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980 Parole
9 È quasi l’alba. Ribò è qui da dieci minuti. Fatte le presentazioni, Angela se ne è andata dal suo fidanzato. Con l’arrivo di Ribò tutto è sembrato tornare nella norma. Soliti riti di saluto, come accade durante una qualsiasi stupida serata fra conoscenti. E si comincia con un ciao Cardo, si prosegue con un Ribò, sei tu, ti venisse un cancro, mi hai fatto prendere un colpo, ciao Angela, beh, ragazzi io me ne vado, questa storia mi ha già scassato abbastanza per stanotte, tienimi informata, Cardo, ciao Ribò, ciao Angela, ciao. «Ripetimi tutto», dico a Ribò, ancora incredulo. «È andata così», dice Ribò, appoggiato allo stipite della porta, a testa bassa, «sono arrivato e ho lasciato la macchina fuori, sotto il platano. Ero nel cortile e stavo per bussare, ma prima ho deciso di dare uno sguardo intorno, perché la tua telefonata mi ha fatto pensare a qualche guaio, e in casi simili io prima di agire osservo tutto. Mi avvicino alla prima finestra e vedo Angela che ti sta lavorando per benino. Passo all’altra finestra e vedo un grassone nudo steso su un lenzuolo, strangolato mi pare. Mi dico che, scemo come sei, potresti avere ucciso il ciccione, anche se non è da te. Mi dico che il ciccione deve essere il marito geloso della quaglia impegnata con te. Penso che la tonta si sia fatta seguire, vi ha beccati e voi due lo avete spedito all’inferno. Mi dico anche che la cosa non regge, dato che non capisco perché il geloso sia nudo. Me lo spiegherà il Cardo, mi dico, e aspetto che finiate. Mentre siete in bagno sento frenare una macchina, qui fuori. Questa è la macchina della polizia, mi dico. La faccenda è più seria del previsto. La macchina entra nel cortile, poi arretra, capisco che parcheggiano all’esterno, come me. Capisco anche che sei fottuto, se per caso, come credo, non sei tu l’assassino. Balzo in stanza passando dalla finestra, mi carico il caro estinto in spalla e lo vado a posare dietro il trattore arrugginito, sotto la tettoia. Tanto, mi dico, è chiaro che dovrò aiutarti in qualche modo, dato che nel frattempo mi sono convinto che tu non puoi essere l’assassino, sei troppo stupido. Vi sento parlare, da fuori, ma ho difficoltà a intendere ciò che dite. Alla fine, però, capisco che te la sei cavata. La polizia se ne va, e io rientro dalla finestra. Ed eccomi qui». «Tu sei tutto rincoglionito, Ribò. Quello non l’ho ucciso io», mi inalbero, «figurati se vado a uccidere i mariti gelosi, sai quanto cazzo me ne frega a me dei mariti gelosi. Gli regalo anche mia madre, io, ai mariti gelosi. Io, le loro mogli non me le faccio manco morto, quelle assatanate, quelle troie che vorrebbero farsela con me mica per come sono io, ma solo per fare un dispetto al maiale che hanno sposato. Aria e camminare, alle signore sposate. Io me la faccio soltanto con le puttane, che sono più serie. E Angela è la migliore che ci sia, come ti ho sempre detto. Non è economica come le nigeriane, ma è pulita, e sana. E non è tossica. E non parliamo della bocca. Sai che cosa è capace di fare con la bocca? Ora te lo spiego». «Non sprecare il fiato. Io non ci vado, con le puttane». «Ma sei pazzo? E con chi te la fai, allora, con le liceali?». «Torniamo al morto. Ti ho detto che soltanto in un primo momento ho pensato che fossi stato tu a ucciderlo. Poi ho deciso che sei troppo stupido anche per uccidere una persona». «Mi deve essere sfuggito, quel particolare», bercio, «ma tornando ad Angela, fai tu, ma sappi che ci rimetti, perché Angela...». Ribò alza la testa, si gira, si guarda un po’ intorno e lentamente si avvicina alla porta, dando grandi peste agli stracci e ai fogli sparsi qua e là sul pavimento. «Va bene, va bene», miagolo, «mi faccio gli affari miei. Siediti lì, ti racconto tutto. Comunque fai male a non seguire i miei consigli... Va bene, va bene, non te ne andare. Torniamo al morto. Dunque, Ribò, ascoltami, io non so chi sia quel grassone. Sono entrato in casa, stanotte, erano quasi le tre, credo, e lui era lì, sul mio pallet, morto, nudo. Non so che fare. Decido di telefonarti. Esco, vado alla bocciofila e ti chiamo. Poi raccolgo Angela e torno qui. Poi arriva la polizia, e poi arrivi tu. Ecco, è tutto. Io non so chi cazzo è quel coglione, hai capito, Ribò? E poco c’è mancato che Angela non se ne andasse, per colpa sua». «E lo credo», commenta Ribò, muovendo la testa in avanti come un cavallo. E tace. Passa un minuto buono. Ribò ha piegato la testa di lato e pensa. Piego la testa di lato anch’io, ma non succede niente. «Qualcuno ti vuole incastrare», dice Ribò. «Chi?», chiedo, fiducioso. «Ti hanno messo il morto in casa e hanno chiamato la polizia non appena hanno notato che sei rientrato». «Questo l’avevo capito anch’io», faccio. «Comunque hanno perso il primo round», continua lui, senza scomporsi, «e ora, se fossi in te, cercherei di prendere la faccenda in mano. Per esempio, riporterei il morto qui, e lo osserverei. E cercherei di scoprire chi è». «E se ci stanno spiando? Appena riportiamo in casa il rigido quelli che mi stanno spiando ritelefonano alla polizia». «Non credo», mi spiega Ribò, «è molto improbabile. Per loro non avevi via di scampo. E del resto sei salvo soltanto perché hai avuto un culo nero. Per loro sei già in galera. Ed è anche probabile che non abbiano nemmeno atteso il tuo rientro a casa, e nemmeno ti abbiano spiato. Possono avere semplicemente deposto il morto in casa tua e telefonato alla polizia. Tu sei rientrato in quel mentre. Ma se anche tu non fossi stato in casa il gioco sarebbe riuscito. I poliziotti avrebbero girato intorno alla cascina, avrebbero puntato le torce contro le finestre e voilà, ecco il morto. No, il loro piano era troppo semplice e perfetto per indurli a rischiare restando in zona». Mi ha convinto. Mi fa un cenno con la testa. Andiamo a prendere la salma.
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