LA FAMIGLIA DI LEGNO-3

2058 Words
Un momento dopo la porta di casa si spalancò. «Ma che diavolo…» Ryan Brown entrò, annusando l’aria ancor prima di sfilare cappotto e cappello spruzzati di neve. Non gli ci volle molto per individuare la fonte della puzza. Si precipitò sul camino, spinse Len contro la poltrona e con lunghe tenaglie tirò fuori l’ammasso informe che rimaneva della pistola. «Che ti è preso, ragazzino? Ci volevi affumicare tutti? Dan­nato fuoco, dannato fuoco!» Raggiunse la finestra, la aprì e, mentre alcuni pigri fiocchi di neve si poggiavano sul davanza­le, fece cadere all’esterno la plastica deformata. Tornò dentro, rimise a posto la pinza e fissò Len con le narici gonfie che si allargavano e stringevano. Il signor Brown era alto e grasso. La prima volta che Len lo aveva visto, si era chiesto se dentro quella pancia tonda ci fosse plastica. «Razza di ingrato, ti sembra il modo di trattare il regalo che ti hanno fatto i nonni?» «Che è successo?» La signora Brown entrò in salotto. Assag­giava l’aria come il giorno in cui aveva scordato in forno la fo­caccia dolce con l’uvetta. Un indice accusatorio puntò Len. «Questo piccolo bastardo ha buttato la pistola nel camino.» Ogni volta che il signor Brown parlava di lui, le parole gli ruzzolavano fuori dalla bocca. Len sapeva di non essergli sim­patico e il sentimento era ricambiato. Lo stesso giorno in cui era stato portato a casa Brown, appena Ryan si era seduto sul divanetto i volti nel fuoco avevano parlato. Len non era riuscito a capire cosa dicessero, ma aveva visto le labbra muoversi, i li­neamenti contorcersi. «Caro», ansimò la moglie. In risposta lui sfilò la giacca e la gettò sulla poltrona. «È un piromane. Poteva mandare a fuoco tutto, noi compresi. Pensa di essere in una tenda, in mezzo a quelli della sua razza? Questa è una casa civile. La mia casa civile. E io, cara, te lo dico chiaro e tondo: lo voglio fuori da qui. Ora.» «Ryan, calmati, lo sai cosa ha detto il professor Coleman: ci vuole tanta pazienza. Il bambino ha subito un forte shock.» Il signor Brown si era tolto il cappello e rimase a contem­plarlo in silenzio. «Facevi prima a scopartelo, il professor Co­leman, invece di starlo a sentire», borbottò, e appese il berretto all’appendiabiti. «Almeno non ci saremmo ritrovati a casa questo piromane del cazzo.» L’occhiataccia che Lisa Brown scoccò al marito avrebbe spento le fiamme del camino. «Modera il linguaggio davanti al bambino.» «Okay, okay, scusami. Sono nervoso. Oggi a quel maledetto emporio è stato un inferno. Ma che cazzo gli prende alla gente, la Vigilia di Natale?» La signora Brown si avvicinò al marito, lo baciò sulle labbra e gli carezzò guancia. «Lo so, caro, lo so. Senti, lascia Len a me, tu occupati dei bambini, va bene?» Lui scosse il capo, ma lasciò la stanza facendo strisciare gli scarponi da neve sul tappeto. La sua assenza fece tornare le figure nelle fiamme. I volti erano spaventosi, ancora contorti nel loro dolore. Len indietreggiò, quando Lisa Brown mosse un passo verso di lui. La poltrona, però, gli bloccò la fuga. «Non ti avevo detto di guardare la televisione?» Le labbra di Len erano incollate. «Vieni, aiutami a cucinare.» Fu portato in braccio in cucina e fatto sedere su uno sgabel­lo, dal quale guardò la signora Brown impastare i biscotti, dar loro la forma di abeti e cuocerli. Se muoversi non gli era per­messo, si sforzò quanto più poté di non stare a sentire lo stupi­do chiacchiericcio della donna sulla preparazione. Il profumo dei dolci appena sfornati, però, non lo lasciò indifferente. Lei se ne accorse. «Ne vuoi uno?» Len ci pensò un momento, prima di staccare la mano destra dal suo Babbo Natale e allungarla verso la teglia. «No.» La signora Brown allontanò all’ultimo momento i dolci dalla sua portata. «Prima devi promettermi che farai il bravo.» Len guardò Lisa, poi i biscotti. Alla fine annuì. «Bene.» La donna prese un piccolo abete profumato e glielo porse. Prima che Len potesse prenderlo, però, lo tirò di nuovo indietro. «Un’altra cosa. Voglio che tu mi dica grazie.» Len aprì la bocca, e l’aroma speziato gli invase la bocca. «G-Gr…» Anche la parola più semplice gli si impigliava in gola, ma il dolce era lì, caldo e fragrante. Appiattì la lingua e si con­centrò. «’zie.» Gli occhi di Lisa Brown divennero enormi e gli incisivi pro­nunciati fecero capolino tra le labbra che si aprivano in un sor­riso. «Bravo, Len, bravo!» Lasciò cadere l’abete sulla teglia e corse ad aprire un cassetto. Prese un block notes e una penna, annotò qualcosa e tornò indietro. «Fai un’altra volta il bravo bambino e ti darò il biscotto.» Len si strinse al pupazzo. Aveva già parlato, dov’era il suo premio? Rimasero così per diversi minuti: lei con in mano un biscot­to, Len aggrappato al suo Babbo Natale. «Che ne dici di darmi il tuo pupazzo?» disse con calma la si­gnora Brown. Qualche giorno prima l’aveva sentita parlare con il marito. «La catatonia di Len potrebbe essere alimentata dal giocatto­lo», aveva detto. Non sapeva cosa significasse, ma non gli ci era voluto molto a capire che la signora Brown odiava il suo Babbo Natale. Gli chiedeva sempre di consegnarglielo e lui per tutta risposta lo stringeva più forte. Ormai non se ne separava mai e aveva preso a dormire supino con il pupazzo sotto di sé. «Dai, Len, ti darò due biscotti», insistette Lisa Brown. «E anche un giocattolo più bello. Che ne dici?» Prese dalla teglia un secondo abete, lo mise con l’altro sul palmo della mano e si protese verso Len. Lui indietreggiò, la schiena in equilibrio instabile sul bordo dello sgabello. Scese e mosse due passi a ritroso. La donna lo tallonò. «Len, dammi il pupazzo.» Lui scosse il capo. Una volta. Poi diede le spalle alla signora Brown e scappò. Superò la porta della cucina, corse lungo il corridoio e aveva quasi raggiunto le scale quando si sentì tratte­nere per una spalla. La faccia della signora Brown, persa la maschera buona, era tesa, piena di pieghe, gli occhi piccoli e la bocca tirata in giù. Len ebbe paura, ma rimase ritto mentre lei gli urlava: «Se ti dico di fare una cosa, devi farla! Adesso dammi quel pezzo di legno, forza.» Prima che Len potesse reagire, vide la mano di lei scattare e afferrare il braccio destro del Babbo Natale. Si tirò indietro, ruotando sul busto. Con Bobby e Jenny funzionava, mollavano la presa. Lei, invece, continuò a stringere. La colonna sonora del tira e molla, fatta dal respiro ansante di Len e da quello rab­bioso della donna, fu rotta da uno schiocco. Len rimbalzò indietro e guardò il pupazzo. Lo stringeva ancora al petto, era lì. Tutto tranne il braccio sinistro. Al suo posto, un moncherino appuntito. Sollevò lo sguardo sulla si­gnora Brown, fissò l’arto del Babbo Natale nel suo pugno chiuso. Dovette controllare di nuovo il suo giocattolo mutilato per realizzare cosa fosse successo. Gli occhi gli si appannarono, un piede prese a battere, segui­to dall’altro. E Len urlò, occhi chiusi, pugni stretti e bocca spalancata, a gettare fuori il dolore dell’amputazione come se fosse stato lui a subirla. La signora Brown provò a toccarlo, lui si scrollò di dosso la mano. «Len, calmati. È solo un giocattolo.» Lo prese di nuovo per la spalla e questa volta Len la colpì, più forte che poteva, alla cieca, tenendo il suo Babbo Natale ferito con un braccio e mulinando l’altro. «Fermo, fermo.» Lisa Brown gli artigliò il polso e lo torse. «Ti ho detto fermo, calmati!» Len smise di urlare e lei rilassò il volto. «Ti odio», sillabò Len, senza balbettii né inceppi. «Vi odio tutti.» Approfittò dello sconcerto della donna per liberarsi e correre in soggiorno. La prima cosa che incontrò fu l’enorme albero di Natale e vi si gettò contro con tutta la forza dei suoi cinque anni, della rabbia e della corsa sfrenata. Uno dei piedi che reg­geva l’abete si sfilò, gli altri tre, sotto la spinta di Len, persero l’appoggio e l’intero albero crollò su un fianco, contro il vetro interno di una finestra. Lo schianto fu seguito dal grido della signora Brown. Quando la donna lo raggiunse, Len cercava ancora di distri­carsi dai rami e dagli addobbi. «Piccolo bastardo», ringhiò Lisa Brown. Mise a posto il piede sganciato dell’abete e lo riassestò, con Len ancora impi­gliato. Attese che si liberasse dall’ultimo filo di luci intermit­tenti per prendergli un orecchio tra indice e pollice. «Che hai fatto? Che hai fatto a chi ti vuole solo fare del bene?» Lo strat­tonò lontano dal soggiorno, lungo il corridoio. «Educazione. Buona educazione, questa devi imparare. E al diavolo il siste­ma del dottor Coleman.» «Dagliele, mamma!» gridò Jenny, sbucando dalla ringhiera del pianerottolo. «Se le merita con la cintura», commentò il signor Brown, scendendo l’ultimo gradino delle scale. La moglie gli passò accanto, afferrò Len per un braccio e lo trascinò su. Arrivarono al piano superiore che i piedi di Len avevano toccato un gradino su tre. «Te ne starai in camera tua a riflettere su quello che hai fatto, ometto. Ecco come passerai la Vigilia di Natale. Che ne dici?» Lisa Brown spalancò la terza porta a sinistra del corrido­io e spinse dentro Len, come un panno sporco dentro il cesto della lavatrice. «Quando inizierai a comportarti come un bravo bambino e non come un indiano selvaggio, potrai sedere a tavola con noi persone civili.» Gli sbatté la porta dietro e Len sentì la chiave girare due volte. Al buio, cercò il letto a tentoni, spostò le coperte e vi si infilò sotto, ancora vestito. Rimase lì, nascosto, con il Babbo Natale stretto al petto. Lo toccò all’altezza della spalla, dove si era spezzato. Gli chiese scusa, si convinse che l’avrebbe potuto riparare, anche se non sapeva come. Ci fosse stato suo padre, avrebbe saputo aggiustarlo. Voglio la mia Famiglia di Legno. Babbo Natale, voglio la mia Famiglia di Legno. Non voleva più vedere i Brown. «Babbo Natale, li odio tutti.» 4 Mentre suo marito e i bambini mangiavano le tartine al sal­mone in salotto, Lisa apparecchiò la tavola della Vigilia. Per quattro. La tovaglia e i tovaglioli bianchi di pizzo erano appartenuti alla suocera e i vecchi candelieri d’argento a sua nonna. Anche il servizio di piatti, semplice ceramica bianca, era della sua fa­miglia da generazioni e si sposava perfettamente con le posate che lei e Ryan avevano ricevuto come regalo di nozze dal testi­mone dello sposo. Lisa sistemò i bicchieri di cristallo in alto a destra di ogni posto a tavola, così come le aveva insegnato sua madre, e per­sino a Jenny e Bobby destinò un calice da champagne, perché aveva deciso che anche loro meritavano un brindisi. Non avrebbe permesso al piccolo indiano di rovinarle la Vi­gilia, tanto più che quella sera c’era da festeggiare il suo primo successo. Sì perché finalmente Len aveva parlato. Certo, era seguito un disastro, ma nessuno le aveva dato il compito di rieducare quel selvaggio. Lei doveva soltanto sbloc­carlo da quella che Harry aveva definito grave forma di muti­smo selettivo. Anche se, comunque, il suo mestiere e la sua educazione le imponevano di rimetterlo in riga, almeno fino a quando fosse stato sotto il suo tetto. Domani, si disse. Sì, ci avrebbe pensato l’indomani. Adesso tutto avrebbe dovuto svolgersi a dovere: la Vigilia di Natale andava trascorsa con la famiglia, illuminata dalla luce delle fiammelle e del Si­gnore. Pregarono, infatti, prima che Ryan tagliasse il tacchino e lei dividesse il purè nei piatti. Si strinsero le mani e Jenny le diede sulla guancia un bacio che profumava di mirtilli, come il budino che l’aveva aiutata a preparare. «Ti voglio bene, mamma», le disse il suo piccolo Bobby, con il solito sorriso felice che gli faceva arricciare il naso. Anche Lisa si sentì felice, ma solo per un momento. Quando i bambini si furono allontanati per andare a lavare i denti, con­templò il marito e si sentì di nuovo addosso la tensione. Ryan era silenzioso, rigido. Di tanto in tanto lanciava un’occhiata in direzione del vetro sfondato dalla caduta dell’albero di Natale. Il freddo non entrava grazie alla seconda finestra, ma la visione di quel disastro lo aveva talmente infa­stidito da fargli tirare le tende senza nemmeno chiedere a Lisa cosa ne pensasse. Sapeva che a lei piaceva vedere cadere la neve, eppure se n’era infischiato. «La prossima volta che farà? Ci verrà a tagliare la testa mentre dormiamo?» le aveva detto mentre lei riattizzava il fuoco del camino. Lisa lo aveva rimproverato con lo sguardo. «No», gli aveva risposto, alzandosi. «Sono sicura che dopo la punizione farà il bravo bambino. Che ne dici?» Ryan si era sforzato di sorridere. «Che non potrei mai dire di no a un visetto dolce come il tuo.» Da brillo, suo marito diventava il più romantico e docile degli uomini. Si erano baciati e dopo Ryan aveva puntato gli occhi verso il piano superiore. «Però stai attenta a quel bambi­no. Mi mette i brividi.» Non era la prima volta che glielo diceva. Lisa non provava alcuna paura di fronte a Len. Era un indiano orfano e trauma­tizzato, niente di strano che si comportasse in maniera diversa. Ma lei questo lo sapeva perché aveva studiato, era laureata. Ryan no, aveva ereditato l’emporio del padre e la loro differenza di istruzione era stata sempre motivo di screzi.
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