— Ella — Rispondo, laconica: "Verrò." Poi spengo il telefono. Mi rannicchio sul vecchio divano dello studio, di fronte alla statua di Luca. E mi addormento, cullata dall'idea assurda che lui vegli su di me. — Luca — Il giorno dopo, arrivo alle 7:50. Lei mi apre la porta, i capelli in disordine, gli occhi cerchiati, vestita con lo stesso jeans macchiato di ieri. Ha dormito qui. — Non sei tornata? chiedo. — No. Ho lavorato. — Tutta la notte? Non risponde. Mi prende la mano – la sua pelle contro la mia, un colpo elettrico – e mi trascina verso il centro dello studio. La statua è lì. Rimango immobilizzato. È me. È così tanto me che mi toglie il respiro. Ogni dettaglio, ogni ombra, ogni cicatrice. Ma non è solo il mio corpo. È il mio sguardo, perso verso la luce. È quell'espression

