Quattordici

1284 Parole
Mentre estraggo i miei libri di letteratura dall'armadietto noto nervosamente il mio gruppo di amici avvicinarsi dall'altra parte del corridoio. Faccio un respiro profondo e distolgo lo sguardo volendo sembrare il più tranquilla possibile, cosa che è invece molto lontana dalla realtà. Dopo ieri sera penso proprio che si siano accorti che c'è qualcosa che non va, anche se forse sto sopravvalutando le loro capacità intuitive. «Stronzetta non dovremmo neanche parlarti per quante volte ci hai dato buca questa settimana» Questo è il saluto sgradevole che mi rivolge Margherita, anche se dal suo tono non sembra essere molto irritata. Un vantaggio della superficialità di questa amicizia è che nessuno fa mai troppe storie o si arrabbia esageratamente quando faccio cose come quelle di questi giorni. «Scusatemi ragazzi, ho avuto davvero un sacco da studiare» Mi giustifico senza troppa convinzione, nonostante non ci sia motivo di essere agitata visto che nessuno sembra più di tanto turbato. Tranne Marco, lui mi guarda con fare sospettoso da quando è arrivato. «Ma se Marco ha detto che non eri a casa ieri!» Interviene Erika, e io trovo davvero ridicolo dovermi giustificare ora come ora. «Sentite ragazzi ero occupata, non sono tenuta a dirvi dove o con chi» Taglio corto, aspramente, e per qualche secondo gli altri mi guardano sbigottiti senza parlare. È Margherita a riprendere la parola poi, come se non fossi appena stata scorbutica con lei. «Puoi dircelo se stai frequentando qualcuno! Dopo che Erika è uscito con quel disperato del gruppo degli skaters non si può cadere più in basso!» «Non mi sto frequentando con nessuno.» La interrompo prima che possa continuare, acidamente, e quando noto Marco rilassarsi dopo la mia affermazione mi tornano in mente le insinuazioni di Damiano. «Dai regà basta saranno cazzi suoi no?» Interviene per la prima volta Daniele, dicendo forse una delle poche cose sensate che gli ho sentito dire da quando lo conosco. Gli altri concordano con lui sul lasciar perdere, probabilmente perché non hanno voglia di continuare a concentrare le attenzioni su qualcuno che non siano loro stessi. Mentre ricominciano a parlare delle loro solite cose sempre uguali, Marco mi si affianca. «Mi hai anche riattaccato in faccia» Rincara la dose, guardandomi in modo inquisitorio con i suoi occhi color ghiaccio. «Ah sì? Non mi sono accorta» Rispondo con noncuranza e inorridisco quando vedo che mi si avvicina e mi poggia una mano sul fianco circondandomi la vita, come se fosse normale. «Ti perdono solo perché sei tu» Mi irrito e gli rivolgo un'occhiataccia, sono a tanto così dallo scrollarmelo di dosso ma qualcosa mi distrae e mi impedisce di farlo. L'entrata della scuola si spalanca con il solito rumore sordo causato da qualcuno che la spinge con un po' troppa foga, e prevedibilmente dietro ad essa compaiono proprio Damiano e i suoi amici. Prima che mi veda io lo osservo per qualche istante, e il mio cuore traballa leggermente quando la mente mi torna alla sera prima. Poi però lui si gira verso di noi, e quando il suo sguardo si posa sulla mia figura noto come immediatamente cade sulla mia vita circondata dal braccio di Marco. Per qualche assurda ragione mi viene voglia di spostarmi immediatamente per fargli capire che non è cambiato niente, e che come lo evitavo ieri l'avrei volentieri evitato anche oggi. Però poi lui distoglie lo sguardo senza nessuna reazione apparente, e quando incontra i miei occhi sembra essere quasi divertito. «Bel trucco rockettaro del cazzo» Lo deride Marco alzando la voce per farsi sentire meglio, e io sbianco. Non sono pronta a uno scontro diretto tra i due con me presente, e in questo momento mi sento una vera incoerente con un piede in due scarpe. Damiano si avvicina a noi di qualche passo senza tentennare neanche per un istante, per poi rallentare nel momento in cui arriva alla nostra altezza. «Vedo che hai una nuova ragazza» Osserva, fingendosi interessato, e io vorrei allo stesso tempo soffocarlo e sotterrarmi per l'imbarazzo. Aspetto che Marco neghi, ma si limita a rispondere con un sorrisetto beffardo. «Attento a non farte soffià pure questa» Aggiunge il moro, strafottente, per poi fare l'occhiolino al biondo, che rimane impietrito per qualche istante, e andarsene senza degnarmi di uno sguardo. Mentre i miei amici gli lanciano qualche insulto da lontano arrampicandosi sugli specchi, io mi limito ad osservare sbigottita la sua figura composta che si avvia verso l'armadietto. Mentre mi chiedono perché abbia detto quelle cose e mi domandano se io e lui ci siamo mai parlati, io mi accorgo che mi interessa ben poco della mia copertura che potrebbe essere saltata. Mentre rispondo distrattamente ai loro quesiti irritanti, riesco solo a pensare al modo in cui mi ha trattata. Come se fossi una di loro. Quando il trambusto finisce e il gruppetto irritante che ho davanti si rassegna al fatto che non dirò nulla, la campanella suona e il corridoio si svuota velocemente. Vedo sia i miei amici che quelli di Damiano sparpagliarsi per la scuola e dirigersi verso le proprie aule, mentre il moro se ne sta in piedi davanti all'armadietto a metterci dentro qualche libro. Prendo un respiro profondo e facendomi coraggio mi incammino verso di lui a grandi passi, sfoggiando la mia migliore espressione infuriata. Quando arrivo di fronte alla sua figura però la mia determinazione viene smorzata dal fatto che a malapena mi considera, lanciandomi un'occhiata veloce per poi tornare a frugare nel suo armadietto. «Si può sapere perché diavolo l'hai fatto?» Chiedo, cercando di mantenere il più possibile un tono calmo, e ricevendo in risposta nient'altro che il silenzio. Per quanto la sua espressione sembri rilassata, il modo nervoso con cui continua a spostare i libri rivela tutt'altro. «Allora? Cos'è questo, mutismo selettivo?» Un secondo dopo Damiano sbatte l'anita dell'armadietto, richiudendolo, e si piazza proprio di fronte a me. «Da lui ti fai toccare, eh?» Poggio la schiena alla prete metallica dietro di me e lo guardo con gli occhi sgranati, sbigottita. «Cosa intendi?» «Intendo che sei impazzita perché io ti ho toccato un polso mentre da quel coglione te fai abbraccià» Rimango zitta per qualche secondo, interdetta, e ci metto un po' per elaborare quella frase. Non tanto per il suo contenuto che è piuttosto chiaro, ma perché non riesco a capire il motivo per cui questa cosa l'abbia irritato a tal punto. «Damiano, la situazione dello sgabuzzino era particolare...» Cerco di farlo razionalizzare, ma lui se ne sta lì di fronte a me a guardarmi con fare duro. Il mio corpo si frappone tra il suo e gli armadietti freddi, e a questa breve distanza io non posso fare a meno di cercare nei suoi occhi le risposte ai miei dubbi. Non accettando di essere analizzato il moro distoglie lo sguardo per poi allontanarsi da me, ma io lo fermo prima che possa andarsene. «Quando siamo in compagnia lascio che Marco abbia qualche sporadico contatto con me solo perché so che è innocuo, ma mi mette comunque a disagio» Chiarisco, non volendo lasciare questa situazione irrisolta per qualche motivo che è estraneo persino a me. «Ieri invece sono stata appoggiata alla tua spalla tutta la sera, perché lo volevo. Perché stavo bene.» Mi agito leggermente nel dire quelle parole, e mentre lui mi guarda come se mi stesse studiando io mi sento sotto pressione. A occhio e croce mi sembra più rilassato, le sopracciglia non sono più aggrottate e il suo sguardo è leggermente più addolcito. «Okay. Non che mi importasse, ovviamente» Se ne esce alla fine, cercando di recuperare la sua solita sbruffonaggine che aveva perso per qualche minuto. Sbuffo una risata, sollevata dal fatto che mi abbia parlato, e anche lui accenna un sorriso. «Sembra di sì invece»
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