Cinque

1016 Parole
Quando esco dalla doccia mi sento ancora sporca. Sento che quella patina trasparente che mi ricopre da anni d'un tratto si è fatta più pesante, più fetida. Mi strofino la pelle cercando per la millesima volta di rimuovere dal mio corpo ogni traccia del suo tocco, che nonostante sia passato tanto tempo rimane per me presenza costante. Poi mi guardo allo specchio leggermente appannato del bagno, osservando il mio corpo nudo e magro che ancora sembra sofferente. Scorro l'indice sulla cicatrice che ho proprio sotto al seno sinistro, così indelebile da ricordarmi ogni giorno che per quanto lontano possa scappare, non mi libererò mai di ciò che è successo. Chiudo gli occhi e mi sembra quasi di sentire il respiro pesante del ragazzo dell'altra sera, e mi immagino le sue mani che tengono stretti i miei polsi per costringermi in qualcosa che non voglio, e nonostante non l'abbia fatto per davvero è come se questa immagine mi perseguitasse. Da ieri le mie crisi sono peggiorate. Non riesco a riconoscere la mia immagine riflessa, i capelli spettinati e le occhiaie scure e profonde. È possibile che ogni volta basti il più banale episodio a far crollare tutte le difese che ho costruito? Non c'è più tempo per rimettere insieme i pezzi dentro di me, devo limitarmi a farlo almeno all'apparenza se voglio arrivare a scuola in tempo. Sono pronta dopo un respiro profondo e mezz'ora passata a truccarmi, vestirmi e pettinarmi, intervallata da minuti interi in cui mi sono guardata allo specchio sbattendo velocemente le palpebre per non scoppiare a piangere. Alle 7.45 come sempre salgo sull'auto di Daniele e arriviamo a scuola esattamente dieci minuti dopo, un quarto d'ora prima del suono della campanella. Le ragazze arrivano civettuole come sempre e iniziano a raccontarmi cosa mi sono persa quando Erika si è ubriacata ieri sera, ma io non riesco ad ascoltarle. È come se dovessi tenere la concentrazione al massimo per riuscire a non far crollare la maschera che indosso, e mi chiedo se dopo tutto questo tempo sia possibile soffrire ancora così. Pochi minuti prima del suono della campanella di apertura della scuola, gli eterni rivali dei miei amici stanno di nuovo camminando a testa alta nel cortile. Stavolta però, quando Marco li insulta, Damiano non lo degna neanche di uno sguardo. È Thomas, il ragazzo alto e magro con il viso da topolino, che alza e abbassa un paio di volte le braccia all'altezza del cavallo dei pantaloni in un gesto volgare. Il moro invece rimane impassibile con una sigaretta stretta tra le labbra, correndo solo per un istante con lo sguardo a me. È così impercettibile che è quasi impossibile da notare dall'esterno, ma quando i suoi occhi cadono sulla mia figura tremolante io mi sento nuda, anche se dura solo per un secondo. Poi torna a guardare dritto davanti a sé, e io distolgo subito lo sguardo per evitare di essere beccata nel momento meno opportuno. «Mi stai ascoltando?» «Sì scusa, dicevi?» Torno a dare la mia attenzione a Margherita, sfoggiando un sorriso perfettamente impostato a cui lei crede senza farsi troppe domande, per poi ricominciare a parlare mentre ci incamminiamo verso l'interno della scuola. «Dicevo che sono troppo in crisi perché Edo mi ha invitata a uscire e non ho minimamente idea di cosa mettere» Spero che la leggerezza dei suoi discorsi riesca a svuotarmi un po' la mente, ogni tanto funziona, eppure oggi ho come l'impressione che parlare di outfit e paillettes non basterà. «Quando uscite?» Chiedo, più per fingere interesse che perché me ne importi davvero. «Sabato sera, andiamo al Wendy quindi un po' elegante devo essere» Dopo averle dato un paio di consigli piuttosto casuali giusto per darle soddisfazione, la saluto ed entro in aula di latino volendo solo starmene tranquilla e per i fatti miei. Avrei dovuto da subito sapere che sarei stata disturbata, nel momento in cui mi sono ricordata che questo è proprio l'unico corso che seguo con Damiano. Il moro arriva qualche minuto dopo di me, e nonostante come sempre non si degni di salutare, fa la strana scelta di occupare il banco di fianco al mio. Mi stupisce che non mi abbia rotto per avere questo posto, in realtà mi ci sono seduta perché sono così soprappensiero che è già tanto se so dove mi trovo, altrimenti non l'avrei fatto pur di evitare litigi. Non sono proprio dell'umore giusto. Comincio a scarabocchiare con la matita all'angolo del quaderno, sperando che la lezione inizi al più presto così da potermi concentrare su qualcos'altro che non sia me stessa. Dopo un breve tempo passato a disegnare fiorellini sul margine della pagina comincio a sentirmi osservata, e ancora prima che possa aggredire Damiano chiedendogli cosa abbia da guardare, lui mi precede. «Sei triste» Mi giro verso di lui confusa, accolta dal suo sguardo indagatore dopo aver pronunciato quell'affermazione che forse doveva essere posta un po' più come domanda. «No» Lo contraddico, non capendo perché non possa instaurare una normale conversazione salutando prima di partire in quarta. «Perché?» «Hai la faccia triste» Mi spiega, ovvio, e per un attimo non so cosa rispondergli. Lo guardo incuriosita dal suo spirito d'osservazione, scettica, e anche se lui non mi ha chiesto perché è come se mi sentissi in dovere di dirgli qualcosa. «Ho solo dormito poco» «Glie dici così agli amichetti tuoi?» Mi schernisce, mostrando un mezzo sorriso che mette in mostra la dentatura perfetta, facendomi capire che non ci crede neanche un po'. E se lo vuoi sapere no, Damiano, non dico così ai miei amici perché non ho neanche bisogno di cercare giustificazioni con loro. E come puoi accorgerti tu del mio malessere in un secondo, quando loro non l'hanno notato in quattro anni? Sono loro ad essere troppo superficiali, o sei tu che sei particolarmente profondo? Sarebbe una sorpresa. Il professore entra in classe e il moro come sempre smette di prestarmi attenzione, iniziando a giocherellare con la sua penna a sfera che sembra essere intonsa. Tremante io smetto di dargli attenzione a mia volta, temendo di essere nuovamente posta sotto interrogatorio dai suoi occhi profondi.
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