Resto in silenzio per quella che sembra essere una vita intera, o che forse sono solo cinque minuti.
Ascolto il cuore battermi nelle orecchie e mentre guardo i finestrini bagnati di pioggia vorrei solo scivolare via con quelle goccioline d'acqua, così leggera da essere trascinata dal vento.
Non faccio altro che chiedermi perché, perché nonostante tutto il tempo che passa il mio cuore resta così pesante.
Damiano mi sta accanto per tutto il tempo senza parlare, e la sua paura di essere invadente è così dolce che di tanto in tanto il mio cuore si stringe per essa invece che per il dolore.
Lo guardo con la testa poggiata al sedile e lo sguardo vacuo, così in contrasto con l'intensità dei suoi occhi profondi che mi scrutano come se temessero che possa bruciare da un momento all'altro.
Poi dopo momenti infiniti è lui a parlare, perché forse capisce che io non ne sono in grado.
«Non puoi continuare a tenere tutta questa roba dentro»
A differenza delle altre volte non sembra che lui pretenda una spiegazione con urgenza, ha un tono così delicato che impiego diversi istanti per capire ciò che mi sta dicendo.
«Ho bisogno d'aria»
Rispondo io, sentendomi improvvisamente oppressa come tutte le volte in cui mi chiede di parlare.
Mi giro verso lo sportello e faccio per aprirlo, ma Damiano mi ferma ancora.
«Sta diluviando»
Lo so, vorrei dirgli.
Ma ho la gola secca e la testa in palla, quindi mi limito ad aprire la portiera ed uscire immediatamente da quella macchina improvvisamente troppo stretta.
Non appena poggio piede sull'asfalto la pioggia mi ricopre da capo a piedi, ma a me sembra di non sentirla neanche.
Cerco di respirare profondamente ma non ci riesco, ed è incredibile quanto un dolore psicologico possa diventare tanto fisico quando è così forte.
Immediatamente dopo sento un altro sportello sbattere, ed è Damiano che è sceso anche lui dall'auto, e ora se ne sta sul marciapiede di fronte a me.
L'acqua gli cola sul viso sbavandogli la matita leggera, e gli scorre sulle labbra rosee inumidendole.
«Devi tornare dentro, ti ammalerai»
«Tornaci tu, vai via, io ho bisogno di stare qui»
«Non vado da nessuna parte senza di te.»
Quelle parole mi fanno tentennare. Lo osservo col fiato sospeso solo per un istante, e lascio che quella frase si intrufoli tra i miei brutti pensieri gettando una luce nel buio della mia mente.
Ma dura solo per un attimo.
«Vattene Damiano ti prego, devo stare da sola»
«Pensi che questo ti porterà da qualche parte? Pensi davvero di potertela cavare da sola?»
Non me lo sta chiedendo davvero, perché è sottinteso per entrambi che la risposta sia negativa.
«Vai via»
«No, India, cazzo! Tu non puoi sopportare quello che c'è nella tua testa da sola, e io non lascerò che tu ti distrugga!»
Alza la voce, ed è arrabbiato con me.
Ha paura, lo vedo nei suoi occhi.
«Non puoi farci niente»
Gli dico sommessamente, soffrendo io stessa delle mie parole.
Nessuno potrà mai fare niente per riempire il buco che ho nell'anima.
«Come puoi dirlo se non mi lasci provare!»
Urla, allargando le braccia, e la sua voce sovrasta il forte ticchettio della pioggia.
«Cosa vuoi sentire, Damiano, eh?!»
Urlo anch'io, avvicinandomi a lui, con la mente completamente annebbiata e le parole che escono da sole come un fiume prima che io stessa possa comprenderle.
«Che sono stata abusata sessualmente a tredici anni quando neanche sapevo cosa fosse il sesso?! Eh? È questo che vuoi sapere?!»
«Vuoi sapere che ogni volta che mi guardo allo specchio mi faccio schifo come se fossi io quella sbagliata? Che da cinque anni ogni giorno mi sveglio in piena notte terrorizzata dai miei ricordi? Che ho paura di qualsiasi uomo mi si avvicini? È questo che vuoi sapere?!»
Grido a pieni polmoni tanto da avere il fiatone dopo averlo fatto, e con i polmoni sgonfi vorrei riprendermi tutto ciò che ho detto, ma ormai è troppo tardi.
Cala improvvisamente il silenzio e il mondo si ferma.
Mi arresto di colpo e smetto di avanzare verso di lui, e mentre ho ancora la mente piena di confusione mi crolla addosso la consapevolezza di ciò che ho appena detto.
Sento il cuore smettere di battere e la terra mancare sotto ai piedi, ammutolisco e barcollo sulle mie gambe di gelatina.
Guardo Damiano con gli occhi sgranati che lentamente si fanno lucidi, mentre una briciante conoscenza di ciò che è uscito dalla mia bocca comincia ad ustionare sia me che lui.
È la prima volta che dico ad alta voce queste parole.
L'ho detto ad alta voce ed è stato orribile, perché mi ha messo davanti all'evidenza di quanto terribile sia stato, quando nella mia testa ho sempre cercato di sminuirlo.
Faccio un passo indietro, con le gambe che tremano, e vorrei solo scappare e affondare nel centro della terra sparendo per sempre.
Perché dirlo mi fa sentire così umiliata? Perché sento come se fosse una mia colpa, perché me ne vergogno?
Sono io la vittima. Perché sembro non capirlo?
Guardo Damiano fisso negli occhi e mi sento quasi spaventata, arretro sentendo solo l'impellente bisogno di fuggire.
Lui è silenzioso come una tomba, ma la sua espressione parla più di qualsiasi frase al mondo.
Ha gli occhi iniettati di sangue, adirati ma al contempo così tristi.
La labbra serrate e le braccia stese lungo il corpo, in uno stato di sconvolgimento che coinvolge anche me.
Incastro il mio sguardo nel suo e scuoto la testa, con gli occhi pieni di lacrime, sentendo un vuoto nello stomaco e le budella che si contorcono.
Arretro per l'ennesima volta ma lui è più veloce, avanza verso di me e in due falcate ricopre lo spazio che ci separa.
Per qualche istante rimane lì e mi guarda in modo sofferente, i suoi occhi sono lucidi e il viso è contorto in una smorfia di dolore.
Poi mi prende per un polso e mi attrae a lui, circondandomi interamente con le sue braccia.
La mia guancia sinistra è schiacciata contro il suo petto e sono completamente avvolta dalla sua stretta forte, mentre il suo mento è poggiato sulla mia testa.
Mi stringe a sé con forza ma al contempo delicatezza, come se potessi rompermi da un momento all'altro ma avessi anche bisogno di essere tenuta insieme per non perdere mille pezzi della mia anima.
E quando tutto diventa troppo io piango.
Gli infradicio il maglione chiaro con le lacrime più amare che abbia mai versato, scossa da singhiozzi che mi debilitano fisicamente.
Piango per tutte le volte in cui non l'ho fatto, per tutte le volte in cui ho finto che la mia vita fosse perfetta.
Piango e lui mi ascolta piangere, in silenzio, mentre guarda il vuoto con lo sguardo addolorato.
So che vorrebbe farmi mille domande, andare ad uccidere chiunque sia stato e parlarmi continuamente sperando di farmi sfogare.
Ma non lo fa, perché sa che non è ciò di cui ho bisogno ora.
«Mai più»
Sussurra sulla mia testa, scorrendo con delicatezza il pollice sulla mia schiena accarezzandomi.
«Non permetterò mai più che qualcuno ti faccia del male»