IN TRENO-1

2049 Words
IN TRENO Luraschi salutava la superba aurora con giubilo. Aveva passato una notte da cane. Tutte le volte che stava per addormentarsi gli pareva di sentirsi per le orecchie le grida strazianti di Notarbartolo che domandava aiuto. Alle due dopo mezzanotte gli era toccato svegliarsi di soprassalto, come per difendersi dalle mani che volevano strangolarlo. Era l'incubo. Il dramma lo perseguitava. I personaggi gli turbinavano intorno il letto cogli abiti chiazzati di sangue coagulato e gli toglievano il respiro. Sdrucciolò dal letto e andò a tavolino con l'idea di liberarsi di tutta quella ossessione che gli negava il riposo. Scrivere e scaricarsi, ecco il narcotico. Ma non si scrive che quando è in noi il sedimento in fermentazione. Luraschi aveva la mente affollata di materiale ma non aveva la calma per una concezione artistica. Scriveva e cancellava. Gli venivano fuori scene confuse, personaggi senza individualità proprie, pensieri che non si adattavano all'ambiente. Buttò via la penna e incominciò a vestirsi. Sotto il cielo tersissimo camminava bene e respirava l'aria fresca a larghi polmoni. Ma la mente non si distraeva. Passava dai monumenti della antica Palermo e della Palermo moderna, senza avvedersene. Non si fermò che dinanzi una fabbrica di maccheroni, perché c'era ressa di uomini e donne che andavano al lavoro. Ma non fu che una pausa. Alla Croce dei Vespri si ricordò della data famosa, leggendone la epigrafe: PER SECOLARE TRADIZIONE QUI FU LA DIMORA DI GIOVANNI DI SAN REMIGIO GIUSTIZIERE DI VAL DI MAZZARA IN NOME DI CARLO D'ANGIÒ. E QUI L'IRA VENDICATRICE DEL POPOLO CADEVA SULL'OPPRESSORE STRANIERO IL 31 MAGGIO 1282. Il verde cupo dei giardini smaglianti che rasentava, mentre dal Foro Italico si recava alla stazione centrale, non aveva maggiore potenza dei monumenti. Lo lasciavano indifferente. Per passare il tempo dovette cacciarsi in un caffè e leggere giornali e giornali fino all'ora della partenza. Mezz'ora prima egli era alla stazione centrale che passeggiava innanzi e indietro fumando una sigaretta dopo l'altra. Non appena spuntò dalla via in fondo Giovanni Tiraboschi, Luraschi gli andò incontro con il cuore allargato. Aveva bisogno di sentire la voce di una persona umana. Fino al suo arrivo non aveva conversato che coi fantasmi. «Buon giorno». «Buon giorno». «Siete un po' pallido». «Ho passata una notte insonne». «Me ne dispiace. Statemi a sentire. Prima di entrare, gireremo intorno a questa via. Non alzate gli occhi che quando ve lo dirò io». «Mi spaventate». «Non spaventatevi; ascoltatemi». «Ai vostri ordini». «Quando vi permetterò di alzare gli occhi, vedrete due uomini, uno più alto dell'altro, che in apparenza vanno via parlando dei loro affari. Notate bene quello a destra. Io sono pedinato. La mafia è alle nostre calcagna». «E io che non mi sono provveduto di un revolver». «Forse non è necessario. Anzi, ne sono certo. Ma in Sicilia bisogna averne almeno uno per saccoccia». «Un vero palermitano vi dirà che ce ne vogliono due. È un'arma che nasce coll'isolano. State attento e guardate». «Vedo». «Adesso prendiamo la via della stazione. Avete notato bene l'uomo a destra?» «Potrei descriverlo». «Quello è Giuseppe Fontana, il protagonista della nostra inchiesta». Edoardo Luraschi non ebbe più fiato. Gli parve di essere lì per perdere l'equilibrio. «Permettetemi di appoggiarmi al vostro braccio». «Fate. Vi credevo più forte. Quando saremo nel vagone cadrete in deliquio! Per fortuna che ho preso con me una bottiglietta di cognac. Con essa vi terrò in vita». «Non ci sarà bisogno», diss'egli riavendosi completamente. «Se è il protagonista, perché non lo fate arrestare subito, subito?» «I perché sono tanti e li capirete a mano a mano che entrerete nella matassa intricata. Intanto è necessario che sappiate che egli è un tipo uscito dal sottosuolo. I bassifondi sono il suo regno. Appartiene ad una famiglia di mafiosi, di manutengoli, di ladri e di assassini. Non faccio che riassumerlo. In un altro momento ci occuperemo dei particolari». «Veste piuttosto bene». «Non si sa come. O meglio si immagina ch'egli tragga i denari dalla malavita. Un'altra cosa importante, che dovrete inchiodarvi nella testa, è che il Giuseppe Fontana del fu Vincenzo, abitante in Palermo, è persona del cav. Raffaele Palizzolo, deputato al Parlamento». «E che c'entra l'onorevole Palizzolo? So che egli è un uomo stimatissimo, amico intimo del duca della Verdura, di di Rudinì e di Francesco Crispi». «Non nego tutti questi fatti. Ricordatevi semplicemente di quello che vi dico se vogliamo andare in fondo a pescare il nome dell'individuo che ha prezzolato i sicari. Un'altra circostanza e ho finito di parlarvi di Giuseppe Fontana. Egli non venne processato per mancanza di indizii. Il collega che aveva in mano tutto l'affare prima di me, credette al suo alibi, cioè che nel giorno del delitto egli fosse a Tunisi. In Sicilia non bisogna mai credere all'alibi degli accusati. Perché quasi tutti i misfatti sono premeditati. Se non sono male informato, il Fontana, il giorno dell'assassinio del comm. Emanuele Notarbartolo fu visto in Altavilla. Conosco la persona che lo ha veduto. Pensiamo che il treno non aspetta. Ecco là l'ispettore che ci attende. Egli ci farà entrare nel vagone sul quale ha fatto mettere riservato. Riservato per noi. Cosi non saremo disturbati e potremo continuare le nostre investigazioni. A proposito, mi sono dimenticato i sigari. Io fumo come un turco. Signor Ispettore, buon giorno, ho tempo di comperarmeli? Ci sono ancora dieci minuti? Allora ho tempo anche di trangugiarmi il caffè. Lo prendo sempre fuori perché ho l'abitudine di leggere i giornali. L'avete già preso? Non importa. Potrete prendere qualche altra cosa. Adesso sto bene; quando si è al di là della quarantina tutte le abitudini diventano cose indispensabili. Una volta me ne infischiavo del caffè. Dei sigari, no. I sigari sono la poesia dell'uomo. Quando fumo produco della prosa leggibile e sovente delle istruttorie che potrebbero essere stampate. Salgo io per il primo. Non abbiate paura. Qua la mano. Addio, signor Ispettore. Grazie. State attento. Vedete i due uomini dietro la punta dell'altro treno? Sono Fontana e il suo compare che ci spiano». I due personaggi rimasero per un minuto senza parola. Ciascuno era compreso di essere sul teatro sanguinoso di una delle più scellerate tragedie di quest'ultimo quarto di secolo. E ciascuno, col pensiero nella tragedia mostruosa, si sentiva terrorizzato come in una tomba sotterranea. «Prendete uno dei miei sigari». La voce del giudice istruttore gli fece l'effetto di una voce metallica. Se la sentì per le orecchie come un frastuono. Prese il sigaro, se lo lasciò accendere, e ricadde nel silenzio cupo, cogli occhi fissi sul divano, ove gli pareva che le macchie del sangue di Notarbartolo si allargassero e diventassero più scarlatte a ogni sussulto di treno. Per sottrarsi all'esagerazione ottica dovette passarsi e ripassarsi le mani nella capigliatura folta come per darle aria. «Vi sentite male?» «Respiro a disagio». «Prendete una goccia del mio cognac», diss'egli aprendo la valigetta che si era portato seco. «Vi sentirete meglio. La prima volta che mi si mandò a fare un'inchiesta, perdetti i sensi. Mi trovai dinanzi una donna strangolata dal suo amante come dissanguata. Il cadavere contorto dagli sforzi che la vittima doveva aver fatto per liberarsi dal suo assassino, mi aveva fatto andare in deliquio. Non rinsensai che con una sorsata di acquavite che mi regalò il brigadiere dei carabinieri. Le prime impressioni sono eterne. La vedo ancora colle mani crispate sulle lenzuola candide e con la faccia e il collo biancastri e pieni di lividure. La bocca era atteggiata a un orribile sberleffo. Dio, come mi fece paura! Non sono divenuto insensibile, ma la professione mi ha reso meno facile alle sensazioni che privano dei sensi. Provatevi a passare degli anni in un gabinetto, ove vanno i delinquenti a narrare freddamente come sono entrati di notte in una casa o come hanno appeso al chiodo una ragazza o come hanno compiuto la strage di tutta una famiglia. Finite per diventare meccanico. Mi capita spesso di dettare al mio copista le più scellerate pagine della vita criminosa senza smettere di fumare di gusto. Prima di incominciare la nostra inchiesta vi devo fare una confessione. S'intende che ciò che vi dico deve rimanere tra noi, perché posso anche dare del naso in una cantonata. Ma nessuno mi leva dalla testa che l'uccisore di Notarbartolo sia un uccisore di uomini. Non si produce un capolavoro senza un po' di pratica. Io corro dietro la stessa mano da dieci anni senza mai afferrarla. Più le vado vicino e più mi sfugge. Ma la sento, la sento che è la stessa mano. È una mano abile, arciabile che produce il suo lavoro diabolico e scompare.» «Dunque la conoscete?» «È la mia fissazione. La conosco come si conosce la via di una città che attraversate tutti i giorni. I suoi odiosi malefici portano il suo suggello. Lasciano nel delitto la marca individuale, il metodo, il sistema. È la mano nota che organizza, che prevede, che colpisce e non se ne sente più parlare che a un altro delitto più inumano dell'ultimo». Luraschi ebbe un sorriso di incredulità per tutto ciò che il giudice istruttore andava dicendo. Se la conosce non dovrebbe essere difficile tenderle un agguato e sorprenderla e capitarle sopra quand'essa è ancora fumante di sangue. «Non vi pare che conoscendola si potrebbe impadronirsene?» «È la mia disperazione. La sento, vi ho detto. La fiuto, e, qualche volta, mi pare di vederla. Ma essa mi vince. Io la inseguo inutilmente. In apparenza non c'è relazione tra i delitti bestiali di prima e il delitto bestiale di adesso. I primi sono avvenuti in una casa, o in mezzo alla solitudine di un feudo o all'entrata di una villa, come è capitato a Francesco Miceli, anni sono. I primi sono stati ammazzati a colpi di fucile o di rivoltella. L'ultimo pare l'opera di un macellaio. Ma in questo e in quelli trovate il solito uomo che compie i misfatti colla stessa audacia, colle stesse precauzioni, colla identica efferatezza. In ogni suo delitto si sente il malvagio, il bruto, la tigre che dopo il pasto si lambisce le labbra come per riassaporare il sangue che non l'ha saziata». «Non sono del vostro avviso e ho le mie buone ragioni. Gli assassini di cui parlate non possono essere stati commessi da una persona sola. Ne convenite? Ella deve avere avuto dei cooperatori. Lo ammettete?» «Io mi occupo della mano che opera». «Negate che abbia dei complici?» «Non nego». «Oh, bravo! Se ha dei complici, i complici di un delitto non saranno i complici di tutti gli altri delitti. Ne siete convinto? E se anche lo fossero, non mi verrete a dire che gli autori del delitto della quattordicesima vettura, segnata C., del treno numero tre che filava, nelle ore pomeridiane del primo febbraio 1893, da Termini a Trabia, possono essere stati gli autori dei delitti consumati altrove, in epoche diverse. Mi capite? Qui siamo in treno e gli autori o i cooperatori o i complici non possono essere scovati che tra i ferrovieri in viaggio col treno. Di qui non si scappa. Voi parlate di uno nuovo. Ma l'inchiesta che ha preceduto la nostra e la perizia medica che è stata perfino rifatta, non ci lasciano dubbio alcuno che le mani che commisero l'atroce misfatto furono due. Una armata di un trinciante nuovo, uscito dalla celebre fabbrica di coltelli di Palermo, e l'altra armata di un pugnale bitagliente». «E chi vi dice che la stessa mano non si sia servita di tutte e due gli strumenti da taglio? Vi ho detto che la mano che sento è una mano scaltra, una mano che antivede i disastri e fiuta i pericoli. Ora volete ch'essa vada al lavoro impreparata? Che non supponga che la punta di un coltello può andare a rompersi, per esempio, in una scatola di sigarette di metallo o sulla cerniera di un portamonete o di un portasigari o in qualche diavolo di ferro o d'acciaio nelle tante tasche della persona condannata a morire?» «Voglio ammettere che l'uomo che portate con voi da dieci anni sia il genio dei delinquenti. Ma qui ci sono due mani che hanno colpito e due mani volgari che menarono colpi a casaccio, che crivellarono il corpo di ferite come pazzi infuriati dalla paura. Il genio, mio caro, è sicuro. Assesta colpi mortali. Non irrita e non imbestialisce la vittima con puntate che la lasciano in piedi a continuare la lotta, ma va diritto al cuore dell'avversario. Gli assassini di Notarbartolo erano tutt'altro che degli esperti nell'arte crudele di assassinare. Sapete quante volte hanno dovuto cacciargli nella pelle le loro armi assassine? Ventitre. Senza tener calcolo delle abrasioni, delle spellature, delle escoriazioni. Erano dei vigliacchi, dei miserabili. Ecco quello che erano. Mi pare di vederli cogli occhi fuori dell'orbita, coi capelli in piedi, col coltello e col pugnale intrisi di sangue infuriare cogli strumenti affilati e tirare innanzi e indietro il braccio a seconda dei movimenti dell'uomo che tenta difendersi. Ditemi che sono degli esseri abbietti. Ma non gabellatemeli per assassini di genio. Gli assassini di genio sono morti con Cartouche, con Lacenaire, con Tropmann, o sono scomparsi con Jack lo squartatore. In questi era il colpo di grazia che eliminava la tortura.»
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