Tredici

1398 Parole
«Non starò in questa via lurida finché quello non se ne va da casa mia» Metto in chiaro, incrociando le braccia al petto e guardando Damiano in modo truce, mentre lui sembra quasi divertito mentre se ne sta appoggiato alla portiera della sua auto nera. «Stai a fà i capricci bamboccia? Piantala» Mi ammonisce, e io comincio a pensare che forse sarebbe stato meglio affrontare Marco piuttosto che le continue provocazioni del moro. «Beh scusa se sto morendo di freddo» Damiano stringe gli occhi e assottiglia le labbra come se stesse per perdere la pazienza, poi clicca un bottoncino sulle chiavi della sua auto e questa emette un flebile rumore. «Entriamo in macchina dai, rompicoglioni» Acconsente, ed è buffo notare come alla fine nonostante tutte le lamentele finisca sempre per assecondarmi. Sembra più esasperato che arrabbiato, mentre apre la portiera e si siede in uno dei sedili posteriori che immagino siano più comodi. Lo imito accomodandomi di fianco a lui e incrociando le braccia per ripararmi dal freddo per quanto possibile. Notandolo lui fa l'ultimo sforzo allungandosi e accendendo il riscaldamento, stavolta senza fare commenti, per poi tornare a poggiare la schiena al sedile. Non so cosa ci faccio con lui, è una situazione surreale ma ultimamente non mi stupisco più di niente. Non capisco se la sua compagnia non mi dispiaccia solo perché ormai non sopporto più i miei amici o per una sincera simpatia. «Tra quanto se ne andrà quello sfigato?» Mi domanda il moro, guardandomi di sbieco, e io vorrei dirgli che è inutile che si lamenti, e che non vorrei trovarmi in questa situazione tanto quanto lui. «Non lo so, può essere piuttosto insistente» «Che facciamo nel frattempo?» «Non so, tu che vuoi fare?» Gli rigiro la domanda, non avendo assolutamente alcuna idea su cosa si possa fare a quest'ora della sera con un quasi-amico di cui non si sa praticamente nulla. «Scopiamo?» Mi volto di scatto verso di lui, sgranando gli occhi e spalancando la bocca. Non l'ha detto davvero. Lo scruto per secondi interi non capendo se stia facendo sul serio o se sia uno scherzo, e dalla sua espressione seria giuro che non riesco ad arrivare ad una conclusione. Poi però le sue guance si gonfiano e quando non riesce più a trattenersi scoppia a ridere di gusto, tenendosi la pancia e piegandosi su sé stesso per la mia reazione sconvolta. «Te giuro che dovevi vedè 'a faccia che hai fatto» Dice tra una risata e l'altra, socchiudendo gli occhi e mostrando i denti bianchi. «Ah ah ah, molto divertente» Ironizzo alzando gli occhi al cielo, anche se devo ammettere che per un secondo devo sforzarmi di trattenere una risata. Lo osservo di soppiatto mentre ride, con le rughette d'espressione che si accumulano ai lati dei suoi occhi socchiusi in fessure, e mi soffermo sulle due fossette profonde che gli marcano le guance scarne, non le lascia vedere quasi mai. Un casuale pensiero intrusivo si fa spazio nella mia testa, e mi ritrovo a pensare che dovrebbe ridere più spesso. Poi se ne va velocemente com'è arrivato, lasciandomi un po' confusa sul motivo per cui mi sia venuto in mente. Mi riscuoto, trovando il moro che ha smesso di ridere, e solo la traccia di un sorriso divertito testimonia che non è successo tutto nella mia testa. «Dai raccontame un po' di te, giusto pe' ammazzà il tempo» Mi dice, sistemandosi meglio sul sedile in modo da guardarmi bene negli occhi. «Non c'è molto da dire» «Non c'è molto che vuoi dire, più che altro, no?» Ogni volta rimango stupita dal modo in cui questo ragazzo riesce a passare dal parlare di stronzate a parlare di cose importanti con questa naturalezza. «Mi piace viaggiare. Ma a chi non piace infondo? È l'unica cosa che mi appassiona ed effettivamente è piuttosto banale» Ammetto, scrollando le spalle, per poi fargli cenno col capo che adesso è il suo turno. «A me non piace viaggiare» Mi contraddice lui, invece, ma penso che lo faccia più per il gusto di negare ciò che affermo che perché lo pensi davvero. «E cosa ti piace?» «L'erba, le donne, la musica rock. Non è più banale questo forse?» Mi sfida, alzando il sopracciglio e facendomi sbuffare una risata. Qualcosa mi dice che c'è più di questo, forse non sono l'unica che vuole nascondersi. «Un po' sì, effettivamente» «Sicuramente meno banale di te che metti lo smalto rosa e le gonne plissettate» Rido alla sua battuta fatta giocosamente, anche se dentro di me penso che infondo non abbia tutti i torti. Questo sì che è banale. Lo guardo negli occhi e anche se sto ancora sorridendo, è come se lui sapesse perfettamente cosa sta succedendo nella mia testa. Osservo incuriosita le sue iridi nocciola per qualche istante, cercando di capire come possa ogni volta capire ciò che penso. Ovviamente non trovo risposta, e mi perdo nella confusione dell'oceano scuro e profondo che si cela dietro alle sue palpebre. Poi in un gesto spontaneo poggio la testa alla sua spalla, senza neanche accorgermene. Lo percepisco irrigidirsi sotto di me inizialmente, ma proprio quando sto per spostarmi imbarazzata la sua muscolatura si rilassa, e mi accoglie in una posizione che adesso sembra quasi naturale. «Credo di essermi impegnata così tanto per essere come loro che ho finito per scordarmi chi sono per davvero» Ammetto, in un fiato, crogiolandomi nel tepore emanato dal suo corpo. «Perché volevi essere come loro?» «Forse volevo far credere a me stessa e a tutti gli altri di non avere alcun problema. Di essere così spensierata da potermi permettere frivolezza e superficialità» «E ci hanno creduto?» «Sì, quasi tutti» «Quasi?» «Tutti tranne me stessa. E te, adesso» Resta in silenzio per qualche secondo, come se stesse riflettendo, e in quel tempo io percepisco soltanto il battito del mio cuore e il suo respiro regolare, accompagnato dal petto che si alza e si abbassa proprio accanto alla mia testa. «Penso che spingere il dolore il più infondo possibile e fingere che non esista non ti aiuterà a liberartene» Rimango zitta col fiato sospeso, ascoltando la sua voce calda che parla come se di me sapesse proprio tutto. «Piuttosto credo che serva di più ammettere ad alta voce che esista e accettare l'idea di doverci convivere per sempre. Poi farà meno male.» Mi sollevo dalla sua spalla per poterlo guardare negli occhi mentre pronuncia quelle ultime parole, e mi chiedo come sia possibile. Com'è possibile che dica queste cose che sembrano così terribilmente giuste, senza neanche sapere cosa mi è successo? Può l'empatia raggiungere questo livello? Può permetterti di comprendere ciò che una persona sente, anche senza avere la minima idea di quale sia la causa? Deglutisco lentamente, guardandolo così da vicino che il suo volto pare avere lineamenti completamente diversi. Più dolci, forse. Mi incastro nei suoi occhi e li osservo quasi con sofferenza, con la volontà disperata di chiedere aiuto. Lui ricambia il mio sguardo ed è altrettanto intenso, io mi aggrappo a quella profondità come se fosse ciò che stavo cercando in me da tutta la vita ma che non ho mai avuto il coraggio di provare. La mia mano è poggiata sul suo petto da quando mi sono spostata, e adesso sembra bruciare. Il cuore mi batte in ogni centimetro del corpo e io posso percepirlo. E ad un certo punto è troppo intenso. Mi scosto da lui quasi con violenza, ributtandomi sul sedile e strappando il mio sguardo dai suoi occhi vigili, tornando a guardare dritto di fronte a me. Resto ancora un attimo in silenzio, col cuore che mi batte nella gola e il respiro affannato. «Possiamo andare, sarà andato via» Riesco a sussurrare a fatica, con la testa che straripa di confusione e di emozioni contrastanti. Il moro annuisce senza dire un'altra parola, e pare altrettanto scosso. Per tutto il viaggio rimaniamo in silenzio, forse perché quando parliamo ci diciamo sempre un po' troppo. Quando arriva di fronte a casa mia io sento che quando scenderò dall'auto cadrò a terra per il tremore delle mie gambe, ma mi decido a farlo lo stesso. Mi volto verso di lui un'ultima volta prima di andare via, e mi sta già guardando. «Grazie» Gli dico soltanto, sperando che capisca. Lui rimette la mano sulla marcia, pronto a ripartire ancora prima che possa scendere. «Ciao, India» Per la prima volta il mio nome mi piace.
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