IN TRENO-3

1661 Words
La colluttazione è innegabile. Ce lo dicono tutte queste macchie di sangue mal lavate e sbiadite. Ce lo confermano i suoi guanti tagliati e le sue mani ferite.» «Ah se il commendatore non avesse avuto i guanti!» «La lotta sarebbe stata più accanita. Ma il povero Notarbartolo sarebbe caduto sotto i loro colpi lo stesso. In uno spazio di due metri e centimetri di lunghezza e di due metri di larghezza il fucile può diventare un impaccio. Il revolver avrebbe cambiato la sua posizione. A proposito, e perché i nostri signori assassini si sono serviti del coltello da beccaio — sempre lungo — sempre incerto dove va a ferire, invece dell'arma da fuoco, spiccia, che finisce la vittima senza darle tempo di difendersi? Notate anche questa circostanza. Non potevano essere esperti come credete». «Certo, non negherete che hanno avuto l'abilità di preparare bene il delitto». «Non si cresce sui treni senza imparare qualche cosa, diamine! Dalle ferite alle mani inguantate, è fuori di dubbio che il commendatore ha tentato più volte di impadronirsi del ferro omicida. Ma si può supporre che mentre tentava di impedire che una punta gli passasse nel corpo, l'altra lo raggiungeva». «Credo che abbiate ragione. Noi abbiamo qui la fotografia del defunto. Guardate. La colluttazione è stampata sul braccio sinistro, ove vedete un taglio lungo due centimetri e largo uno. Il braccio si difendeva». «Ma dappertutto! La contusione diffusa sulla palpebra superiore dell'occhio destro, le due contusioni al centro della regione frontale, le tre contusioni alla testa verso la zona occipitale, la puntata all'occipite parietale sinistro ed altre lacerazioni che dimentico, sono tanti testimoni che convincono che Notarbartolo contese la sua vita agli assassini fino all'esaurimento. Egli non si è dato vinto che quando il sangue gli veniva fuori a fiotti dalla testa, dalle mani, dal torace, dal ventre, dalle gambe. Datemi le fotografie dei suoi abiti. Esaminate i calzoni. Voi vedete nella regione inguinale della gamba destra due lacerazioni, una triangolare, l'altra quasi lineare, con una incavatura al centro. Per me queste ferite hanno l'importanza degli ultimi colpi. Il povero commendatore estenuato, dissanguato, con un barlume di conoscenza di quello che avveniva, si lasciò andare sul divano colla respirazione grave, stralunando gli occhi. Gli assassini paurosi che i colpi non l'avessero ancora assassinato completamente o sovreccitati dal sangue disperso dovunque, gli piantarono replicatamente il pugnale — perché sono ferite di pugnale — nel molle della carne. Il panciotto è un altro documento che non era in loro il genio dell'assassino. Il Boggia atterrava le sue vittime con un colpo di scure. Jack lo squartatore recideva la gola alle donnacce alla caccia del pitocco con un taglio netto che sopprimeva loro colla voce di gridare la vita. Carlo Jud, del quale dovrò parlarvi più tardi perché anche lui ha ammazzato un alto personaggio in treno, il signor Poinsot, presidente della corte imperiale di Francia, si serviva di una scarica o due di revolver. Costoro, guardate il gilet, erano dei principianti, degli individui che menavano colpi tremando, all'impazzata, dove andavano andavano». «Buttatela via, riponetela nella valigia. È una fotografia che mi ricorda quello che c'è nel sacco nell'angolo del mio ufficio. Il rovescio del panciotto è letteralmente coperto di sangue assecchito. Tutti i tagli sono piuttosto lunghi e più fitti in direzione del torace. Ah canaglie, se potessi avervi nelle mani!» «Non li avrete», disse freddamente Luraschi. «La polizia del continente vale poco. Quella di Sicilia meno. È composta di ladri, di manutengoli, di partecipanti alla divisione dei bottini. Ho raccolto un sacco di documenti. Ne parlerò. Vi dirò anzi che non arriverete mai a vedere nel vostro gabinetto di giudice istruttore gli assassini del commendatore Notarbartolo. Perché le mie indagini personali e la lettura dei documenti che avete avuto la bontà di darmi mi hanno fatto nascere un sospetto terribile, un sospetto che non oso confessare a me stesso». Ci fu del silenzio. Luraschi sembrava in dubbio se dovesse continuare. Allargò la mano, come se stesse consultandosi, e poi riprese con voce più sottomessa. «È troppo presto per pronunciare un'accusa di questo genere. Noi non siamo che alla prefazione dell'inchiesta. Ma quando saremo nel cuore del libro, ci troveremo forse dinanzi a nomi che dovremo nascondere per salvare l'istituzione di cui fanno parte o denunciarli per distruggerla». «E voi credete che non me ne sia accorto? Credete che sarei in treno se non sospettassi che alcuni lanciati dietro gli assassini continuano a farcene perdere le tracce? Caro mio, io sono determinato a imitare Tajani, un uomo che divenne ministro di giustizia». «Ne ho sentito parlare, ho letto alcuni suoi discorsi e so che è morto.» «Benissimo. Aspettate, la locomotiva fischia». «Non è Trabia. Ci mancano ancora tre stazioni». «Abbiamo del tempo. Dovete sapere che in Sicilia si può dire che vi siano quattro corpi di polizia, l'uno rivale dell'altro. La polizia dei prefetti e dei questori, la polizia dell'ordine giudiziario — la polizia dei carabinieri e la polizia delle zone militari. C'era anche la milizia a cavallo — che andava per la campagna — ma venne sciolta nel 1876. Trascuro la polizia delle guardie campestri perché mi pare non abbia importanza. Il Tajani, in allora procuratore generale a Palermo, si trovava sempre sullo scrittoio dei rapporti quotidiani di persone ammazzate nelle vie o nelle case o nel largo delle campagne, senza che gli portassero in ufficio gli autori. Disilluso degli agenti comuni volle mettersi alla testa di una polizia segreta composta di persone di sua fiducia. Che cosa credete che abbia trovato? Non credeva ai suoi occhi. Un giorno mise le mani su un certo Ciotti, un poliziotto del questore Albanesi che aveva fatto di casa sua il magazzino degli oggetti rubati. Un altro giorno mise le mani su un delegato il quale era divenuto capo della mafia del distretto. Questo nobile arnese della sicurezza pubblica aveva fatto assassinare due banditi per il loro atto di sommissione fatto alla gendarmeria! I due banditi conoscevano le gesta del delegato e il delegato che temeva le loro rivelazioni si fece portare dai complici dei suoi misfatti la loro lingua.» «Sapevo che li aveva fatti sgozzare, ma ignoravo quest'ultimo particolare». «È in una nota dell'inchiesta Tajani che vi farò leggere un giorno o l'altro». «Voi avete detto che alcune persone vi fanno perdere le tracce del delitto. Sapete dove a me è nato lo stesso sospetto?» «Forse dove mi sono soffermato io più di una volta». «In una casa poco lontana dalla stazione di Altavilla». «Probabilmente». «È desolante la vostra confessione!» «La vostra più della mia. Un magistrato onesto come voi non fa di queste confessioni che quando ha perduto la fede negli esecutori della giustizia». «L'ho perduta, è vero. Ma non ho perduto la speranza che tutto ciò si cambi. Uno scandalo qualunque potrebbe sollevare domani l'opinione pubblica e ridarci un ambiente purificato». «Fra molti anni, forse. L'Italia dei Nicotera, amici della camorra, e dei Crispi, capo di mafiosi, non può darvi che poliziotti birbanti». «Nicotera? Non c'è uomo che abbia fatto tanto per estirpare la mafia in Sicilia». «Lo so; so anche che fu lui che voleva ammonire Raffaele Palizzolo, allora cavaliere e ora commendatore e deputato. Ma di costui e di Nicotera un'altra volta». In tutta Italia, dal giorno dell'Indipendenza, non abbiamo mai avuto un questore colto, all'altezza dell'ufficio, coll'ideale unico di non essere che il nemico dei ladri, dei truffatori, degli imbroglioni, dei malandrini, della gente che ammazza per incarico o per proprio conto. Penetrate nei misteri delle questure e troverete che questa persona onnipotente, alla quale affidiamo la sicurezza della nostra vita e dei nostri averi, è sempre amico di qualcuno dei ribaldi che vi ho citato». «È vero. Il vero questore non l'ha mai avuto né il nord, né il centro, né il mezzodì. E la colpa, lasciatemelo dire, voi che siete tanto superiore alla vostra classe, è un po' anche della magistratura». «Non amo gli elogi fatti in questo modo. La magistratura, in generale, è onesta. Ma in una corba di mele sane non è meraviglia che ne troviate qualcuna fradicia». «Giusto. Né io volevo dire di più. Ma c'è un vezzo che è comune a tutti i magistrati che seggono in Corte. Non ho mai capito l'utilità di permettere agli agenti di P. S. di ripararsi dietro il segreto d'ufficio quando si tratta di documentare le deposizioni o le informazioni». «Spiegatevi». «Un questore o un ispettore o un semplice delegato viene al tribunale o alle assise a dichiarare, per esempio, che la sua convinzione è che io sono il ladro o l'assassino che si cerca». Io e i miei avvocati gli domandiamo le prove delle sue affermazioni e lui ci risponde: "Non posso!" "Perché?" "Perché non posso nominare i miei informatori!" "Tocco di un gaglioffo! Ma io voglio sapere chi sono i tuoi informatori — io ho diritto di saperlo — tu devi parlare! Ne nasce un incidente formale che la Corte scioglie in favore della maschera, del calunniatore invisibile. Quando i giudici convengono col questore capisco il consiglio dei dieci, capisco questi organizzatori di omicidi che mettevano l'uomo mascherato alle spalle dei creduti nemici della repubblica di Venezia. Ci vorrebbe così poco a essere veri, a essere chiari, a essere forti! Perché è dei forti la giustizia sana, la giustizia che non vive né di chimere, né di supposizioni, né di esigenze, né di riguardi. Il privilegio in un uomo dinanzi alla giustizia uguale per tutti indispone un uomo d'ordine come sono io. Forse avrò il torto di avere vissuto un po' in Inghilterra. In Inghilterra, ove il sentimento della giustizia è più sviluppato e ove l'opinione domina dappertutto, un questore che non potesse documentare le sue accuse verrebbe preso a calci e processato come diffamatore». «Ma ci sono le spie...» «Tanto peggio per le spie! Il Le Caron, il più grande spione politico di questo secolo, quando il partito conservatore voleva distruggere il partito parlamentare irlandese, dovette mostrare il suo faccione nel palazzo delle Corti di Giustizia. Era una spia salariata da tanti anni e c'era pericolo di morire ammazzato magari prima di ritornare in strada. Ma non ci fu segreto d'ufficio che lo abbia salvato. Egli dovette subire il fuoco delle interrogazioni e poi, per paura del coltello irlandese, farsi annunciare dai giornali morto. Gli hanno fatto il funerale. Ma non so se sia morto davvero. So che il mestiere della spia porta con sé il pericolo di corroborare al Tribunale ciò che si va a riferire nel gabinetto di un questore, di un prefetto o di un ministro. Io non credo necessarie le spie. Ma chi ha paura di andare in piazza come una figuraccia abominevole, faccia come me: si dia a qualche altra occupazione.
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