CHI È LIZ?

2417 Parole
CHI È LIZ? Lucio si diresse al frigorifero e versò un po’ di 0 negativo nel calice, quindi ne lanciò una sacca a Dante. Questi grugnì un grazie e scrollò la testa non appena ebbe infilza­to la plastica con i denti improvvisamente allungati. «È peggio di quanto credevamo. Posso sentire il suo odore Lucio.» «Sì, anch’io. La Madre dice di non aver niente a che fare con tutto ciò, ma ho i miei dubbi. Un Custode donna che è stato protetto così a lungo? Giusto in tempo perché noi la trovassimo? Avrebbe potuto es­sere presa dai demoni da piccola e messa sotto controllo. C’è una parte del puzzle che ci sfugge. Chi è lei?» La consueta espressione stoica di Dante si fece più intensa mentre sprofondava nei pensieri. «C’è una spiegazione, ma è una leggenda, e la leggenda dice che dovrebbe essere un uomo.» Lucio fece di no con la testa e bevve un sorso dalla coppa di peltro. «No, quello è un mito.» «Comunque ti sarà passato per la mente. In quale altro modo avrebbe potuto rimanere così nascosta per tutti questi anni?» Il leader fece una pausa e accavallò le gambe, appoggiandosi al tavo­lo di mogano dello studio. «Un Custode e un Portatore della Notte… tutto in una sola persona? Ma è impossibile. Le due parti an­drebbero in conflitto e alla fine la farebbero a pezzi; una parte immortale e pro­tettrice della luce e l’altra che combatte per consenti­re l’accesso delle tenebre. Diventerebbe pazza. Sicuramente neanche la Madre potreb­be essere tanto vendicativa. Per non parlare della questione Kelt. Non potrebbe mai subire quell’effetto se la teoria fos­se vera.» Dante annuì. «Probabilmente hai ragione, e per quanto ho potuto vedere la donna non porta il marchio. Non so come possa essere an­cora viva, a meno che… no, era terrorizzata. Loro non l’hanno già presa. Non ha senso.» Tornò al frigorifero e addentò bruscamente un’altra sacca, lasciando che il sangue ravvivasse i suoi pensieri otte­nebrati. Anche se gli Immortali avevano raramente la necessità di berlo, ogni tanto dovevano farlo dato che il loro corpo non ne produceva più. «E poi c’è il fatto che Keltor ha quasi rivendicato la donna. Lui cerca di combattere l’impulso, ma è presente nei suoi occhi e soprattutto nel suo odore. Ciò non è dovuto solo al potere del Custode, altrimenti anche il nostro giovane fratello Thaelin avrebbe ceduto mentre la sorvegliava. Non avrebbe potuto resistere lui mentre il più anziano di noi non ci riesce. E non aveva questa influenza su di me. Giuro che Kelt mi ha guardato come se volesse staccarmi la testa mentre eravamo nel suo soggiorno.» «Sì, c’è anche questo problema. Devi sostituirlo ogni tanto, in modo che Keltor possa nutrirsi e riacquistare la lucidità. Nel frattem­po c’è ancora una guerra in corso, e non possiamo concentrarci su una sola zona. Lei starà bene per qualche giorno finché non avrò capito come istruirla.» Occhi di acciaio guardarono Lucio con un cenno di assenso. «Ve­dremo che succede, fratello.» * * * Non voleva che quella dannata doccia fosse tanto rinfrancante, ma lo era. Quel getto naturale che usciva dalle rocce doveva essere un qualche tipo di acqua minerale perché aveva un leggero odore metal­lico, ma era incredibilmente delicata sulla pelle. Si insaponò con l’essenza ai fiori d’arancio e osservò lo sporco della giornata appena passata scorrere via. Tirando fuori come meglio poteva i ramoscelli e la sporcizia dai capelli, prese il flacone dello shampoo. Si strofinò fino a essere sicura che la cute fosse arrossata, poi si risciacquò e go­dette del balsamo alla mandorla. Per essere un uomo aveva un bagno ben attrezzato. A meno che ovviamente non appartenesse a lui. Non aveva neanche pensato di chiedergli se fosse sposato o… no, un uomo come lui aveva delle fidanzate. Molte. Probabilmente aveva una stanza per ognuna di loro. Magari le portava lì tutte insieme ogni tanto. Quel pensiero rese Liz nervosa e lo scacciò. Sentendosi molto meglio dopo quel bagno intenso, decise di non vo­ler sprecare l’acqua fumante nella vasca. I suoi muscoli ne avevano biso­gno. La rigidità del mattino seguente sarebbe stata ridotta parec­chio. Attraversò la stanza fino all’enorme vasca concava che avrebbe po­tuto ospitare tre o quattro “lei” e vi infilò un piede. Era calda al punto giusto. Non tiepida, non bollente ma la temperatura capace di procu­rarti piacere mentre ti immergi, man mano che ti abitui all’acqua. Si alzò un odore che le pizzicò il naso. Eucalipto? Sì, poteva essere. Quel bagno era fatto proprio per alleviare i muscoli indolenziti. Ma come poteva saperlo lui? Si immerse e sospirò. Mai sottovalutare il potere di un buon bagno dopo una lunga gior­nata. Sorrise tra sé, lasciandosi cullare dal caldo abisso. Neanche dieci secondi dopo aver chiuso gli occhi e vissuto un mo­mento di pace, le oscure creature le invasero la mente. Poteva vedere solo denti affilati e centinaia di occhi che la spiavano. La poltiglia fangosa di quella cosa vicino al fiume la assaliva e la consumava mentre l’ombra che fuoriusciva dagli alberi le risucchiava l’anima e il respiro. Ansimò e cominciò a tossire. Liz aprì gli occhi, spruzzando acqua ovunque mentre si alzava bruscamente, bloccando l’urlo che le stava scoppiando in gola. «È tutto a posto Lizbet?» domandò la voce di Keltor dalla camera. Non lo aveva udito entrare. «S-sì, sì sto bene. Solo, le immagini… oh, non è niente. Hai trovato qualcosa che posso indossare per un po’?» «Sì, l’ho messo sul letto. Mi sembra della tua misura e per ora è tutto ciò che ho. Potremo portarti qualunque cosa di cui hai bisogno, ma per ora dovrai lasciare che sia io o i miei fratelli a procurartele.» Strano, sembrava che l’accento irlandese fosse più marcato da quando avevano raggiunto quei lidi. Come se quell’uomo avesse bi­sogno di altre accattivanti qualità! C’erano già abbastanza creature oscure che nuotavano nella sua mente. «Lizbet? Sei sicura di stare bene?» «Sì, sto… sto bene. Grazie, Keltor», disse. «Non ci metterò tanto.» Prima di chiuderla, Keltor stette per qualche istante vicino alla porta della stanza per assicurarsi che fosse tutto a posto. La donna ne aveva passate tante e, anche se lui sentiva quanto fosse forte, intuì che sarebbe crollata senza un po’ d’aiuto. Dovevano trovarle una Priatch, e in fretta. Liz respirò profondamente, tenendo salda la sua mente e cercan­do di scacciare i ricordi della giornata. Anzi, tornò con il pensiero al sogno che aveva avuto la notte precedente e capì perché Keltor le sembrava così familiare. No. Un attimo. Le sue guance arrossirono. Come aveva potuto sognarlo prima an­cora di conoscerlo? Era un eroe uscito da un romanzo d’amore e… Oh! Grandioso. Un accento accattivante e il ricordo di lui che la sedu­ceva in sogno potevano essere una combinazione fatale. No, scrollò il capo, non poteva essere lui. Massaggiandosi le tempie giunse alla conclusione che forse stava leggermente impazzendo. Forse aveva so­gnato un uomo che gli assomigliava? Per quanto volesse stare nella vasca ed evitare il guerriero dagli oc­chi verdi che l’aspettava, non osò richiamare nessuna di quelle immagini alla mente, mostri o altro. Aveva bisogno di una distrazio­ne… e di risposte. Certo, il modo in cui quei due l’avevano lasciata era vergognoso. Come diavolo potevano sopravvivere come Immor­tali? E come avevano potuto diventarlo? Uscì dalla vasca e si asciugò alla meglio con un telo bianco preso dallo scaffale di legno. Lo attorcigliò ai capelli e si affacciò all’angolo. Accorgendosi di essere sola e che la porta era chiusa, Liz si diresse verso il letto e guardò cosa c’era sopra. Anche se non era un abito che avrebbe scelto per se stessa, non era così orribile. Era molto semplice. Un lungo e soffice vestito di co­tone che scendeva dolcemente fino alle caviglie. Aveva delle maniche che le ricordavano i quadri del periodo medievale, con fiocchi sulla pelle nuda delle spalle e maniche a tulipano che andavano dai gomiti fino ai polsi e oltre. La scollatura sul davanti e sul dietro formava una profonda V e, anche se probabilmente era stato ideato per una donna più formosa, pensò che le sarebbe stato bene. Non che fosse molto importante. Non aveva un appuntamento lì a Dublino. Se poi erano davvero nei dintorni di Dublino. Facendolo scivolare sulla pelle abbronzata notò che la stringeva nei punti giusti. Il suo seno chiedeva quasi di essere liberato, ma non era così stretto da farle male. Anche i fianchi erano fasciati dal mor­bido tessuto. Ricadeva intorno alle caviglie con un leggero strascico. Almeno era ben fatto e per nulla brutto. Anzi cominciava a trovar­lo molto carino. I capelli bagnati le scivolarono sulla pelle e le sfuggì un sorriso. Chi diavolo stava prendendo in giro? Non era lì per giocare a in­dossare abiti. Era lì perché qualcuno stava cercando di ucciderla, o peggio. La sua casa e il suo guardaroba non esistevano più. Non osò ripensare al calduccio della sua abitazione e al tempo che aveva pas­sato per renderla confortevole. Lei ne era la proprietaria e l’idea che tutto il suo lavoro fosse andato distrutto le fece aggrottare la fronte. In ogni caso non sarebbe rimasta a guardare mentre cercavano di uc­ciderla ancora e ancora. E a proposito, era davvero al sicuro lì? Concludendo che non c’era alternativa, volse lo sguardo alle assi di le­gno scuro del pavimento e vide quelle che dovevano essere delle scarpe. Erano una sorta di stivali. Avevano un po’ di tacco e dei laccetti si­mili a quelli che le fasciavano le braccia. C’era una specie di pelliccia all’interno e si chiudevano sul davanti. Assolutamente no. I suoi piccoli sandali gialli non erano sopravvissuti all’attività della giornata. Li vide nell’angolo dove era la doccia, con i lacci rotti e trac­ce di sporco e Dio sapeva cos’altro… no, non potevano più essere utilizzati. Liz diede un’occhiata nella stanza alla ricerca di un possibile con­tenitore segreto di infradito. Aprendo i cassetti della toilette rovistò tra boccette e contenitori, non trovando niente di utile. Aveva quasi perso le speranze quando aprì uno sportello in basso. Restò senza fiato, perfettamente immobile, quando vide il lucci­chio del metallo colpito dalla luce del sole. Non udendo passi accorrere verso di lei, prese l’oggetto con mano tremante e sentì il freddo dell’involucro contro il palmo, solo per poi riscaldarsi al suo tocco. Era di foggia squisita, con gioielli incastonati e delle rune inci­se sul manico. Certamente doveva aprirsi. Quasi urlò quando con il dito toccò una pietra rossa che fece fuoriuscire una lama. Sottile, si era mossa di poco; abbastanza per lei da prendere la guaina con una mano, il manico con l’altra e tirarla fuori senza rumore. Si udì solo il lieve suo­no del metallo contro il metallo. Infine le si rivelò uno strano coltello. Aveva la punta leggermente arrotondata e un seghetto nella parte inferiore. Era piccolo, ma rappresentava per Liz una specie di salvez­za. Al diavolo le scarpe, avrebbe preso questo. Era il minimo che il suo protettore potesse offrirle; oltre alla doccia, ovviamente. Entrando a piedi scalzi nella stanza da bagno, tagliò uno dei lun­ghi lacci dei sandali, scegliendo quello meno sporco, e raccolse l’abito. Av­volse la cordicella intorno all’elsa e l’assicurò alla coscia. Si abbassò il vestito. Nessuno avrebbe notato nulla. Ora si sentiva mol­to meglio. «Custode? Se sei vestita, vorrei mostrarti qualcosa.» «Sì, sono presentabile. Esco subito.» Toccandosi l’interno della gamba dove si trovava la lama ingioiella­ta, Liz prese un profondo respiro e uscì. * * * Keltor la vide arrivare. Era ubriaca ed era stata cacciata dal bar de­gli umani in cui era stata probabilmente in cerca di un “appuntamento”. Forse era troppo sbronza o non aveva la gonna del­la giusta tonalità o magari aveva la bocca piena di denti marci. Quale che fosse la ragione, sarebbe tornata a casa da sola. Se avesse avuto i denti marci, avrebbe aspettato qualcun altro. Non per vanità ma per il bisogno perverso di conservare il brandello di umanità che gli era rimasto. Aveva bisogno di essere in qualche modo stimolato visivamente per eseguire quel compito ingrato. Era­no poche le volte in cui ne aveva necessità, ma anche se considerava le più smarrite di loro come offerte, erano comunque donne e avevano pur sempre qualcosa di attraente. Loro non avrebbero ricor­dato che un sogno, ma lui le ricordava tutte. E non desiderava avere altri incubi oltre a quelli già esistenti. Lei barcollò fino a un vicolo dall’altra parte della strada. La rag­giunse in un battito di ciglia, guardandola mentre si accucciava dietro a un secchio dei rifiuti, mormorando qualcosa sottovoce. Col­se il luccichio dell’ago della siringa alla luce della luna, e intervenne prima che lei se lo infilasse nella vena. Le sue grosse mani la presero per i polsi e lei urlò, ma Keltor non provava compassione per la donna. Squadrò quel corpo fragile che cercava di liberarsi e catturò gli occhi iniettati di sangue della scono­sciuta con i suoi mentre il veleno cadeva a terra. «Voglio nutrirmi di te, non rubare la tua droga. Mi capisci?» I suoi occhi si dilatarono, la sua voce si fece più roca e profonda, i denti si allungavano mentre sentiva il battito cardiaco di lei che acce­lerava. Anche le pupille della donna si allargarono a causa dello shock e, allo stesso tempo, del piacere. La bocca di lei si dischiuse, senza dare fortunatamente segni di marciume. Solo gli esseri umani erano soggetti alla loro voce. I Guardiani del­la loro specie erano anche gli unici che potevano costringerli a fare qualsiasi cosa, ipnotizzandoli. Era meglio che non avessero perver­sioni, di un tipo o di un altro. Fosse stato per Keltor, si sarebbero nu­triti e basta. Non desiderava le pure che gli si offrivano liberamente. Non voleva niente di tutto ciò. Quella che aveva di fronte era quanto di più lontano dalla purezza ed era esattamente ciò di cui lui aveva bisogno per colmare il vuoto della sua anima. Il battito del cuore di lei che rallentava sovrastò tutti gli altri rumo­ri della notte e lui le mise i lunghi capelli rossi dietro le orecchie. Una voce da topolino uscì da quelle labbra segnate dall’età, dal fumo e da altre droghe non assunte per via endovenosa. Il labbro su­periore le si curvò in una specie di sorriso, la mancanza di denti guasti lo colse ancora di sorpresa. «Non hai bisogno di rubarmi la dose, amico. Per pochi dollari pos­so procurartene una», lo supplicò, nonostante fosse in quello stato di semi trance. Con i tossicodipendenti l’effetto era sempre maggiore. «Roba buona, non come quella schifezza a pochi isolati da qui. Non ho un altro ago, ma sono pulita. Per favore non prendermi questa, è l’ulti­ma che ho. La possiamo dividere, ma lasciami andare. Per favo­re.» Gli occhi di lui si allargarono ancora e si avventò su di lei. «Sta’ buona, non voglio la tua droga. Mi nutrirò di te e poi ti lascerò qui. Non mi hai mai visto prima e devi aver bevuto molto la scorsa notte. Ti sveglierai con un leggero mal di testa e niente più. Hai capito?» Lei fece cenno di sì, ormai completamente ipnotizzata. Le tirò la testa all’indietro scoprendole il collo e in un momento fu su di lei, affondandole i denti nella carotide. La fame e la beatitudine si impossessarono di lui anche se insieme al suo sangue assorbì an­che istantanee della sua vita di tossica. Un flusso vitale lo percorse mentre un sospiro usciva dalla bocca di lei. Grugnì e le afferrò i capelli, lasciandosi andare alla sete. Non era neanche sicuro di esser­si fermato prima che il debole cuore della donna avesse cessato di battere. Ma chi ne avrebbe sentito la mancanza?
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