IRLANDA?
Ora non c’era più alcun dubbio. Non se guardava le mura antiche di centinaia d’anni e l’enorme caminetto in cui ci si poteva ballare per quanto era grande. Anche se al momento non aveva molta voglia di ballare. Stretta al petto teneva la piccola scatola nera dei sogni in cui riponeva ogni pensiero. Almeno era riuscita a portare il PC con sé. Aveva udito veramente il frastuono della sua casa fatta a pezzi mentre andavano via?
Era decisa a dimostrare gratitudine, anche se l’unica cosa che voleva davvero fare era urlare e gridare oscenità ai suoi rapitori. Sentiva che stava per raggiungere il culmine. Sapeva che stava per crollare, ma non aveva la forza per fare niente. L’espressione sul volto dei suoi salvatori… era pietà? O tristezza? Qualunque cosa fosse, non la voleva, e stava per piangere. Un fiotto di un caldo liquido salato le scese lungo la guancia destra, poi sulla sinistra e infine si accasciò a terra, stringendo a sé l’unica cosa che la collegava alla sua vita passata. Non aveva neanche fatto in tempo a prendere il caricabatterie. La rabbia fluiva a ondate: rivolta a se stessa in preda al pianto, a quegli uomini che sembravano aspettarsi proprio quel comportamento da lei e alla sua intera vita che era stata completamente sconvolta in un istante. E non avrebbe neanche potuto ricaricare il laptop. Sarebbe stato presto solo un pezzo di plastica buono solo per essere riciclato. Andò verso il caminetto e scagliò il PC sulla cenere fredda con tutta la forza che aveva, sussultando appena mentre si rompeva in mille pezzi e le polveri si alzavano a bruciarle gli occhi.
Kelt assistette sofferente a quella dimostrazione di disperazione. Ogni parte di lui avrebbe voluto prenderla tra le braccia e rimettere tutto a posto. Non aveva alcun senso quel desiderio ma sentì l’anima spezzarsi dentro nel momento in cui la donna rompeva il computer nel camino, l’unico ricordo del suo mondo felice e sicuro. Fu come un’onda di dolore che si scagliava su di lui. Lottando contro se stesso per non intervenire, assistette alla sfuriata con muta tristezza.
Lei tirò un profondo sospiro e, sentendosi più leggera, si voltò, si pulì gli occhi e guardò i due uomini, che erano stati abbastanza intelligenti da non parlare fino a che non lo avesse fatto lei. Cercò di sorridere. «Bene, non ci siamo presentati adeguatamente. Io sono Liz. In altre circostanze avrei detto che è un piacere conoscervi. Ma queste non sono circostanze normali, vero?»
Dirigendosi verso di loro allungò la mano verso Occhi Grigi.
«Liz, io sono Dante. Mi dispiace per tutto questo e sono profondamente costernato per non averti trovata prima.» Prese delicatamente la sua mano e vi pose sopra la sua.
La donna si voltò verso Keltor. «Penso di doverti delle scuse. Non avrei dovuto trattarti in quel modo dopo che mi hai salvato la vita.»
«No, ragazza, è a te che si devono delle scuse. Se ci fosse stato più tempo ti avremmo preparato a tutto questo. Io mi chiamo Keltor, ma tu puoi chiamarmi così o Kelt, se preferisci.»
Prese la sua mano e la portò delicatamente alle labbra, sfiorandola con il più dolce dei baci. Il calore sprigionato dal contatto si intensificò di cento volte quando le labbra la toccarono. I modi di quei due uomini erano antichi. Questo significava che lo erano anche loro? Niente di tutto ciò aveva senso. E come poteva lei avere certi palpiti nel cuore dopo ciò che aveva passato quel giorno? O forse come poteva non averli? Sarebbe stato più logico volersi attaccare a uno di loro dopo le peripezie delle ultime ventiquattro ore. E quell’accento marcato abbinato a quei profondi occhi color smeraldo avrebbe fatto sicuramente effetto su di lei in qualunque altro momento. Ma non si poteva affidare proprio a lui. Be’ magari la sua mente non poteva. Il corpo non era più connesso a essa, a quanto pareva. Keltor le lasciò andare velocemente la mano. Irradiava un’intensità che la donna non aveva mai visto nello sguardo di un uomo. Era lusinghiero e allo stesso tempo spaventoso. Come se ci fosse un animale sotto la superficie pronto a uscire dalle profondità oscure in cui era prigioniero.
«Okay, Dante, Keltor. Grazie. Credo. Dove mi avete portato esattamente e in cosa siete diversi dai mostri che mi hanno aggredito? Avete detto di essere immortali: che significa?»
Kelt guardò a terra. «Be’, è difficile spiegare cosa siamo. Siamo i Guardiani della specie umana, come ti ha detto Dante. Il miglior paragone che si può fare tra le creature della tua mitologia è con gli angeli, dato che effettivamente vegliamo sulla Terra. E nasciamo dal sangue di una Dea dopo la nostra… dipartita. Siamo chiamati anche con altri nomi, ma nessuno di questi è adeguato. Definirci angeli è ancora lontano dalla realtà. Siamo Guardiani della Luce. Preserviamo l’equilibrio tra l’oscurità e la luce e combattiamo un’eterna lotta con gli Esseri Oscuri. Ti abbiamo portato il più lontano possibile dalla tua casa, in un posto al riparo dalle tenebre di cui ho parlato. Sei libera di muoverti fino alla spiaggia. Ma non andare in città o oltre perché non potrei garantire la tua incolumità. Questa è la mia dimora, Custode. Benvenuta in Irlanda e a Kilkehny Keep.»
Allargò le spalle e sembrò diventare più maestoso pronunciando le ultime parole.
Irlanda? Porca vacca, non è possibile.
Le si spalancarono gli occhi e inarcò le sopracciglia. Keltor fece un ampio gesto con la mano verso le scure tende di velluto e andò a spostarle. Se le sue affermazioni non l’avevano ancora ammutolita, lo fece sicuramente ciò che vide al di là dell’ampia vetrata. Altro che spazi verdi! Liz respirò e guardò avidamente tutto ciò che la circondava. Colline erano ovunque intorno a lei, campi con coltivazioni indefinibili e un pendio roccioso che piombava tra le onde. Sopra, il cielo era grigio, ma non importava. Il panorama brillava di qualcosa di magico e ora Liz si rammaricava per non aver mai compiuto il viaggio che avrebbe sempre voluto fare.
Poi ricordò perché si trovava lì e la sensazione di magia svanì come l’acqua che scivola lungo uno scolo.
«Irlanda? Ma come? Non riesco a capire come siamo potuti arrivare qui. No, non è possibile. Anche se prendessi per buona questa cosa dell’immortale-angelo-guardiano – e non lo faccio – resta il fatto che vivo in Arizona. Non c’è modo di arrivare in Irlanda in un battito di ciglia. Per fortuna sono ancora convinta di essere da rinchiudere, quindi non ritenetevi obbligati a spiegarmi meglio la questione. Però non avete risposto alla mia altra domanda. Sempre che io intenda far finta di credere a questa incredibile illusione.»
Dante guardò Keltor, che gli rispose con uno sguardo profondamente confuso. «Mi dispiace tanto, Kelt, ma devo andare. Lucio ha bisogno di una mano con altre… uhm, faccende delicate.»
Keltor non esitò a congedarlo con un cenno della testa, mentre la fame gli bruciava lo stomaco.
«Liz, tu qui sei al sicuro e ti garantisco che non sei pazza. Ascolta Kelt e fidati delle sue parole. Lui e i fratelli Guardiani sono i tuoi unici amici adesso.»
Lei squittì un grazie, anche se la mente le si stava aggrovigliando.
Dante scomparve nello stesso modo in cui dovevano essere arrivati. Questa volta, però, Liz notò l’increspatura nell’aria e cercò di toccarla. La sua mano ci passò attraverso ma sentì una scintilla di elettricità prima che il fenomeno scomparisse del tutto.
Si voltò. Keltor la guardava intensamente.
«Bene, non sei del tutto cieca. È più di quanto sperassi quando ti abbiamo trovata. Vieni, possiamo passeggiare per i campi mentre rispondo alle tue domande.»
«Vorrei fare una doccia e magari avere dei vestiti prima di andare da qualche parte, grazie», disse, indignata, alzando il mento sporco. «Se devo essere prigioniera vorrei almeno essere pulita. Inoltre, ho bisogno di restare qualche minuto da sola per digerire tutto l’accaduto.»
Un sorrisetto gli attraversò il viso. «Bene. Vieni con me.»
Lo seguì giù per un lungo corridoio fino a una stanza con pochi mobili. Un comò, un dipinto delle colline (molto probabilmente le stesse intorno alla Fortezza) che si era ripromessa di visitare appena avesse potuto, e un enorme letto a quattro posti. Lo guardò incuriosita e lui le indicò un punto con gli occhi.
«Guarda tu stessa.»
Perplessa, andò verso la direzione suggerita dall’uomo e scoprì che c’era un falso muro, dietro il quale si trovava una camera, ampia come quella da cui erano entrati. In questa stanza, però, c’era una vasca fumante riempita con profumi stuzzicanti che le arrivavano alle narici, uno spruzzo d’acqua sgorgante direttamente dalla parete di rocce e un tavolino con oli vari, spugne, vasetti e bottiglie.
Lei si voltò di nuovo verso di Keltor, che fece spallucce, come se un bagno di quella magnificenza non fosse chissà cosa. No, non era solo un bagno. Era un rifugio di pietra costruito per i re delle fiabe. Conosceva abbastanza la storia per sapere che quello non era il genere di stanza costruito nei castelli. L’aveva realizzata lui stesso. Ed era stato incredibilmente impassibile nel presentargliela. Nessun segno di arroganza, come avrebbe fatto qualunque persona dopo aver realizzato un’oasi simile. No, lui aveva alzato le spalle. Forse questo era da presuntuosi?
Chi se ne importa.
Per lei, la vista salvifica dell’acqua che scorreva era abbastanza da farla quasi gridare.
Kelt seguiva la scena con aria nostalgica. C’erano giorni in cui tornava a casa e faceva la stessa cosa. Dopo battaglie brutali e incredibili adorava concedersi una doccia e crogiolarsi nelle erbe guaritrici che aveva messo nella stessa vasca, ora pronta per lei. Liz non aveva bisogno di sapere che a lui era bastato il movimento di un polso per preparare tutto. Keltor chiuse gli occhi pensando a come lo avrebbero tormentato i suoi fratelli se avessero saputo quanto amava stare immerso nell’immensa vasca costruita segretamente nelle vecchie camere della servitù.
«Prenditi tutto il tempo che vuoi. Intanto cercherò degli abiti per te, a meno che tu non voglia rimettere quella cosa di nuovo.»
Le sue guance si incendiarono per l’agitazione e la beatitudine provata un attimo prima svanì improvvisamente. Il suo abito sarebbe andato bene se non fosse stato per tutto quello che aveva appena affrontato.
«No. Vorrei che fosse lavato di tutto lo schifo che lo ricopre. Poi sarò felice di restituirti il tuo e rimettermi questo. Devo ringraziare te per aver perso ogni cosa e lo farò ogni giorno che starò qui.»
Anche se il suo cuore sussultò sapendo che quelle parole erano vere, la sua mente non avrebbe permesso che lei si rimettesse quel piccolo abito color banana. Piuttosto lo avrebbe bruciato.
«Farò il bagno, Keltor, ma prima rispondi alla mia domanda, per favore.»
Un ringhio gli uscì involontariamente dalla gola, facendole spalancare gli occhi. Il suono fu così gutturale e basso che le si arricciarono le dita dei piedi e le venne la pelle d’oca.
«Certo Elizabeth. Cosa volevi sapere?»
Lei si sentì le ginocchia tremare. «Immortali… Mostri. Cosa significa e in cosa siete diversi? E, per favore, chiamami Liz. Nessuno mi ha chiamato in altro modo da molto tempo.»
«Allora sono doppiamente onorato di essere il primo in così tanto tempo.» Le fece l’occhiolino, quasi ottenendo il risultato di mandarla su tutte le furie. «Noi siamo immortali, Lizbet. Ho tolto la E per te, ragazza.» Abbozzò un sorriso che non riusciva a distendere, neanche provandoci. «Va bene… Liz. Per te significa che noi non invecchiamo e raramente moriamo. Non abbiamo ali ma possiamo volare. Più che altro siamo macchine da guerra letali con un solo e unico scopo: distruggere queste creature venefiche che cercano di annientare gli esseri innocenti. Il nostro proposito non è così diverso da quello dei nostri nemici. Ma se noi abbiamo come obiettivo quello di salvare la maggior parte degli ingrati esseri umani, loro vogliono ucciderli e trasformare quanti più individui possibili in Ombre. Ma da parte loro non c’è considerazione per la vita. Da parte nostra cerchiamo di fare la cosa giusta… il più delle volte. Capito adesso?»
No, non molto.
Ma Liz comunque fece di sì con la testa, avvertendo una sorta di frustrazione in lui.
«Ora se vuoi scusarmi, andrò a cercarti qualcosa da indossare.»
Si girò verso la porta e si mise alla ricerca di un capo adeguato. Preferibilmente qualcosa che puzzasse di maiale e la coprisse dalla testa ai piedi. Forse avrebbe trovato un sacco di patate coperto di fango. Consegnò l’abito seducente, anche se al momento ricoperto di viscere di Creel, a un domestico qualche stanza più in là. Era sicuro di convincerla che si doveva buttare via. Questo era quanto. Odiava entrare nella mente altrui ma a volte era necessario. Come in quel caso. Giunto nell’ingresso, si accorse di non provare alcun sollievo al pensiero che non l’avrebbe più rivista in quel bellissimo prendisole giallo.
Ma non l’avrebbe fatto nemmeno nessun altro e questo gli andava benissimo. Con le guance ormai infuocate, continuò a camminare lungo il salone.