Arrivo all'aula delle punizioni piu nervosa del solito, mia mamma ha chiamato stamattina per avvisarmi che ritardano il ritorno ancora per qualche giorno e per me è letale stare a casa da sola da sempre.
Quando entro sorprendentemente Damiano e già lì, segno che dev'essere arrivato in anticipo, ed è un evento più unico che raro.
Oggi non abbiamo nessuna pulizia da fare per ammazzare il tempo, e ho come l'impressione che queste saranno le due ore più lunghe della mia vita.
«Ciao»
Saluto, giusto per educazione, prima di sedermi al banco parallelo a quello del moro ma dalla parte opposta della classe.
In risposta lui alza per un secondo gli occhi dal cellulare, sfoggia un sorriso falsissimo che sparisce dopo mezzo secondo, e ritorna immediatamente alla sua occupazione.
Vorrei imitarlo, ma il mio telefono ha il 10% e vorrei salvare l'ultimo briciolo di batteria almeno finché non sono a casa, non si sa mai.
Per scappare dalla disperazione sfilo il libro che sto leggendo dallo zaino, sperando che anche l'ultima metà sia coinvolgente come la prima, così almeno avrò qualche intrattenimento durante queste ore di tortura.
«Cosa leggi?»
Alzo gli occhi al cielo, essere interrotta dopo non aver neanche letto la prima riga è davvero un record.
«Jane Eyre»
Rispondo, secca, e lui annuisce come se sapesse di cosa sto parlando.
«Alla fine si sposa con Rochester»
Tenta di spoilerarmi, peccato che essendo un classico io sapessi già il finale ancora prima di iniziarlo.
«Wow ma quindi tu sai leggere?»
Mi fingo sconvolta e gli rivolgo uno sguardo colpito, facendolo sbuffare.
«In realtà ho guardato il film»
Confessa, scrollando le spalle ed alzandosi dalla sua sedia per venire ad accomodarsi proprio al banco di fronte al mio.
Cerco in tutti i modi di non far trasparire la seccatura che provo per il suo spostamento, anche se non posso evitare di lanciargli un'occhiata che vorrebbe essere intimidatoria.
«Che fai?»
Gli chiedo, alzando un sopracciglio, quando vedo che si siede a gambe aperte al contrario sulla sua sedia così da essere rivolto verso di me, per poi incrociare le braccia sul mio banco.
Lui non risponde, si limita a poggiare il mento sulle mani e a guardarmi col suo solito modo indagatore.
Io decido di ignorarlo, e riprendo a leggere sperando che possa distrarmi dalla sua presenza ingombrante.
«Qual è la cosa che desideri di più dalla vita?»
Alzo lo sguardo su di lui, con un sopracciglio alzato, aspettando che si spieghi o che mi faccia capire meglio cosa vuole sapere.
«È la domanda che ci hanno fatto oggi in letteratura. Tu cosa risponderesti?»
Mi stringo nelle spalle, iniziando a pensarci seriamente perché magari se gli dirò una risposta sincera non insisterà troppo oltre.
«È difficile rispondere così su due piedi»
Rifletto ad alta voce, stringendo le labbra tra di loro e picchiettando con la mia matita sul libro.
«No, è facile. Quando ti svegli alla mattina cos'è che desideri di più in assoluto?»
Mi domanda di nuovo, cercando di guidarmi ad una risposta, osservandomi con fare così disinteressato che arrivo a pensare che qualsiasi cosa gli dirò forse infondo non mi giudicherà così tanto.
«La serenità. Sì, penso di voler essere solo spensierata»
Ammetto, aspettandomi che da un momento all'altro il moro si metta a fare una delle sue battutine su quanto la mia vita da ricca e snob non permetta di avere preoccupazioni.
Stranamente però si astiene dal farlo, si limita ad osservarmi per qualche secondo con lo sguardo un po' perso nel vuoto, come se la mia frase gli avesse fatto venire in mente qualcosa.
Un po' imbarazzata dalla situazione mi rimetto a leggere, sperando nel fatto che una volta risposto alla sua domanda decida di tornarsene dall'altro lato della classe.
Quando è "gentile" quasi mi spaventa, sento sempre che sta tramando qualcosa alle mie spalle.
«Tu»
Mi richiama, e io gli lancio un'occhiataccia come ogni volta che cerca di attirare la mia attenzione chiamandomi come se fossi un cane.
«Ho un nome»
«India»
«Didi»
Lo correggo, facendogli alzare gli occhi al cielo, e non capisco perché faccia così fatica a capire che non voglio che mi chiami così.
«Sai che faccio letteratura con le due oche delle tue amiche no?»
Mi domanda, e no, effettivamente non lo sapevo. Non mi interessa più di tanto se devo dirla tutta.
«E?»
«Sai cos'hanno risposto alla domanda che ti ho fatto?»
Chiede di nuovo, e io scuoto la testa in segno di ovvia negazione.
«La moretta con le tette giganti ha detto che desidera una casa più grande, mentre la bionda con la voce da gallina vuole un marito che possa permetterle di restare a casa e dedicarsi a sé stessa»
Ripete a memoria, con una smorfia a metà tra il divertito e il disgustato stampato sul viso squadrato.
Non stento a credere che siano state le loro vere risposte, non hanno mai eccelso in profondità.
«E quindi?»
Gli chiedo, non capendo comunque dove stia cercando di arrivare.
Lui si sporge un po' più in avanti con la sedia, guardandomi negli occhi e cercando di scavare dietro alla superficie.
«E quindi te che diavolo ci fai con quelle?»
Per un attimo rimango interdetta.
Sembra che quella domanda sia frutto da una riflessione che va avanti da un po', e io non sono sicura di come dovrei affrontare questa conversazione.
«Che intendi?»
Fingo di non capire, guardando nervosamente l'orologio e scoprendo che non potrò scappare da qui ancora per un po'.
«Che sei diversa da loro, non so perché vuoi far credere alla gente il contrario.»
Socchiudo appena le labbra, sconcertata dalle sue parole che faccio fatica a memorizzare.
Com'è possibile che un totale sconosciuto in una settimana in cui ci saremo scambiati si e no 50 parole, abbia capito quello che nascondo da anni?
«Ma lo scoprirò, comunque»
Aggiunge, indagatore, e io mi sento ancora più messa all'angolo.
Scossa come sono dalle sue parole mi dimentico di distogliere gli occhi dai suoi, e lui non sposta neanche per un attimo lo sguardo.
Non capisco come dovrei sentirmi in seguito ad un'affermazione così sicura ma allo stesso tempo affrettata.
«Non sai di cosa parli»
«Io non dico mai le cose a caso»
«Fino a ieri mi davi della ricca viziata»
«Non allargarti, lo penso ancora. Solo che ora mi sembra ci sia altro»
«Se mi conoscessi magari cambieresti un'altra volta idea»
Gli dico, non troppo convinta, e in tutta risposta lui arretra un po' riappoggiandosi allo schienale della sedia.
«No, non credo»