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2037 Words
6Ho incontrato una tenia L’idea era semplice, ma davvero semplice. Un’idea da Cardo, né più né meno, scema e anche un po’ meschina, priva di chissà quale colpo d’ala o di genio, ma pur sempre un’idea. Ora, a ripensarci, era un’ideuzza pratica, da bottegaio, di quelle un po’ interessate, e che alla fine del terzo prosecco avevo concepito in questa forma: ho in tasca i tremila euro che mi devono servire sia per pagare l’albergo e sia per vivere a Sestri durante i quindici giorni previsti per togliere al mio muso l’aspetto di mummia sbendata che tanto ha impaurito Angela. E fin qui va bene, ho i soldi e so che cosa devo fare. Però, mi sono detto, bisogna anche saperle fare, quelle cose, bisogna mettere in pratica le decisioni. Come ad esempio la faccenda dell’albergo. Io non sono davvero in grado di entrare in un albergo e chiedere una stanza, prendere le chiavi, salire in camera, dormire nel letto, pisciare nella maiolica, fare colazione al tavolino... Già avrei problemi, ho pensato, soltanto a presentarmi al bancone di ingresso in condizioni normali, sempre che io ne abbia, di condizioni normali. Adesso, poi, con le squame sulla faccia... O con il sacchetto del pane sulla zucca, che è anche peggio... E perciò, ed ero al quinto prosecco, ho concluso così: visto che non è possibile che io vada in albergo e dato che siamo a giugno e che quindi fa caldo, me ne frego dell’albergo e vivo alla maniera mia, passando il giorno qua e la notte là, lungo la spiaggia, appoggiato a una barca o steso dietro questo bel muretto di pietra. Tutta qui, l’idea. E dunque, con quel piccolo guizzo della zucca, ieri sera, al tramonto, mi sono tolto il problema dell’albergo, che è uno di quei posti dove uno come me, abituato a vivere in una cascina abbandonata, scalzo e nudo o con due stracci addosso e a dormire su un pallet, non poteva certo trovarsi bene. E per la gioia di essermi sgravato da quel peso mi sono fatto portare altri due prosecchi dall’oste. Ogni bicchiere di prosecco, come è noto, migliora le prestazioni fisiche e mentali, e io non faccio eccezione, anche se sono un po’ più lento della media. Così, dopo i due successivi bicchieri, nella mia testa si è irradiata una luce e ho avuto una rivelazione improvvisa, come se l’idea precedente ne avesse partorita un’altra, nuova: se non devo più andare in albergo, ho detto a me stesso e ad alta voce, posso spendere i soldi in altro modo. In quel momento ho capito che cosa provano le persone intelligenti quando ragionano, quando nella loro testa prende forma un pensiero che prima non c’era. Ho percepito quella sorta di luce improvvisa che si dice vedano gli artisti quando a furia di pensare o di lasciare scorrere parole e immagini scovano nel caos quel grumo iniziale in cui scorgono la forma finita, l’opera. Ho visto nella mia testa il miracolo portentoso che va sotto il nome di intuizione, di ispirazione. Se non vado in albergo, mi restano i soldi per il prosecco, ho continuato a ripetere, per non perdere di vista la sostanza del mio estro. E per festeggiare questo evento che per me ha del miracoloso ho subito chiesto altri tre bicchieri di prosecco all’oste, tutti insieme. “E anche un po’ di focaccia, mentre ci sei” gli ho gridato dietro. Sì, ieri sera, al dodicesimo prosecco ho creduto davvero di essere la persona più felice e più intelligente della terra. Seduto sulla sabbia, con la schiena contro il muretto che separa il bar dalla spiaggia, ho guardato a lungo quella baia silenziosa e raccolta, con le case color senape su un lato e la riva più scoscesa, verde, dall’altra, mentre il colore del cielo diventava via via più neutro, sfumato, fino a diventare scuro. Intanto, il mio buon oste, vedendo più volte emergere una mano dal lato opposto del muretto, come fosse un periscopio, ha tratto le giuste conclusioni e ha cominciato a portarmi uno dopo l’altro, con metodo e con professionalità, tanti prosecchi quante sono state le apparizioni del periscopio. Così, mentre il buio si mangiava la baia, io mi sono fatto mangiare dal buio, sono scomparso al mondo e a me stesso, inglobato in quella gioia minerale cui tendo sempre e che non sempre mi riesce di raggiungere. Ogni tanto cacciavo in tasca la mano destra per sentire il conforto di quel rotolo di soldi che subito i miei polpastrelli traducevano in bottiglie di prosecco, e ridacchiavo per la mia genialità. Poi, quando il formicolio al culo e alle gambe ha reso insopportabile la mia permanenza in quel cantuccio, con un po’ di sforzo mi sono alzato reggendomi al muretto come un naufrago si attacca alla sponda della barca, e mi sono anche sbilanciato restando però appeso alla spalletta e cadendo infine su un fianco e rotolando di due o tre metri verso le barche disposte poco più avanti. Alla fine, dopo avere assunto la posizione a quattro zampe che rende tutto più semplice, mi sono rimesso in piedi, a gambe larghe, aspettando che il mondo rallentasse la sua velocità. Avevo bisogno di camminare un po’ perché le ginocchia mi facevano male. E poi è risaputo che non fa bene stare troppo tempo fermi e perciò sono rientrato verso il bar, ho pagato con quella sicurezza di gesto che soltanto il denaro sa dare a noi cialtroni e dopo avere accettato il goccetto finale di pigato offerto dall’oste ho indossato di nuovo il sacchetto del pane spingendolo giù fin sul mento come fosse stata la celata di un elmo. E ho cominciato a vagare per il paese appoggiandomi di tanto in tanto a una palma o contro un muro, con gli occhi indirizzati all’interno a guardare dentro la mia beatitudine. Insomma, me la stavo davvero godendo, ieri sera, e non potevo certo immaginare di potermi ritrovare, poche ore dopo, in questo pasticcio, accusato di chissà che e ricercato da mezzo mondo. Ero tranquillo, cullato dai prosecchi e in procinto di iniziare, l’indomani, la cura del sole, durante la quale avrei rivolto un ricordo affettuoso agli amici della bocciofila, avrei inviato un pensiero divertito all’albergo dove mi stavano aspettando. E avrei alimentato la speranza nella guarigione che mi avrebbe riportato i favori di Angela... E mentre caracollavo, sentivo che tutto era perfetto, come sempre: la gente mi evitava, le mamme tiravano i bambini verso le loro cosce, al mio passaggio, i cani cercavano di mordermi... Insomma, la vita di sempre, con la notte che avanzava, mentre la passeggiata sul lungomare, che prima sembrava la passerella per la sfilata di lingue ritorte sui gelati, diventava ormai deserta e vi risuonava la nota strascicata dei miei passi che si facevano via via un po’ più pesanti, per la lunga giornata. Stavo per tornare alla mia spiaggia del silenzio e al muretto del bar per concedermi quel riposo che le mie gambe reclamavano, quando ho intravisto, in un vicolo al di là della strada, una scritta verticale formata con i tubi al neon. Ho attraversato per vedere meglio le lettere, là in fondo e ho scandito a una a una le sillabe della scritta. “Il mio albergo, quello è il mio albergo” ho gridato, indicando con un dito il fondo della via. “Te, nemmeno in una fogna, ti fanno entrare, altro che albergo” ha bofonchiato una vecchia nascosta nel buio di una finestra al primo piano. Per rispetto dell’età non ho dato sulla voce alla moribonda e sono corso dritto verso il fondo del vicolo, con l’intenzione di segnalare all’albergatore la mia decisione di disdire la prenotazione. Non so nemmeno io perché mi sia spuntato questo desiderio, all’improvviso. Non è da me farmi troppi problemi, ma forse covavo una specie di riconoscenza indiretta per quell’albergo, come se il favore ricevuto dagli amici della bocciofila avesse prodotto in me il bisogno di compiere, a mia volta, qualcosa di buono. “Sono io, sono io” ho berciato, spingendo a due mani la porta e guizzando in un atrio a forma di corridoio lungo il quale era allineato un bancone di legno lucido, sulla sinistra. Sulla spinta della mia rincorsa sono arrivato fino in fondo al budello, ma non sono riuscito a frenare e perciò sono finito dritto nello sgabuzzino delle scope e dei secchi per la pulizia, facendo cadere tutto con il rumore di una pressa che sfascia i camion. “Completo…” ha mormorato una voce, lontana. Mi sono rialzato, sono uscito dallo stambugio e sono tornato indietro, verso il bancone, cercando di mantenere una posizione solenne, a braccia larghe, giusto per compensare la figura precedente. “Sono qui...,” ho detto a voce più bassa, cercando qualcuno. Ma al di là del bancone, posata su un tavolino, ho notato soltanto una tele accesa e senza audio che lanciava riverberi colorati e scattanti sulla parete a listelli di legno chiaro. Dietro la tele c’erano tante cornici, e dentro le cornici c’erano le facce barbute che guardavano in alto con un cerchio giallo dietro i capelli, c’erano disegni di mani e piedi bucati grondanti sangue a gocce tonde, c’erano volti sfigurati da rovi e da ferite. Ho distolto gli occhi dal museo delle torture e ho fissato per un istante la bacheca di legno con le chiavi appese in bell’ordine, quando all’improvviso la stessa voce di prima è risuonata dal nulla: “Dica” ha sillabato la voce, e stavo per farmela sotto, quando per fortuna dal bordo interno del bancone è apparsa una testa calva, lunga e stretta, ma proprio lunga, che subito mi ha ricordato una tagliatella e poi, guardandola meglio, mi è sembrata più simile a un verme solitario. Dall’espressione dei suoi occhi ho capito di averlo svegliato. “Non ci sono” ho detto con enfasi, mettendo entrambe le mani a zampa di gallo sul bordo del bancone, mentre la tenia, che doveva essere il portiere della notte, cercava di assumere una posizione eretta dopo le ore passate sulla sdraia da mare intrappolata lì dietro, invisibile. Lui non ha risposto, ma è rimasto immobile a guardarmi attraverso i buchi del sacchetto, con le braccia incrociate sul petto. “Qui, soldi non ne te trovi, stronzo” mi ha detto, calmo. “Soldi? Io non voglio soldi” ho spiegato, “voglio solo dire che non dovete più aspettarmi...”. La tenia ha tirato indietro la testa e incassato il mento, cercando di scrutare, oltre la carta da pane, i miei tratti nascosti dal sacchetto. “Non dobbiamo più aspettarti...” ha ripetuto, scandendo bene le sillabe per farmi intendere che aveva capito. Mi è sembrato di cogliere un tono un po’ scanzonato, nelle sue parole. “Già, non dovete più aspettarmi, perché io non sono qui” ho ribadito. “Tu non sei qui, però sei qui, e non dobbiamo aspettarti, giusto?” ha sottolineato la tenia allargando le mani come se reggesse una cassetta di insalata. “Certo” ho replicato, indicando con una mano la direzione della baia, “sono qui, però non sto qui, perché sto di là”. C’è stato un momento di silenzio durante il quale ho preferito stare zitto, mentre mi davo dello scemo temendo che il portiere potesse chiedermi una penale per aver disdetto una camera prenotata. “Ora però sei qui...” ha detto la tenia, con poca convinzione. “Non dovete più aspettarmi” ho detto per la trentesima volta, separando bene le sillabe. Io lo capivo, poverino, il portiere notturno. Quando mi capita di essere svegliato in piena notte da un cane entrato nel mio rudere o da uno schianto contro un platano, mi ci vuole un pezzo per raccogliere le idee... E infatti, la tenia, alla fine ha capito. A modo suo, s’intende, al modo dei portieri notturni, che deve essere un modo tutto loro, a causa di quegli orari sfalsati... Ma alla fine ha capito. Per un attimo mi è parso che abbia addirittura avuto come un tremore, un cedimento. Poi i suoi occhi si sono fatti di colpo liquidi, umidi, e ha detto ancora una volta: “Non dobbiamo più aspettarti...”. “No, non c’è più bisogno di aspettarmi” ho confermato, “e dillo anche agli altri” ho aggiunto, dato che magari lui finiva il turno e poteva scordare di avvisare il portiere del giorno, sicché avrebbero continuato ad aspettarmi. Non avrei mai creduto che un semplice gesto di buona educazione, come quello di avvisare per disdire una prenotazione, potesse produrre tanta emozionata riconoscenza, ma la tenia, dopo le mie ultime parole, ha riempito i suoi occhi di lacrime. Poi, dopo un attimo si è ripreso, ha asciugato gli occhi e ha unito le mani allargando la bocca in un sorriso pieno. “Tutto chiaro, adesso tutto è chiaro... Non dobbiamo più aspettarti, perché adesso tu sei, fra noi... Oh, Maestro, oh, mio Messia...” ha poi concluso, inginocchiandosi dietro il bancone e sparendo alla mia vista.
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