5°
la salita del golgota
I maestri di yoga. I maestri di sci. Chissà se sono vere le storielle che girano sul loro conto. Quelle che li dipingono come le tentazioni predilette delle mogli annoiate, delle casalinghe disperate.
«Ehilà, quanto ci vuole per il rifugio?»
La mia, di moglie, non si fa mancare niente. Lezioni di yoga in città per tonificare l’inverno. Lezioni di sci in ferie per impegnare l’estate. Tanti bei maestri muscolosi e smaglianti pronti a metterle le mani addosso per impostarle i movimenti. Flettiti così, Sandra: sblocchiamo il terzo chakra. Inclinati di più, Sandra: scivoliamo lungo la pendenza.
«Dico a lei, c’è ancora molto per arrivare in vetta?»
I maestri di yoga. Quelli di sci. Tutti regolarmente iscritti all’albo di competenza. Istruttori qualificati e seduttori inqualificabili. Professionisti navigati che impongono a Sandra un kamasutra di toccamenti e contorsioni allo scopo di farla aderire ai precetti della disciplina.
Non credo le faccia bene tutto questo sport.
«Ancora mezz’ora dice? Non c’è una scorciatoia?»
D’altronde non posso certo accompagnarla nell’appagamento delle sue fregole da quarantenne sempre in forma. Lo yoga non è roba per me. Infilarmi gli sci ai piedi ormai è tardi. Da ragazzo mi sarebbe piaciuto imparare, se solo avessi potuto, ma i contratti che firmavo quando giocavo ancora a calcio parlavano chiaro: fuori dal campo era esplicitamente proibito avventurarsi in qualsiasi tipo di attività che potesse mettere in pericolo le mie preziose articolazioni. Niente motocicletta, per fare un esempio. Niente sci alpino, per farne un altro. Un calciatore professionista rappresenta un capitale per la società che ne detiene il cartellino. Appartiene a un bilancio, non a se stesso.
La fine di ciò che voglio. L’inizio di ciò che sono.
«Non è che avrebbe dell’acqua, per favore? Ho finito la mia.»
Centrocampista centrale di corsa, interdizione e discreta visione di gioco. Rimpallando tra Serie A e Serie B. Cinque stagioni nella squadra della mia città, Bologna. Poi Cagliari, Fiorentina, Padova e Salernitana, cercando di lasciare ogni volta un segno, ma scivolando via presto dai ricordi dei tifosi. Un giocatore decente, che non fa innamorare. Nel frattempo, niente pieghe in moto. Niente discese libere. Vietata ogni manovra azzardata. Meglio dedicarsi al nuoto, al golf, al poker con gli amici. Hobby tranquilli che tengono lontani gli infortuni.
Il passatempo di Sandra, invece, è trascorrere questa giornata di fine giugno assieme al suo bel maestrino in tutina aderente, lassù a tremilacinquecento metri di altitudine, sul ghiacciaio del Cervino, mentre io, mille metri più in basso, mi arrampico lungo il pendio scaricando al suolo stress e calorie. Lei discende veloce, io risalgo lento. Forse a metà strada ci sfioreremo senza saperlo.
«Molto gentile, mi bastano un paio di sorsi.»
In questo ritaglio di vacanza valdostana, dopo la fine del campionato, prima dell’inizio del nuovo campionato, provo a seminare i pensieri lungo i tornanti del sentiero, che scalo in silenzio centellinando le falcate e le energie, nel mio trekking meditativo, rigenerante e solitario.
«Ha una buona gamba, lei. Si vede che è allenato.»
Solitario sì, se non fosse per questo scocciatore che mi si è incollato alle terga da un paio di chilometri. Ci siamo presentati e non mi ha riconosciuto. Il suo nome, per pareggiare i conti, mi è sfuggito di mente. Non mi sfugge invece il suo fisico marcatamente porcino, quasi untuoso, e l’impressione che questo tentativo di conversazione gli serva solo per distrarre la fatica, ingannare l’affanno.
E poi “c***k!”, dissero un giorno i legamenti crociati anteriori del mio ginocchio sinistro. A trentatré anni mi levai da ogni impaccio: smisi di giocare senza troppi rimpianti. In fondo più che prenderli mi piaceva darli, gli ordini. Così ho seguito l’iter per diventare allenatore professionista, frequentando il corso del Settore tecnico di Coverciano. Il primo incarico l’ho ottenuto alle giovanili del Bologna, prima agli Allievi e poi in Primavera. Due anni e mezzo fa, il salto in prima squadra.
«Vada piano, la prego, ché non riesco a starle dietro.»
Lo scocciatore, a sua discolpa, ha tutte le ragioni per ignorare chi sono: non è facile smascherarmi nella mia tenuta montanara, sotto il berretto di lana rossa, dietro i Ray-Ban scuri, dentro a un paio di pantaloni camouflage e a una T-shirt di Marilyn che si affaccia dalla zip aperta della felpa. In genere non mi si vede in giro conciato così. Non è certo la mise con cui scendo in panchina o mi presento ai giornalisti. Non è la divisa con cui affronto le battaglie degli stadi o le guerre fredde delle sale stampa.
«È mezzogiorno passato» mi dice il tizio untuoso senza nome, che ha evidentemente deciso di starmi alle calcagna come un gregario a sostegno del capitano durante una tappa ciclistica. «Non so lei, ma il mio stomaco reclama.»
Allora, visto che la mia scalata in solitaria è ormai compromessa, gli chiedo di passare al tu, sgravandoci del fardello della forma di cortesia. Gli regalo inoltre una cesta di parole di incoraggiamento per placargli le lagne e trascinarlo alla meta. Cerco insomma di aiutarlo nella missione odierna, nonostante l’attrezzatura in sua dotazione sia assolutamente non idonea all’escursione che ha improvvisato: niente scarponi tecnici per arpionare il terreno, niente racchette da montagna per agevolare la salita, niente copricapo né crema solare per proteggersi dagli affronti ultravioletti. Peggio per lui: la tersa mattinata in altura gli sta ustionando la fronte e domani scaverà le conseguenze su quel volto porcino.
Il mio estemporaneo accompagnatore sembra un povero cristo che arranca sulle pendici del Golgota, rassegnato a un destino di agonie. Difatti c’è una croce, piantata nella roccia lassù sul cucuzzolo, nitida e isolata contro un cielo sgombro di nuvole. Se sia un segnale di speranza o un presagio funesto non è dato saperlo.
«Ehi, Messner, anch’io ho fame» dico al condannato prima che approdi all’ennesima stazione della sua personalissima via Crucis. «Se arrivi in cima ancora vivo, ti offro il pranzo.»