio dal canto suo le trovava graziosissime; e quando, verso la mezzanotte, il chirurgo gli consentì di bere un po’ di vino, in considerazione degli strapazzi del viaggio cui stava per accingersi, quasi gli venne voglia di non partir più. «Dove potrei star meglio?» si domandò. Ma più tardi, verso le due della mattina, si vestì. Mentre stava per uscir di camera l’albergatrice stessa lo avvertì che il suo cavallo era stato portato via dall’ufficiale tedesco, il quale era venuto per una ispezione all’albergo. — Ah, canaglia! — gridò Fabrizio, accompagnando il grido con una bestemmia. A un ferito! — Il giovinetto italiano non era abbastanza filosofo per ricordare a che prezzo l’aveva comperato lui. Ma Aniken gli annunziò, piangendo, che era stato noleggiato per lui un altro cavallo: lei avrebbe voluto che non partisse: gli addii furono amorevoli. Due giovinetti robusti, parenti dell’albergatore, posero Fabrizio in sella, e per la strada lo sorressero sul cavallo, mentre un terzo che precedeva di qualche centinaio di passi il drappello, vigilava che non avessero a imbattersi in qualche pattuglia sospetta. Dopo un paio d’ore di cammino, si fermarono da una cugina dell’albergatrice della «Striglia»; e lì, per quanto Fabrizio insistesse, e checché loro dicesse, i giovinetti che lo accompagnavano non vollero lasciarlo: adducevano la pratica del bosco del quale nessuno meglio di loro conosceva i sentieri. — Ma domani, quando si saprà la mia fuga e non vi vedranno in paese, la vostra assenza può compromettervi — diceva Fabrizio. Si rimisero in cammino. Fortunatamente sul far del giorno una fitta nebbia avvolgeva la pianura. Verso le otto di mattina giunsero a una piccola città: uno dei giovinetti corse avanti per informarsi se a caso i cavalli della posta fossero stati rubati. Il maestro di posta aveva avuto tempo di farli sparire e di accaparrarsi delle carogne delle quali aveva rifornito le stalle. Andarono a cercar due cavalli nel padule dov’eran nascosti, e tre ore dopo Fabrizio montò in un calessino tutto sgangherato ma attaccato a due buone bestie. Aveva ripreso forza: il commiato dei giovinetti parenti dell’albergatrice fu patetico: non ci furon pretesti, per quanto amichevoli egli ne trovasse, che li inducessero ad accettar denari. — Nelle vostre condizioni, son più necessari a voi che a noi — opponevan sempre quei buoni giovani. E alla fine partirono con lettere in cui Fabrizio, un po’ rimesso dall’agitazione, s’era studiato di esprimere alle sue albergatrici i sentimenti che nutriva per loro. Aveva scritto con le lagrime agli occhi; e nella lettera ad Aniken c’era dell’amore sicuramente. Il resto del viaggio non ebbe nulla di straordinario; Fabrizio, nel giungere ad Amiens, soffriva molto della ferita alla coscia: il chirurgo non aveva pensato ad aprirla e, nonostante i salassi, l’ascesso si era formato. Durante i quindici giorni che Fabrizio passò nell’albergo d’Amiens, tenuto da una famiglia complimentosa ma avidissima, gli alleati invadevano la Francia, e le riflessioni profonde intorno a quanto gli era recentemente accaduto, fecero di lui un uomo in tutto diverso da quel di prima. Di bambinesco gli era rimasto questo soltanto: quel che aveva visto era, sì, o no, una battaglia? e, se mai, la battaglia era quella di Waterloo? Per la prima volta in vita sua trovò piacere nella lettura: sperava sempre di trovar ne’ giornali o ne’ racconti della battaglia qualche descrizione dei luoghi pei quali era passato con la scorta del maresciallo Ney e poi dell’altro generale. Quasi ogni giorno scriveva alle sue buone amiche della «Striglia». Guarito, se ne andò a Parigi, e nel suo antico albergo trovò venti lettere di sua madre e della zia che lo supplicavano di tornar subito. Nell’ultima lettera della contessa Pietranera c’era un che di misterioso che gli mise addosso grande inquietudine, e gli cacciò di mente tutte le tenere fantasticherie. Era il suo un tale carattere che una parola bastava perch’egli si lasciasse andare a previsioni fosche d’ogni sorta di malanni, e la sua immaginazione glieli rappresentasse coi più orribili particolari. «Bada di non firmare le lettere che scrivi per darci le tue notizie» gli diceva la contessa. «Non venir subito sul lago di Como: fermati a Lugano in territorio svizzero.» A Lugano doveva arrivare col nome di Cavi: nell’albergo principale troverebbe il cameriere della contessa, dal quale avrebbe tutte le indicazioni intorno al da farsi. La zia concludeva: «Nascondi in ogni modo la tua scappata, e soprattutto non conservare nessuna carta stampata o scritta. In Isvizzera avrai d’intorno parecchi amici di Santa Margherita{2}. Se avrò denari, manderò a Ginevra all’Hotel des Balances persona che ti dia ragguagli che non posso mandarti per lettera e che pur bisogna tu conosca prima di giunger qui. Ma per amor di Dio, a Parigi non un giorno di più! saresti riconosciuto dalle nostre spie». L’immaginazione di Fabrizio corse a figurarsi le più strane cose; e il suo unico piacere fu il cercar d’indovinare che diamine potesse avere sua zia di così straordinario da dirgli. Nel traversare la Francia fu due volte arrestato, ma riuscì a cavarsela: causa di queste seccature, il passaporto italiano, e quella singolare qualifica di mercante di barometri, così poco in armonia con l’aspetto giovanile e col braccio al collo. Finalmente, a Ginevra, trovò un uomo mandato dalla contessa, il quale per incarico di lei gli raccontò com’egli, Fabrizio, fosse stato denunziato alla polizia di Milano come reo di aver portato a Napoleone i deliberati di una vasta cospirazione organizzatasi nell’ex-Regno d’Italia. Se non era questo lo scopo del viaggio, diceva la denunzia, perché prendeva un falso nome? Sua madre si adopererebbe a dimostrare la verità, cioè: primo, ch’egli non era mai uscito dalla Svizzera; secondo, ch’egli aveva lasciato la sua villa all’improvviso a cagion d’un alterco col suo fratello maggiore. Nell’udire quel racconto, Fabrizio inorgoglì. «Io sarei stato mandato a Napoleone su per giù come un ambasciatore. Avrei avuto l’onore di parlare al grand’uomo? Magari!»; disse, e si ricordò che il suo settimo bisavolo, nipote di quello che era venuto a Milano con gli Sforza, ebbe l’onore di esser decapitato dai nemici del Duca che lo sorpresero mentre andava in Svizzera latore di proposte ai rispettabili Cantoni e ad assoldarvi milizie. Vide con gli occhi della mente l’incisione relativa a quell’avvenimento, che ornava la genealogia della famiglia. Il cameriere, interrogato via via, gli si mostrò finalmente indignatissimo di un particolare che gli sfuggì dalla bocca non ostante che la contessa gli avesse ripetutamente proibito di farne cenno: e cioè che l’autore della denunzia era Ascanio, suo fratello primogenito. Fabrizio, nell’udir quelle crudeli parole, poco mancò che non gli desse di volta il cervello. Poiché per andar da Ginevra in Italia si passa per Losanna, volle partir subito per Losanna a piedi, e far così a piedi dieci o dodici leghe; sebbene la diligenza che percorreva la stessa strada non partisse che due sole ore più tardi. E prima di uscir da Ginevra attaccò briga in uno dei più sordidi caffè della città con un giovinetto che, secondo lui, lo squadrava curiosamente.
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