Sette

1042 Parole
Per tutta l'ora seguente io e Damiano quasi non ci parliamo. Mi sento un po' scossa dalla conversazione che abbiamo avuto, quindi il massimo che riesco a fare è mettermi a guardarlo di sbieco di tanto in tanto, chiedendomi come mai tutto d'un tratto scoprire chi sono sia diventato così interessante per lui. Se ne sta lì tranquillo, con la testa poggiata al muro e il profilo ben definito in evidenza. Ha un naso aquilino che conferisce un certo carattere al volto altrimenti marmoreo, zigomi pronunciati, mandibola squadrata e lo sguardo che vaga fuori dalla finestra, mentre probabilmente aspetta solo che il tempo scorra. In questi anni non mi è capitato quasi mai di avere l'occasione di osservarlo, ma mi sono chiesta spesso come mai avesse tutta questa ascendente sulle ragazze. Ho pensato che fosse perché è il tipico tossichello bello e impossibile, un po' losco e misterioso col fare da cattivo ragazzo che va tanto di moda ultimamente. È il classico esempio di persona da cui io sto alla larga a prescindere, il pericolo che tanto piace alle ragazzine in preda agli ormoni è ciò che io fuggo costantemente. Lo guardo un po' soprappensiero, più per curiosità che per un lontano interesse, e quando alza lo sguardo cogliendomi con le mani nella marmellata io lo distolgo immediatamente, imbarazzandomi. Per questa volta lui non dice nulla, e io faccio un sospiro di sollievo nel constatare che non mi chiederà di giustificarmi. Mentre siamo entrambi taciturni e immersi nei nostri pensieri, qualcuno bussa alla porta della classe rimettendoci sull'attenti. Si rivela essere la buffa bidella dai capelli color carota che si occupa della chiusura della scuola, spunta con la sua testa riccioluta dall'ingesso dell'aula e ci scruta per qualche secondo per poi iniziare a parlare. «Fannulloni! Pensate che le punizioni vi vengano date per non fare niente? Alzatevi, che vi trovo io come occupare il tempo» Ci rimprovera, anche se il suo accento straniero rende le sue parole che vogliono essere severe piuttosto buffe e poco credibili. Io e Damiano ci scambiamo un veloce sguardo di esasperazione perché sì ci stavamo annoiando, ma non così tanto da preferire un'altra palestra da sistemare. Nonostante la voglia scarseggi ci alziamo comunque e seguiamo la donna bassa e piazzata che ci guida oltre alla palestra, arrivando davanti a quello che ha tutta l'aria di essere uno sgabuzzino. «Domani mattina voglio trovarlo luccicante e ordinatissimo, mi raccomando» Ci intima, per poi andarsene così com'è tornata, dopo averci assegnato questo compito senza un apparente motivo. Vorrei sbattere la testa contro il muro e svenire per rialzarmi solo quando questa punizione sarà finita, eppure controvoglia mi ritrovo ad entrare in quel sudicio stanzino insieme a Damiano, spingendo la porta che sembra non essere pulita da anni. «Bella merda» Constata finemente il moro, una volta messo piede tra le cianfrusaglie lanciate in ogni angolo del ripostiglio. Io mi limito a storcere le labbra in una smorfia disgustata, per poi legarmi i capelli in una coda bassa e cercare di trovare la motivazione per cominciare. «Prima iniziamo prima finiamo» Pronuncio quelle parole per convincere più me stessa che il ragazzo al mio fianco, e poi comincio a raccogliere il materiale sportivo ammucchiato negli angoli per impilarlo ordinatamente. Damiano senza dire una parola prende a sistemare i materassini collassati da un lato ridisponendoli uno sopra l'altro, e dopo mezz'ora intensa di lavoro silenzioso c'è ancora troppo da fare. Noto che sullo scaffale più alto della libreria a margine dello stanzino ci sono dei contenitori in vetro con palline di vari sport, così decido di prenderlo per metterci dentro quelle che ho appena raccolto dal pavimento. Mi alzo sulle punte dei piedi prendendo a fatica il contenitore tra le mani, ma appena provo a tirarlo giù scivolo sui miei stessi piedi e il vetro mi cade dritto sul braccio, in un impatto abbastanza forte da farmi sanguinare e da farmi quasi urlare dal dolore. «Merda» Gemo, lasciando cadere definitivamente il contenitore e coprendomi istintivamente il braccio con l'altra mano, sentendomi quasi svenire nel momento in cui vedo una quantità di sangue a dir poco esagerata. «Che cazzo hai fatto?» Sentendo il mio lamento Damiano si avvicina a grandi falcate, buttando a terra quelli che aveva in mano e arrivando a me in un secondo. «Mi sono tagliata, cazzo» Gli rispondo a fatica, stringendo i denti per il dolore. Il taglio nonostante non sia molto lungo sembra piuttosto profondo, e il panico per il sangue si mischia al concreto dolore pungente che mi sembra di provare fino alla punta delle dita. «Merda, fammi vedere» Porgo al moro il braccio tremante, distogliendo lo sguardo per paura che un conato di vomito possa prendermi alla sprovvista da un momento all'altro. «Dobbiamo disinfettarlo» «Credo che...ci siano dei pezzi di vetro dentro» Riesco a pronunciare a fatica, trattenendo le lacrime che mi punzecchiano automaticamente gli occhi per il dolore piuttosto acuto. «Va bene, adesso li togliamo. Allunga il braccio» Mi incita, vedendo che anche per mostrarglielo tendo a tenerlo sempre un po' troppo lontano da lui. Decido di obbedirgli solo perché se non lo faccio temo che sverrò da un momento all'altro per l'impressione, e così lui avvolge con delicatezza il mio polso tra le sue dita lunghe. Lo vedo storcere le labbra per un istante, e se il calore della sua pelle mi aveva calmato per un istante, il suo sguardo apparentemente preoccupato fa rimontare il panico nel mio cuoricino affaticato. «È brutto?» Gli chiedo, e notando la mia voce tremante lui alza lo sguardo dalla ferita per portarlo ai miei occhi lucidi. L'espressione seria si intenerisce solo per un secondo, per poi fare cenno di no con il capo. «Niente che una pinzetta e un po' d'alcol non possano risolvere» Mi tranquillizza, e sul suo volto teso solo per un istante mi sembra di notare l'ombra di un sorriso rassicurante. Cerco di calmarmi con un paio di respiri profondi, mentre il moro lascia andare il mio braccio per andare a cercare qualcosa da utilizzare. Lo vedo avvicinarsi alla porta e abbassare la maniglia, per poi restare immobile per un secondo intero davanti alla suddetta ancora chiusa. Poi si gira verso di me con le labbra strette in una linea sottile, facendomi impanicare all'istante. «Abbiamo un problema»
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