Quando esco dalla scuola la temperatura gelida di Gennaio dà sollievo alle mie guance ardenti, e spero che grazie a questo freddo la mia temperatura si abbassi un po'.
Damiano cammina a passo piuttosto svelto verso la sua automobile e io devo camminare a grandi falcate per raggiungerlo prima che ci entri.
Ci sono almeno un milione di cose che potrebbero andare storte durante questa mattinata, e purtroppo più mi allontano dalla scuola più le sento lontane, da vera incosciente.
I professori potrebbero avermi vista nei corridoi ed essersi accorti della mia assenza successiva, i miei amici potrebbero notare che sia io che Damiano non ci siamo e potrebbero farlo anche i suoi amici.
Per una come me che vuole evitare problemi e discussioni inutili, questa non è stata una scelta molto brillante.
Eppure passo dopo passo mi sento sempre più leggera, e più ci avviciniamo alla macchina più tutti i possibili problemi mi sembrano futili.
«Dove andiamo?»
Chiedo allegra salendo al posto del passeggere.
Damiano entra subito dopo e mentre sistema gli specchietti mi rendo conto di non aver mai fatto caso a quanto deve essere stato veloce per avere già la patente nonostante non possa aver fatto i diciott'anni da più di qualche mese.
«Boh»
«Fa freddo in giro»
Dico ingenuamente, strusciando tra di loro le mani nella speranza di riscaldarle un po'.
Immediatamente le sue labbra si incurvano in un sorrisetto divertito.
«È una proposta sconcia? Vuoi venì a casa mia forse?»
Mi prende in giro ridendo, e io boccheggio per qualche secondo sempre più stupita dalla sua malizia che in questi giorni aveva tenuto piuttosto nascosta.
«Tieni a freno la tua mente perversa, intendevo che sarebbe meglio andare in qualche bar!»
Gli spiego, cercando di dissimulare il rossore sulle mie guance guardando fuori dal finestrino.
«Io non ho soldi. Tu?»
«Ho lasciato il portafoglio a casa»
Ammetto effettivamente, non avevo previsto questa uscita e non ci sono molti bar in cui si possa andare senza un euro in tasca.
Osservo il modo sbuffare ma rimanere tutto sommato impassibile, mentre io continuo a pensare a soluzioni che non includano l'ibernare senza però nessun risultato utile.
«Forse casa non era n'idea così brutta»
Dice, guardandomi fugacemente dallo specchietto, e nonostante non voglia far sembrare che io abbia intenzioni strane l'idea di stare al calduccio è molto più invitante che congelare per ore.
«Forse no»
Concordo poi, stringendomi nelle spalle infreddolite e scatenando come era ovvio la reazione di Damiano che alza le sopracciglia e sfoggia il suo migliore sorriso sornione.
«Di certo non per quello che pensi tu»
Chiarisco, fulminandolo con lo sguardo, anche se so perfettamente che sta scherzando.
Credo, almeno.
«Chi c'è a casa tua?»
«Credo mio fratello, mia mamma forse»
Sicuramente sono infreddolita, ma preferirei congelarmi anche le ossa piuttosto che superare l'imbarazzo di entrare in casa sua e presentarmi ai suoi parenti in una mattinata in cui dovremmo essere entrambi a scuola.
«Da me non c'è nessuno»
Dico nel modo più innocente e disinvolto possibile, sperando che per una volta non colga doppi fini che non esistono.
«anvedi questa che tipa, te stai facendo trasportà un po' troppo»
«Finiscila idiota, non ti si può parlare»
Sbuffo, poggiandomi al sedile e incrociando le braccia con fare imbronciato.
Senza chiedere conferma o informarmi sulle sue intenzioni Damiano guida fino a casa mia, fermandosi con sicurezza davanti all'abitazione che ha visto solo una volta e in cui si è imbucato contro la mia volontà.
Non posso negare che c'è un po' di imbarazzo nell'aria, ma io non mi concentro più di tanto su di esso, perché mentre infilo le chiavi nella serratura l'unica cosa a cui riesco a pensare è a quanto sia strano che io stia davvero facendo entrare un uomo in casa mia, e ancora più bizzarro è che quest'uomo sia proprio lui.
Forse è un passo un po' più lungo della gamba, e non sono certa che Damiano stia capendo la portata del gesto che sto compiendo mentre gli faccio spazio nella mia casa.
Come potrebbe infondo, se anch'io che so tutto ho compreso l'importanza di ciò che sto facendo solo ora.
Conosco Marco e Daniele da una vita, ma in tutti questi anni non mi ha mai sfiorato la testa il pensiero di farli entrare da soli in casa mia.
«Permesso»
Dice con inaspettata educazione, prima di superarmi ed entrare in casa mia come se già la conoscesse a memoria.
«Avanti»
Sussurro, sentendo il mio cuore battere un po' più forte non appena mi richiudo la porta alle spalle.
Ma non ho paura.
«Quant'è figa 'sta casa cazzo»
Commenta finemente come al solito, guardandosi intorno come se si trovasse in un castello.
Mi siedo sul divano troppo compostamente per essere il mio, e mi chiedo se ci sia qualche angolo di questo posto che io senta davvero come casa.
«È tanto grande per una persona sola»
Dopo avermi guardato di sbieco constatando la serietà di quelle parole, Damiano decide che non ha intenzione di rendere triste questa mattinata.
«Se vuoi io me ce trasferisco anche subito, con sti muscoli ad occuparla è anche troppo stretta per me»
Scherza, tendendo le braccia e mettendo in mostra i muscoli ben definiti se ben non eccessivamente voluminosi.
Inevitabilmente mi strappa una risata, e gli lancio un cuscino sperando di sgonfiare il suo ego gonfio come un palloncino.
«Preferirei vivere nello sgabuzzino della scuola piuttosto che con te»
Continuo a prenderlo, ridendo e rovesciando il capo all'indietro in seguito allo sfoggio della sua espressione falsamente offesa dalle mie parole.
«Sei 'na cazzo de bugiarda»
Mi accusa marcando particolarmente la "b", buttandosi sul divano e spalmandosi completamente su di esso fino quasi a stendersi.
«E tu sei un pallone gonfiato»
«Zitta mongola. Ma che fai in 'sto castello tutto il giorno?»
Mi trattengo dal continuare la gara di insulti e mi concentro piuttosto sulla sua domanda, cercando di ricordarmi cosa faccio quando non studio e non esco con le amiche.
«Guardo la televisione, mangio, quando ho voglia mi alleno o faccio un tuffo in piscina, cucino...»
«Cos'hai detto?»
Mi interrompe, con un sorriso diabolico stampato sul volto dai lineamenti marcati, e io alzo un sopracciglio incuriosita.
«Che cucino?»
«Prima»
«Faccio un tuffo in piscina»
«Ecco!»
Balza in piedi battendo le mani con euforia, e sorridendo a trentadue denti come un bambino in un negozio di caramelle.
«La piscina cazzo! Dov'è? 'Nnamo a farce un bagno»
Per un secondo quella proposta mi spaventa.
Per un solo attimo realizzo di quanti passi più lunghi della gamba io stia facendo in questi giorni, e tentenno davanti al suo invito.
Poi però il suo sorriso gioioso e la sua euforia quasi bambinesca finiscono inevitabilmente per coinvolgermi.
Dopo aver sbuffato una risata per l'assurdità del suo entusiasmo, prendo la mano che lui mi sta offrendo e lascio che mi trascini per casa mia senza meta, ancora prima che gli possa dire dove si trova ciò che cerca.