IRLANDA?

2003 Parole
IRLANDA? Ora non c’era più alcun dubbio. Non se guardava le mura antiche di centinaia d’anni e l’enorme caminetto in cui ci si poteva ballare per quanto era grande. Anche se al momento non aveva molta voglia di ballare. Stretta al petto teneva la piccola scatola nera dei sogni in cui riponeva ogni pensiero. Almeno era riuscita a portare il PC con sé. Aveva udito veramente il frastuono della sua casa fatta a pezzi men­tre andavano via? Era decisa a dimostrare gratitudine, anche se l’unica cosa che vole­va davvero fare era urlare e gridare oscenità ai suoi rapitori. Sentiva che sta­va per raggiungere il culmine. Sapeva che stava per crollare, ma non aveva la forza per fare niente. L’espressione sul volto dei suoi salvatori… era pietà? O tristezza? Qualunque cosa fosse, non la vole­va, e stava per piangere. Un fiotto di un caldo liquido salato le scese lungo la guancia destra, poi sulla sinistra e infine si accasciò a terra, stringendo a sé l’uni­ca cosa che la collegava alla sua vita passata. Non aveva neanche fatto in tempo a prendere il caricabatterie. La rabbia fluiva a ondate: rivolta a se stessa in preda al pianto, a quegli uomini che sembravano aspettarsi proprio quel comportamento da lei e alla sua intera vita che era stata completamente sconvolta in un istante. E non avrebbe neanche potuto ricaricare il laptop. Sarebbe stato presto solo un pezzo di plastica buono solo per essere riciclato. Andò verso il caminetto e scagliò il PC sulla ce­nere fredda con tutta la forza che aveva, sussultando appena mentre si rompeva in mille pezzi e le polveri si alzavano a bruciarle gli occhi. Kelt assistette sofferente a quella dimostrazione di disperazione. Ogni parte di lui avrebbe voluto prenderla tra le braccia e rimettere tutto a posto. Non aveva alcun senso quel desiderio ma sentì l’anima spezzarsi dentro nel momento in cui la donna rompeva il computer nel camino, l’unico ricordo del suo mondo felice e sicuro. Fu come un’onda di dolore che si scagliava su di lui. Lottando contro se stesso per non intervenire, assistette alla sfuriata con muta tristezza. Lei tirò un profondo sospiro e, sentendosi più leggera, si voltò, si pulì gli occhi e guardò i due uomini, che erano stati abbastanza intel­ligenti da non parlare fino a che non lo avesse fatto lei. Cercò di sorridere. «Bene, non ci siamo presentati adeguatamente. Io sono Liz. In altre circostanze avrei detto che è un piacere conoscervi. Ma queste non sono circostanze normali, vero?» Dirigendosi verso di loro allungò la mano verso Occhi Grigi. «Liz, io sono Dante. Mi dispiace per tutto questo e sono profonda­mente costernato per non averti trovata prima.» Prese delicatamente la sua mano e vi pose sopra la sua. La donna si voltò verso Keltor. «Penso di doverti delle scuse. Non avrei dovuto trattarti in quel modo dopo che mi hai salvato la vita.» «No, ragazza, è a te che si devono delle scuse. Se ci fosse stato più tempo ti avremmo preparato a tutto questo. Io mi chiamo Keltor, ma tu puoi chiamarmi così o Kelt, se preferisci.» Prese la sua mano e la portò delicatamente alle labbra, sfiorandola con il più dolce dei baci. Il calore sprigionato dal contatto si intensifi­cò di cen­to volte quando le labbra la toccarono. I modi di quei due uomini erano antichi. Questo significava che lo erano anche loro? Niente di tut­to ciò aveva senso. E come poteva lei avere certi palpiti nel cuore dopo ciò che aveva passato quel giorno? O forse come po­teva non averli? Sa­rebbe stato più logico volersi attaccare a uno di loro dopo le peripezie delle ultime ventiquattro ore. E quell’accento marcato abbinato a quei profondi occhi color smeraldo avrebbe fatto sicuramente effetto su di lei in qualunque al­tro momento. Ma non si poteva affidare proprio a lui. Be’ magari la sua mente non poteva. Il corpo non era più connesso a essa, a quanto pareva. Keltor le lasciò andare velocemente la mano. Irra­diava un’intensità che la donna non aveva mai visto nello sguardo di un uomo. Era lusinghiero e allo stesso tempo spaventoso. Come se ci fosse un animale sotto la super­ficie pronto a uscire dalle profondità oscure in cui era prigioniero. «Okay, Dante, Keltor. Grazie. Credo. Dove mi avete portato esatta­mente e in cosa siete diversi dai mostri che mi hanno aggredito? Avete detto di essere immortali: che significa?» Kelt guardò a terra. «Be’, è difficile spiegare cosa siamo. Siamo i Guar­diani della specie umana, come ti ha detto Dante. Il miglior para­gone che si può fare tra le creature della tua mitologia è con gli angeli, dato che ef­fettivamente vegliamo sulla Terra. E nasciamo dal sangue di una Dea dopo la nostra… dipartita. Siamo chiamati anche con altri nomi, ma nessuno di questi è adeguato. Definirci angeli è ancora lontano dalla realtà. Siamo Guardiani della Luce. Preservia­mo l’equilibrio tra l’oscuri­tà e la luce e combattiamo un’eterna lotta con gli Esseri Oscuri. Ti abbia­mo portato il più lontano possibile dal­la tua casa, in un posto al riparo dalle tenebre di cui ho parlato. Sei libera di muoverti fino alla spiaggia. Ma non andare in città o oltre perché non potrei garantire la tua incolu­mità. Questa è la mia dimo­ra, Custode. Benvenuta in Irlanda e a Kilkeh­ny Keep.» Allargò le spalle e sembrò diventare più maestoso pronunciando le ultime parole. Irlanda? Porca vacca, non è possibile. Le si spalancarono gli occhi e inarcò le sopracciglia. Keltor fece un am­pio gesto con la mano verso le scure tende di velluto e andò a spo­starle. Se le sue affermazioni non l’avevano ancora ammutolita, lo fece sicura­mente ciò che vide al di là dell’ampia vetrata. Altro che spazi ver­di! Liz re­spirò e guardò avidamente tutto ciò che la circon­dava. Colline erano ovunque intorno a lei, campi con coltivazioni in­definibili e un pendio roc­cioso che piombava tra le onde. Sopra, il cielo era grigio, ma non importa­va. Il panorama brillava di qualcosa di magico e ora Liz si rammaricava per non aver mai compiuto il viaggio che avrebbe sempre voluto fare. Poi ricordò perché si trovava lì e la sensazione di magia svanì come l’acqua che scivola lungo uno scolo. «Irlanda? Ma come? Non riesco a capire come siamo potuti arriva­re qui. No, non è possibile. Anche se prendessi per buona questa cosa dell’immortale-angelo-guardiano – e non lo faccio – resta il fatto che vivo in Arizona. Non c’è modo di arrivare in Irlanda in un battito di ciglia. Per fortuna sono ancora convinta di essere da rinchiudere, quindi non ritenetevi obbligati a spiegarmi meglio la questione. Però non avete risposto alla mia altra domanda. Sempre che io intenda far finta di credere a questa incredibile illusione.» Dante guardò Keltor, che gli rispose con uno sguardo profonda­mente confuso. «Mi dispiace tanto, Kelt, ma devo andare. Lucio ha bisogno di una mano con altre… uhm, faccende delicate.» Keltor non esitò a congedarlo con un cenno della testa, mentre la fame gli bruciava lo stomaco. «Liz, tu qui sei al sicuro e ti garantisco che non sei pazza. Ascolta Kelt e fidati delle sue parole. Lui e i fratelli Guardiani sono i tuoi uni­ci amici adesso.» Lei squittì un grazie, anche se la mente le si stava aggrovigliando. Dante scomparve nello stesso modo in cui dovevano essere arriva­ti. Questa volta, però, Liz notò l’increspatura nell’aria e cercò di toccarla. La sua mano ci passò attraverso ma sentì una scintilla di elettricità prima che il fenomeno scomparisse del tutto. Si voltò. Keltor la guardava intensamente. «Bene, non sei del tutto cieca. È più di quanto sperassi quando ti abbiamo trovata. Vieni, possiamo passeggiare per i campi mentre ri­spondo alle tue domande.» «Vorrei fare una doccia e magari avere dei vestiti prima di andare da qualche parte, grazie», disse, indignata, alzando il mento sporco. «Se devo essere prigioniera vorrei almeno essere pulita. Inoltre, ho biso­gno di restare qualche minuto da sola per digerire tutto l’accadu­to.» Un sorrisetto gli attraversò il viso. «Bene. Vieni con me.» Lo seguì giù per un lungo corridoio fino a una stanza con pochi mobili. Un comò, un dipinto delle colline (molto probabilmente le stesse intorno alla Fortezza) che si era ripromessa di visitare appena avesse potuto, e un enorme letto a quattro posti. Lo guardò incuriosi­ta e lui le indicò un punto con gli occhi. «Guarda tu stessa.» Perplessa, andò verso la direzione suggerita dall’uomo e scoprì che c’era un falso muro, dietro il quale si trovava una camera, ampia come quella da cui erano entrati. In questa stanza, però, c’era una vasca fumante riempita con profumi stuzzicanti che le arrivavano alle narici, uno spruzzo d’acqua sgorgante direttamente dalla parete di rocce e un tavolino con oli vari, spugne, vasetti e bottiglie. Lei si voltò di nuovo verso di Keltor, che fece spallucce, come se un bagno di quella magnificenza non fosse chissà cosa. No, non era solo un bagno. Era un rifugio di pietra costruito per i re delle fiabe. Cono­sceva abbastanza la storia per sapere che quello non era il genere di stanza co­struito nei castelli. L’aveva realizzata lui stesso. Ed era stato incredibil­mente impassibile nel presentargliela. Nessun segno di arro­ganza, come avrebbe fatto qualunque persona dopo aver realizzato un’oasi si­mile. No, lui aveva alzato le spalle. Forse questo era da pre­suntuosi? Chi se ne importa. Per lei, la vista salvifica dell’acqua che scorreva era abbastanza da farla quasi gridare. Kelt seguiva la scena con aria nostalgica. C’erano giorni in cui tor­nava a casa e faceva la stessa cosa. Dopo battaglie brutali e incredibili adorava concedersi una doccia e crogiolarsi nelle erbe guaritrici che aveva messo nella stessa vasca, ora pronta per lei. Liz non aveva biso­gno di sapere che a lui era bastato il movimento di un polso per preparare tutto. Keltor chiuse gli occhi pensando a come lo avrebbe­ro tormentato i suoi fratelli se avessero saputo quanto amava stare immerso nell’immensa vasca co­struita segretamente nelle vecchie camere della servitù. «Prenditi tutto il tempo che vuoi. Intanto cercherò degli abiti per te, a meno che tu non voglia rimettere quella cosa di nuovo.» Le sue guance si incendiarono per l’agitazione e la beatitudine prova­ta un attimo prima svanì improvvisamente. Il suo abito sarebbe andato bene se non fosse stato per tutto quello che aveva appena af­frontato. «No. Vorrei che fosse lavato di tutto lo schifo che lo ricopre. Poi sarò felice di restituirti il tuo e rimettermi questo. Devo ringraziare te per aver perso ogni cosa e lo farò ogni giorno che starò qui.» Anche se il suo cuore sussultò sapendo che quelle parole erano vere, la sua mente non avrebbe permesso che lei si rimettesse quel piccolo abito color banana. Piuttosto lo avrebbe bruciato. «Farò il bagno, Keltor, ma prima rispondi alla mia domanda, per favore.» Un ringhio gli uscì involontariamente dalla gola, facendole spalan­care gli occhi. Il suono fu così gutturale e basso che le si arricciarono le dita dei piedi e le venne la pelle d’oca. «Certo Elizabeth. Cosa volevi sapere?» Lei si sentì le ginocchia tremare. «Immortali… Mostri. Cosa signifi­ca e in cosa siete diversi? E, per favore, chiamami Liz. Nessuno mi ha chiamato in altro modo da molto tempo.» «Allora sono doppiamente onorato di essere il primo in così tanto tempo.» Le fece l’occhiolino, quasi ottenendo il risultato di mandarla su tutte le furie. «Noi siamo immortali, Lizbet. Ho tolto la E per te, ragaz­za.» Abbozzò un sorriso che non riusciva a distendere, neanche provan­doci. «Va bene… Liz. Per te significa che noi non invecchiamo e rara­mente moriamo. Non abbiamo ali ma possiamo volare. Più che altro sia­mo macchine da guerra letali con un solo e unico scopo: di­struggere queste creature venefiche che cercano di annientare gli esseri innocenti. Il nostro proposito non è così diverso da quello dei nostri nemici. Ma se noi abbiamo come obiettivo quello di salvare la maggior parte degli in­grati esseri umani, loro vogliono ucciderli e trasformare quanti più indi­vidui possibili in Ombre. Ma da parte loro non c’è considerazione per la vita. Da parte nostra cerchiamo di fare la cosa giusta… il più delle volte. Capito adesso?» No, non molto. Ma Liz comunque fece di sì con la testa, avvertendo una sorta di frustrazione in lui. «Ora se vuoi scusarmi, andrò a cercarti qualcosa da indossare.» Si girò verso la porta e si mise alla ricerca di un capo adeguato. Pre­feribilmente qualcosa che puzzasse di maiale e la coprisse dalla testa ai piedi. Forse avrebbe trovato un sacco di patate coperto di fan­go. Con­segnò l’abito seducente, anche se al momento ricoperto di viscere di Creel, a un domestico qualche stanza più in là. Era sicuro di convincer­la che si doveva buttare via. Questo era quanto. Odiava en­trare nella mente altrui ma a volte era necessario. Come in quel caso. Giunto nell’ingresso, si accorse di non provare alcun sollievo al pensie­ro che non l’avrebbe più rivista in quel bellissimo prendisole giallo. Ma non l’avrebbe fatto nemmeno nessun altro e questo gli andava benissimo. Con le guance ormai infuocate, continuò a camminare lun­go il salone.
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI