Immediatamente mi sale il sangue al cervello e il cuore mi salta in gola per il panico.
Sono chiusa in uno stanzino col braccio sanguinante e dei pezzi di vetro nella pelle.
Mi correggo, sono chiusa in uno stanzino da sola con un uomo, oltre che con tutti i problemi sopra elencati.
«Sei sicuro che non si apra?»
Chiedo di nuovo, a debita distanza, sentendo già la gola stringersi e il cuore palpitarmi nel petto.
«Sì, ma non preoccuparti qua ci sono dei tovaglioli. Ti bendo con quelli temporaneamente»
Cerca di tranquillizzarmi facendo qualche passo verso di me, e io mi sento quasi pietrificata.
È un misto di sensazioni irrazionali legate un po' al dolore, un po' alla paura e un po' all'impressione.
Inizialmente, riconoscendo l'assurdità del panico che mi sta invadendo, decido di reprimere il mio istinto di urlare e chiedere aiuto, e lascio invece che il moro mi si avvicini per tornare ad esaminare la ferita.
Poggia un fazzoletto pulito sul mio braccio con molta delicatezza per tamponare un po' del sangue che fuoriesce abbondante dai miei capillari, e io gemo dal dolore ritraendolo istintivamente.
«Devi lasciarmi fare, se no non ce la caviamo più»
Mi rimprovera, mantenendo stranamente lo stesso tono quasi gentile che ha da tutto il pomeriggio.
Probabilmente è perché anche lui è umano e ha percepito i miei nervi tesi come corde di violino, e anche se non sembra lo apprezzo.
Nonostante ciò, quando prende il mio braccio in modo da avvicinarlo a sé e poter cercare le schegge di vetro con più attenzione, io sento il respiro che comincia ad affannarsi.
Provo un panico purtroppo molto familiare, che si amplifica nel momento in cui sposta la sua presa più in alto, quasi vicino alla spalla, con l'innocente intento di farmi mettere più sotto alla luce.
«Io...ho bisogno che facciamo una pausa»
Riesco a dire tra un respiro affannato e l'altro, per poi scivolare fuori dalla presa del moro in preda al panico.
Alza un sopracciglio non capendo cosa succede, ma ormai la mia testa è già andata per la sua strada.
Siamo qui da soli, se volesse potrebbe farmi qualsiasi cosa e probabilmente non verrebbe mai scoperto.
Non lo farà, so che non lo farà, non è cattivo.
Eppure ho così tanta paura in modo così tanto irrazionale che non so quali armi usare per fermarla.
Fa un passo verso di me nell'innocente tentativo di capire cosa c'è che non va, e in tutta reazione io arretro fino ad andare a sbattere contro il muro.
«Ma che cazzo succede?»
Chiede, comprensibilmente confuso, eppure io ormai sono completamente in preda alla paura.
Mi schiaccio contro la parete così tanto da sembrare un tutt'uno con essa, e mentre respiro in modo concitato chiudo gli occhi stringendoli forte tra di loro, in reazione al moro che si avvicina a me di un altro passo.
Resta in silenzio per qualche secondo, immobile mentre io tremo letteralmente per la paura.
A lui sembrerà assurdo, probabilmente lo sembra a tutti quanti, me compresa.
Eppure è una cosa che non posso controllare, e non è questione di fiducia. Io sono terrorizzata dal contatto con gli uomini.
«India, voglio solo curarti la ferita. Si può sapere cos'hai?»
Non appena riesco a riprendere il controllo di una minima parte del mio cervello quelle parole mi giungono alle orecchie, anche se potrebbe benissimo essere che le abbia dette qualche tempo fa.
Apro gli occhi con lentezza, ancora appiccicata al muro, e noto Damiano con uno sguardo che sembra proprio essere preoccupato.
«Merda...ma che cazzo te hanno fatto?»
Il suo tono grave abbinato a quelle parole mi fa gelare il sangue nelle vene.
Sgrano gli occhi probabilmente lucidi, tornando alla realtà, mentre lui osserva attentamente ogni mio movimento.
Torno alla realtà ed è ancora più spaventoso, perché quando lo guardo lui sa.
O almeno, è come se sapesse. Sembra teso, oserei dire quasi preoccupato, e non muove un muscolo come se temesse che io possa riprendere a tremare come una foglia.
Provo a parlare ma le parole mi muoiono in gola, è come se non avessi voce e in più non ho idea di cosa dire.
«India, perché ti sei spaventata così?»
Si vede che sta cercando di non assillarmi con troppe domande, ma è come se avesse bisogno di sapere.
«Non è perché sei tu. Scusa»
Chiarisco, schiarendomi la voce, volendo solo fargli capire che non ho paura di lui prettamente.
Mi stacco dalla parete cercando di ricomporre la mia immagine facendo lunghi respiri profondi, se questa scena si verrà a sapere potrebbe essere la fine per la mia pace almeno apparente.
«Non te devi scusà. Però davvero, me dici che cazzo te è successo per reagì così?»
Ha le mani nelle tasche e si è allontanato di qualche passo, forse perché ha capito che la vicinanza peggiora la mia ansia e basta.
Mi passo le dita ancora tremanti tra i capelli scuri legati in una coda bassa, e penso che in questo momento devo sembrargli proprio pazza.
«Io sto bene. Puoi tenere per te quello che è successo, per favore?»
Cerco in tutti i modi di far passare qualsiasi traccia di evidente nervosismo dal mio corpo, anche se è molto più difficile di quanto sembri.
«Non lo dirò a nessuno. Però tu dovresti parlarmi»
La sua insistenza mi sta agitando, non dovrebbe importargli niente di scoprire i miei traumi, e io non sono tenuta a dare spiegazioni a nessuno.
«Non è successo nulla. E anche se fosse, non te lo direi mai»
Lo informo, volendo chiudere il prima possibile questo argomento che mi terrorizza.
Solo in quel momento mi ricordo del mio braccio sanguinante e del fatto che siamo chiusi in questo ripostiglio a tempo indeterminato.
«Ora puoi aiutarmi per favore? Prometto che non darò di matto»
Cerco di accennare quello che dovrebbe essere un sorriso, ma ne risulta una smorfia molto poco serena.
Lui mi guarda per qualche istante, evidentemente indeciso sul da farsi, è come se fosse combattuto tra il fare finta di niente e il continuare ad indagare.
«Hai delle pinzette?»