11° Babà al ragù

1277 Words
11° babà al ragù Chi è? Chi è? Chi è? L’uomo stempiato e grasso dal volto ustionato. Chi è? Chi è? Chi è? Ma soprattutto, cosa ci faceva alle spalle di Sarti? Interno, notte, Torino. Potrebbe essere l’inizio di un film, oppure la fine. Ma è solo Maicol Cammarata rintanato nel suo ufficio, in ammollo nella penombra grigia in cui declina ogni giornata, ma con il viso irraggiato dal bagliore ipnotico del monitor. L’inserto Sport & Vacanze, altrimenti conosciuto come Tette & Mignotte, si sta inchiostrando fra i rulli della rotativa, saturato a puntino di divi in braghe corte e veline senza veli. Ma pur sgravato dai suoi oneri, Maicol non molla la presa dal computer. A tenerlo ancora in redazione, quel tarlo che si sta facendo strada nella materia grigia che gli riempie il cranio, scavando pian piano il tunnel del sospetto. Chi è? Chi è? Chi è? Forse un allenatore. Oppure un dirigente. Chi è? Chi è? Chi è? Forse qualcuno che ritorna dal passato. Bologna Football Club 1909 contro Società Sportiva Calcio Napoli. Per tutti, Bologna-Napoli. L’ultima partita del campionato di tre stagioni fa, gli ricorda il tarlo sospettoso mentre rosicchia e avanza nel suo cervello, mentre avanza e rosicchia scavando gallerie di irrequietezza. Al Bologna bastava un punto per restare in Serie A. Al Napoli bastava un punto per approdare in Europa. Un pareggio avrebbe fatto comodo a entrambe le squadre. Chi è? Chi è? Chi è? L’uomo stempiato e grasso dal volto ustionato. Chi è? Chi è? Chi è? L’uomo che gli sta tarlando la nottata. E pareggio fu. Anche un bel pareggio, stando alla cronaca che Maicol ha riesumato dall’archivio digitale di OmniSport: due gol per parte, un palo, un paio di rigori reclamati, sette ammonizioni e un’espulsione. Ma tutto questo agitarsi attorno al pallone non tranquillizzò gli addetti ai lavori sul regolare svolgimento dell’incontro. Qualcuno parlò di partita aggiustata, di biscotto fragrante. Qualcun altro, più concretamente, segnalò come diversi bookmaker avessero fatto registrare flussi anomali di puntate su quel match. Il 2 a 2, guarda caso, era stato il risultato preferito dagli scommettitori. La Procura federale della Figc, tanto per dimostrare di non fregarsene, si prese la briga di aprire un’indagine sulla faccenda, chiamando a rapporto alcuni giocatori di Bologna e Napoli ed entrambi gli allenatori, quindi anche Sarti. Tutti gli interpellati esclusero l’esistenza di un accordo premeditato, ammettendo al massimo una tacita intesa in itinere dettata dall’opportunità: “Negli ultimi dieci minuti ci siamo accontentati del pari” e “In certe occasioni meglio due feriti che un morto” erano le giustificazioni più gettonate. La questione iniziò a farsi seria quando si mosse anche la giustizia ordinaria. Da una confusa intercettazione telefonica della polizia, che stava tenendo sotto controllo per altre ragioni certi “cugini” di un noto boss campano, emerse infatti uno strano accenno a un non meglio specificato “babà al ragù”. L’inedita pietanza veniva citata in associazione a qualche affare sicuro concluso a Bologna. Il pubblico ministero della procura di Napoli si fece quattro chiacchiere con diversi atleti e dirigenti delle due società coinvolte, con alcuni “cugini” appartenenti a qualche allargata famiglia casertana e con i soliti noti che vengono tirati per le orecchie quando c’è bisogno di farsi confidare pettegolezzi più o meno fondati su certi traffici sottobanco. Anche Vincenzo Sarti passò più di un pomeriggio in compagnia del magistrato: l’ipotesi era che il tecnico fosse a conoscenza di un accordo tra i club. Eventualità che Sarti negò sempre. Maicol sta recuperando dal server di OmniSport tutti gli articoli pubblicati sulla vicenda, molti dei quali scritti proprio da lui. Quel tarlo in testa che non riesce a debellare sta infatti insinuando con malizia che il tizio della seggiovia possa essere un rigurgito di quella storia. Chi è? Chi è? Chi è? L’uomo misterioso alle spalle di Sarti. Chi è? Chi è? Chi è? Quella faccia conosciuta non si sa dove. Tutto finì in niente. Al di là di quel “babà al ragù” delle intercettazioni non emerse altro di rilevante. Le persone informate dei fatti non sembravano così bene informate e da tutte le testimonianze raccolte non si ricavarono ulteriori elementi con cui approfondire l’inchiesta. Il caso fu archiviato dopo la fase istruttoria e Sarti, come tutti gli altri, fu prosciolto. Il fetore dello scandalo svaporò velocemente. Ma Maicol non ha mai scordato le turbolenze di quell’estate e come ogni buon giornalista sa alimentare con la carbonella della curiosità il lieve fuoco del dubbio. Quel fuoco che lo tiene ancora acceso, nonostante i torpori del buio, a rovistare tra i vecchi documenti ricoperti di polvere virtuale, in cerca di conferme o smentite ai suoi presentimenti. Dopo essersi riletto tutti i pezzi racimolati sull’argomento, Maicol si convince però che quel tarlo testardo ha scavato il cunicolo sbagliato: l’uomo della seggiovia non c’entra nulla con l’affaire “babà al ragù”. La sua memoria non riesce infatti ad associare quelle sembianze a nessuno dei nomi citati nelle righe inerenti il presunto illecito. Le foto accostate a quelle colonne non suggeriscono alcuna somiglianza con mister X. Ma allora chi è? Chi è? Chi è? L’uomo stempiato e grasso dal volto ustionato. Chi è? Chi è? Chi è? Forse un allenatore. Oppure un dirigente. O un uomo influente, si intromette ancora il tarlo di Maicol. Perché nella ragnatela degli intricati sotterranei in cui si intersecano intuizioni e premonizioni si è appena intrufolata l’idea che quell’individuo possa essere qualcuno che conta qualcosa. Anzi no, ci ripensa subito Maicol svoltando uno dei mille angoli di quel labirinto. Non è proprio lui il personaggio importante. L’uomo stempiato e grasso dev’essere un sottoposto di qualche notabile bene in vista, lo avalla il tarlo cambiando anche lui direzione di marcia ed escavazione, e poi avanzando ancora e rosicchiando, rosicchiando ancora e avanzando. Come sta avanzando furtivo l’orario sull’orologio, rosicchiando vorace le riserve del tempo. Con le lancette distese in quella posizione, tutti si lamenterebbero che è tardi. Tutti tranne Maicol. Tanto non c’è alcuna vita privata da accarezzare e baciare una volta uscito da lì. Ad ogni modo, la redazione del giornale è ormai silenziosa, abbandonata dai ticchettii sui tasti, dai tacchettii nel corridoio, dal tacchinare dei colleghi più intraprendenti. Maicol spegne allora il computer, chiude l’ufficio, si infila nella tromba delle scale e guadagna la libertà. Da cosa, poi, non lo sa. Esterno, notte, Torino. Potrebbe essere l’inizio di un film, oppure la fine. Ma è solo Maicol Cammarata che misura la città a bordo della sua Golf usata ma fidata, concedendosi qualche chilometro d’asfalto e qualche centilitro di benzina in più del necessario prima di riparare a casa. Per radio danno un vecchio brano di Bob Marley: “I shot the sheriff, but I didn’t shoot no deputy” fa la canzone. Ho sparato allo sceriffo, ma non al vicesceriffo, dice il ritornello. Torino 1980, elabora la sua testa ancora in funzione, estraendo dal database cerebrale il dato nozionistico di luogo e anno dell’ultima visita di Marley dalle nostre parti. Uno storico concerto allo Stadio Comunale. Sì, proprio nel vecchio impianto in cui giocava la squadra di calcio più amata e più odiata dagli italiani. Ho sparato allo sceriffo, ma non al vicesceriffo, dice il ritornello. Chi è? Chi è? Chi è? L’uomo stempiato e grasso dal volto ustionato. Chi è? Chi è? Chi è? Quella faccia conosciuta che Maicol non riconosce. Il tirapiedi di qualcuno di influente, esce dalla sua testa tarlata. Il vicesceriffo, esce dalla radio. La squadra di calcio più amata e più odiata dagli italiani, esce ancora dalla sua testa. Qualcuno di influente. Il vice. La squadra più amata e più odiata. “I shot the sheriff, but I didn’t shoot no deputy.” Maicol inchioda il piede al pedale del freno, arrestando l’auto sotto il semaforo rosso con un gran stridore di pneumatici e arterie. Non l’ha visto cambiare colore, accecato com’era da un’illuminazione. Il signore canuto che attraversa sulle strisce pedonali lo biasima con un’occhiataccia di livore, mentre Maicol porge le sue scuse spalancando il palmo. Quando lo richiude resta un pugno. Nel pugno ha il nome dell’uomo stempiato e grasso.
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