Nove

1178 Parole
Se c'è una cosa che ho imparato uscendo con Erika e Margherita è che limetta pinzette e forbicine devono sempre essere con te, qualsiasi cosa tu stia facendo. E grazie al cielo l'unica cosa che mi hanno insegnato oggi si rivela essere particolarmente utile. Porgo a Damiano la mia pinzetta argento, che lui si premura di disinfettare con l'alcol che ci è stato dato per pulire questo posto lurido. Apprezzo che abbia deciso di evitare di fare altre domande, ma ho come l'impressione che non sia finita qui. Ha capito che sono stressata e ha notato che non reagisco bene sotto pressione, quindi evidentemente mi sta solo concedendo una tregua prima di procedere con l'interrogatorio. Le mie condizioni instabili risultano evidenti dal fatto che sono seduta a terra rischiando di rovinare per sempre i miei jeans preferiti, col braccio pieno di sangue ormai secco e i capelli sparati da tutte le parti. «Okay ora devo toglierti le schegge, va bene?» Il suo tono è cauto, mentre si avvicina lentamente a me come se temesse che possa scappare da un momento all'altro. «Mhmh» Acconsento, arrossendo un po' per l'imbarazzo della figuraccia appena fatta. Credo che sia la situazione più paradossale in cui potessi trovarmi, ed è ridicolo che insieme a me ci sia proprio una delle poche persone che ho sempre malsopportato. Si siede a gambe incrociate proprio di fronte a me e si sporge in avanti col busto in modo da poter lavorare comodamente con la pinzetta. «Potrebbe bruciare un po'» Mi avvisa, prima di avvicinarsi lentamente alla mia pelle lesa per estrarre il primo frammento di vetro. Stringo i denti nel sentire il bruciore quando si stacca dalla mia pelle, e cerco di concentrarmi su qualcosa che non sia il sangue o la pinzetta che mi continua a pizzicare. Damiano sembra concentratissimo, con le sopracciglia corrugate e gli occhi fissi sul mio avambraccio. Le sue dita sono allacciate attorno al mio polso e mi tengono ferma con molta delicatezza, il suo tocco è molto più gentile di prima e trovo che sia un gesto dolce da parte sua. Per colpa della mia pelle gelida la sua sembra essere bollente, e trovo un certo conforto nel contatto con quel calore rassicurante. Grazie al cielo ho parzialmente riacquisito il controllo di me stessa quindi, nonostante il leggero timore che mi fa pizzicare la punta delle dita, riesco ad essere cosciente del fatto che Damiano non vuole farmi del male. Non mi starebbe curando altrimenti. Continua ad estrarre piccoli pezzi di vetro dal mio braccio ancora per una manciata di minuti, provocandomi un dolore pungente che poi mi fa sospirare di sollievo nel momento in cui cessa. «Ora ti lavo la ferita, la disinfetto e la bendo» Mi avvisa di ogni suo movimento probabilmente perché vuole evitare che mi spaventi di nuovo, e sono delle accortezze che mai mi sarei aspettata da lui. «Sembri esperto in queste cose» «Non hai idea di quante bottiglie mi hanno spaccato addosso nelle risse» Risponde, accennando una risata, e io sorrido felice che in qualche modo stiamo provando a stemperare la tensione. «Ti sarai fatto male» Osservo, notando già quanto dolore abbia provocato a me un singolo taglio. «Un po', ma gli altri erano sempre quelli ridotti peggio» Si vanta, facendomi l'occhiolino, per poi prendere un tovagliolo e bagnarlo abbondantemente con l'acqua. Comincia a tamponarmi il braccio, e a contatto con l'acqua il sangue secco si inumidisce e viene via poco alla volta. Mentre poggia la leggera stoffa alla mia pelle ferita, alza gli occhi verso di me e mi guarda per assicurarsi che io stia bene. Esita per qualche istante finché non gli sorrido leggermente in segno di consenso, e quando poi torna a riporre lo sguardo sul mio braccio io mi accorgo di aver trattenuto il respiro per tutto il tempo in cui mi ha guardata. Dopo qualche minuto finisce di tamponare e passa a disinfettare, la mia ferita brucia così tanto che temo che il mio braccio esploda da un momento all'altro. Poi, finalmente, il moro prende i tovaglioli e comincia a bendarmi aiutandosi con qualche mio elastico, segno che la tortura è finita. «Ecco fatto» Annuncia una volta terminato, e io vorrei sapergli dimostrare meglio la mia gratitudine. «Grazie» Mi limito a dire, invece, guardandolo negli occhi e sperando che dal mio sguardo capisca comunque quanto io abbia apprezzato ciò che ha fatto per me. Lui ricambia il mio sguardo senza aggiungere nulla, e a questa vicinanza se mi concentro riesco a vedere delle pagliuzze dorate disperse nel buio intenso dei suoi occhi. Per la seconda volta mi accorgo di star trattenendo il fiato, probabilmente sono ancora i postumi della paura irrazionale. Siamo l'uno seduto a terra di fronte all'altro a gambe incrociate, visti dall'alto paiamo due bambini. Lui ha la mano poco distante dal mio braccio mentre io tengo le dita intrecciate tra di loro, e per ridurre lo stress mi distraggo giocando con i miei anellini. Mi sento nuda. Per quanto attacchi come questi mi abbiano colpito molte altre volte in passato, adesso è diverso. Qualcuno ha visto chiaramente, ed è ovvio che non abbia pensato fosse una reazione casuale. Lo vedo anche dai suoi occhi, dal modo in cui mi guarda. Come se fossi fragile, come se potessi rompermi in mille pezzi da un momento all'altro. E a me non dispiace neanche. È come se dopo tanti anni avessi inconsciamente bisogno che qualcuno vedesse quanto vicina sono allo spezzarmi definitivamente. «Ascoltami India..» «Didi» Lo correggo per l'ennesima volta, con un po' meno convinzione del solito, mentre lui mi guarda con urgenza dritto negli occhi. «Come vuoi. Dicevo, so che io e te non ce piacciamo. Però io nce la faccio a fà finta che non sia successo niente» Deglutisco lentamente, non so dove voglia arrivare ma ho come l'impressione che qualsiasi cosa dica mi farà male. «E io non voglio farme i cazzi tua, ma ho bisogno de sapè che c'è qualcuno che la sa, qualsiasi cosa te sia successa» Abbasso lo sguardo, non riuscendo più a sostenere i suoi occhi che mi scrutano l'anima, e per un attimo penso di mentirgli. Voglio farlo, voglio dirgli di sì nella speranza che smetta di indagare e che si scordi più facilmente di ciò che è successo. Oppure voglio dirgli che si sta immaginando tutto, che non mi è capitato niente e che la reazione di oggi era dovuta solo al panico per la ferita. Però c'è una parte della mia coscienza, quella più piccola e più sepolta, che ha bisogno che lui continui a cercare cosa non va dentro di me. Forse il male che porto in me non saprò mai raccontarlo a nessuno, ma magari anche solo ammettere ad alta voce che questo male esiste toglierà un po' di peso al fardello che porto sulle spalle. Quindi sto per dirgli che no, non c'è una persona al mondo che sappia quello che mi è successo, ma proprio in quel momento la porta del ripostiglio si apre. «Scusatemi! Ho dimenticato di avvisarvi di non chiudere del tutto!»
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