FA MALE!

1667 Parole
FA MALE! La vide scivolare quasi a rallentatore, il tentacolo che la intrappolava era stato reciso in un attimo. Dante li aveva raggiunti e aveva preso la donna prima che il Creel potesse farle davvero del male. Quelli non erano demoni minori e Wolff doveva avere validi motivi per volerla morta altrimenti non avrebbe inviato un simile arsenale. Quello che non aveva senso era come lei fosse sopravvissuta fino a quel momen­to. Aveva camminato sulla Terra per decenni senza alcuna protezio­ne. Come avevano fatto i demoni a non trovarla prima? Fece a pezzi le propaggini del Creel, tranciandole con tutta la rabbia che aveva in corpo. Era circondato dal suono delle piccole bocche ta­glienti che si aprivano e richiudevano per la fame, solo per poi gridare allorché cadevano nella polvere. Quando si fu districato dai viticci mortiferi ed ebbe avuto a portata di mano il nucleo centra­le della crea­tura, tirò fuori il pugnale intriso con il sangue della Pura. Che fosse dannato se gli piaceva sprecare armi simili, ma doveva rag­giungere Elizabeth e perdere tempo con quella bestia glielo stava im­pedendo. Con un’unica stoccata nella massa oscura, fece uscire uno stridio acuto da tutte le fauci rimanenti. Il suono somigliava a quello di una sirena morente, all’inizio così alto da far sanguinare orecchie umane per poi ridursi via via a un gemito gorgogliante. Vide l’essere ridursi in cenere e poi guardò attentamente i dintorni. Apparentemente la Sorgente aveva ritenuto sufficiente inviare due soli sottoposti. Si era rivelato un grande errore. Rinfoderando la spada e il coltello, si ma­terializzò a casa della donna e lì trovò il suo fratello dagli occhi di acciaio che la sorvegliava. Dovette reprimere l’irresistibile tentazione di prenderlo a pugni. Mia. «Keltor, togliti subito quello sguardo sanguinario», disse il fratello maggiore rivolgendogli un’occhiata di sfida. L’altro si scosse e si scusò. «Esercita un forte effetto su di me. Il suo potere è impressionante.» Dante annuì. «È vero, Kelt, ma sembra che io sia meno influenzabi­le di te. È stata una saggia scelta allontanare gli altri finché non le tro­viamo una Priatch. Comunque restare con lei è d’obbligo dopo quello che è successo oggi. Come ha potuto sopravvivere senza di noi?» Non ci aveva ancora riflettuto. La sua mente era stata così ottene­brata dalla presenza della donna che non aveva neanche pensato a un piano. Dannazione. Se lui stesso agiva così, non poteva immagi­nare cosa avrebbero fatto gli altri Immortali se le si fossero avvicinati. Grugnì a bassa voce a quel pensiero. I grigi occhi di Dante si strinsero. «Fratello, questa non è solo l’in­fluenza di un Custode non addestrato. C’è qualcosa di possessivo nel tuo sguardo. Il desiderio di potere è una cosa, il tuo sembra un po’… be’, un po’ diverso.» Gli occhi verdi di Keltor fiammeggiarono verso l’amico. Era atterri­to alla sola idea. Come aveva potuto dirgli qualcosa del genere dopo tutto quello che aveva perso? E con l’odio che aveva provato per aver avuto una vita immortale? Questo era il richiamo di un Custode. Il ri­chiamo di un Custode donna. E lui l’avrebbe fatta uscire dalla sua vita senza danni così come ne era entrata. «Non è così, e tieni a freno la lingua. Non sono colpito da una femmina mortale, soprattutto non da lei.» Liz avrebbe voluto darsi un pizzicotto mentre guardava i due bruti in antichi costumi di pelle che stavano nel suo soggiorno senza cu­rarsi di lei. Certamente non aveva bisogno che Mr. Figo e Mr. Bellone se ne stessero lì di fronte con la loro pelle abbronzata e splendente. «Uhm, salve! È stato un piacere origliare la vostra conversazione e avere due strani uomini nel salone dopo essere stata attaccata da… be’, qualunque cosa fosse. E poi questa stronzata del Custode… per favore qualcuno mi può spiegare cosa sta succedendo? Non posso es­sere addormentata, perché mi sono appena svegliata e se sto diven­tando matta vorrei esserlo con un briciolo di consapevolezza. Inoltre sono abbastanza ferrata in inglese e la parola Priatch non esiste. Cosa significa?» Gli occhi di entrambi si rivolsero verso quella che doveva essere una donna addormentata e la trovarono non solo sveglia, ma anche infa­stidita. Keltor avrebbe riso se avesse ricordato come si faceva. Aveva dei ramoscelli nei capelli, del terriccio sul naso e gli occhi pieni di curiosità. Le sottili sopracciglia erano corrucciate. Quando si rese conto che lui la stava guardando, gli lanciò un’oc­chiata infuocata. «Ho qualcosa sul viso?» Dante si intromise nella loro piccola discussione. «Sì, Custode. E nei capelli. Il termine Priatch vuol dire maestra e tu nei hai sicura­mente bisogno dopo quello che ho visto.» Si interruppe, ma Keltor avvertì il suo compiacimento. Lei si alzò, corse al bagno e urlò. «Oh, grandioso. Grande, grande, davvero.» Inorridì nello specchiarsi e si infuriò ancora di più per come loro l’avevano derisa per il suo aspetto. «Mi concederò una doccia non appena avrete risposto alle mie domande e sarete usciti da qui. Dunque che succede? E cosa dovrei esattamente imparare da una maestra se non quali medicine curino queste allucinazioni?» Keltor alzò la mano in gesto di pace verso di lei. «Dante, lei pensa che io sia un frutto della sua immaginazione, quindi per favore fai gli onori.» Il fratello maggiore si girò verso la donna e alzò le spalle. «La ver­sione corta o quella lunga?» Lei guardò prima l’uno e poi l’altro. «Ora quella corta, quella lunga dopo. Siete davvero fratelli?» Si somigliavano per altezza e colore dei capelli, ma le similarità finivano lì. Se il primo, quello visto nel parco, aveva la pelle abbronzata e gli occhi verde scuro, il secondo era più pallido con iridi grigie come l’acciaio. Uno la faceva innervosire, l’altro la calma­va. Pensava di dover essere riconoscente, anche se non aveva la mini­ma idea di come avesse fatto a tornare a casa sana e salva dopo l’incontro con quei due mostri. Era però sicura che non ce l’avrebbe fatta senza il loro aiuto. Allo stesso tempo non avrebbe mai visto creature simili se non per causa loro. Quindi erano in una situazione di parità: non c’era niente da dire. Strinse gli occhi e attese che Occhi Grigi iniziasse a parlare. «Sì, siamo fratelli. Ma non di sangue, per se.» Occhi Grigi si volse a Mr. Fastidioso che scosse la testa incrociando le possenti braccia. Dove cavolo aveva già visto il suo volto? Il pensiero di averlo già in­contrato non la abbandonava. Ma prima che ci potesse pensare su, Occhi Grigi continuò. «Apparteniamo a un clan di Immortali che protegge l’equilibrio del mondo affinché l’oscurità non prevalga sulla luce. Puoi considerarci angeli anche se non abbiamo aureole o ali, ma siamo Guardiani dell’umanità, che è quasi la stessa cosa. Inoltre proteggiamo i Custodi, quando ne nasce uno, perché non siano un pericolo per loro stessi. Il Custode è uno strumento per l’oscurità e in sé ha il potere di uccidere un Guardiano se passa al male. In cambio della sua anima, viene promessa al Custode la vita eterna. E, una vol­ta sigillato questo patto, un Guardiano muore.» Si fermò per assicurarsi che lei avesse inteso, ma dalla sua espressione non riuscì a capirlo. «Tu sei un Custode. E, anche se non sappiamo come, sei sopravvissuta e le Ombre non ti hanno trovata fino a oggi. Ovvia­mente non saresti al sicuro da sola e per fortuna anche noi ti abbiamo trovata.» Lei rimase in silenzio, attonita. Gli uomini la fissavano, sull’atten­ti, come pronti ad attaccare una presenza inesistente. Liz squadrò la stanza in cerca di macchine fotografiche, guardando dalla grande finestra verso il prato, aspettandosi di vedere un furgone là fuori con un presentatore che annunciasse una candid camera. Nada. Aspettò un altro po’, ma capì che entrambi gli sconosciuti non avrebbero parlato finché non lo avesse fatto lei. Okay, sarebbe stata al gioco. «Beeeeneeee. Poi mi direte che esistono le fate?» Si lasciò cadere sul divano color crema, infischiandosene di essersi sporcata nel parco. Un gesto che non avrebbe mai preso in considerazione prima di quel mattino. Tutto era ordinato in casa sua e probabilmen­te aveva appena rovinato il suo divano. Oppure avrebbe dovuto spendere una fortuna per farlo pulire. «Be’», disse quello scuro di carnagione, «sì, esistono, ma non sono le piccole fatine con le ali di cui fantasticano gli uomini. Sono esseri dell’Ombra. Hai già incontrato due creature dell’oscurità, credo tu possa immaginare che le fate non siano così… dolci.» La donna rabbrividì involontariamente e si mise la testa fra le mani. «Okay, supponendo di andare avanti in questa follia, cosa do­vrei fare adesso? Aspettare che mi uccidano o mi facciano il lavaggio del cervello? Come sono potuta diventare un Custode e cosa succede se rifiuto la gentile proposta di vivere per sempre?» Keltor assunse un tono grave. «Non sei immortale a meno che tu non decida di prendere la via dell’oscurità. Puoi venire con noi e alle­narti a imparare le abilità che ti possono proteggere da loro. Tu sei un Custode perché la Dea deve mantenere l’equilibrio. Questa è la sua punizione per avere un esercito di Guardiani. Gli Dei Oscuri hanno ritenuto giusto sfidarla, c’è un gene che casualmente selezio­na un portatore nella specie umana. Se accetti l’Ombra che c’è nel tuo cuore, nel momento in cui cadrai nelle loro grinfie uno di noi spirerà. Se ti rifiuterai, morirai tu.» La calma che seguì nella stanza fu soffocante. Liz guardò negli occhi quello chiamato Keltor e vide che non c’era ironia. Si voltò verso Occhi Grigi e trovò solo una dura verità. «Davvero? Non è uno scherzo di cattivo gusto o una presa in giro televisiva?» I due scossero la testa all’unisono. «Dannazione. E cosa avrei di tanto importante per loro?» Risposero insieme. «La chiave per le anime oscure del passato.» Cosa diavolo significa? «Sì, suona spaventosamente grandioso. E suppongo di avere zero tempo per digerire di essere stata appena attaccata da una piovra gi­gante dotata di centinaia di bocche e spuntata dal terreno, giusto?» Entrambi fecero di no con il capo. «Quanto tempo ho per organizzarmi prima di raggiungere il manicomio? Per anni non ho aggiornato i documenti. Non che ci siano stati grossi cambiamenti ma magari vorrei donare qualcosa…» L’aria si fece di colpo ghiacciata e le si rizzarono i peli sulle braccia. La sua bocca si chiuse di colpo. «Prendi ciò che puoi. Dobbiamo andare. Ora.» I due uomini aprirono i mantelli ed estrassero delle armi scintil­lanti. Se c’erano ancora dubbi, la tempesta che si avvicinava alla porta d’ingresso li scacciò immediatamente. Mostri e bellissimi uo­mini armati. Chi avrebbe detto che la storia incapace di prendere vita attraverso la scrittura sarebbe letteralmente saltata fuori dalle pagine? L’unica cosa che riuscì ad afferrare, prima dello schiantarsi della casa e del gemito di qualcosa di innominabile, fu il suo laptop. Forti braccia la cinsero e, in un lampo, tutti e tre furono altrove.
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