10
Ecco, ora il morto è tornato al suo posto, che è poi casa mia.
Unghie delle mani: curate, estremamente curate. Guardo le mie unghie. Non pensavo ci potesse essere una così grande differenza, fra le unghie. Si può stare certi che non dipingeva, il nostro. Piedi candidi, rosei, senza calli, puliti. Piedi che sicuramente venivano sottoposti a trattamenti estetici e a massaggi. Gambe poco muscolose, gran ventre. Si muoveva poco, l’immobile. In compenso Ribò si muove. Tiene le mani dietro la schiena e non la finisce di andare torno torno lungo i quattro lati del lenzuolo, ora in un senso e ora nell’altro, senza mai distogliere lo sguardo dal corpo del caro estinto.
«Guarda, Cardo, vedi? Il morto era sposato, c’è il segno chiaro di un anello alla base dell’anulare sinistro. Ed ecco un altro indizio: guarda sotto la glabella».
Giro gli occhi di qua e di là, come uno che segue il volo di una mosca. Che cosa sarà mai la glabella?
«Vedi? Portava gli occhiali. Osserva il segno più chiaro».
Annuisco a bocca in giù, da intenditore di whisky.
«Eh, la glabella non mente mai», sentenzio.
Ribò non commenta e prosegue:
«Certo, però, non abbiamo nulla che ci aiuti davvero. Sposati e con occhiali, sai quanti ce ne sono? Non vedo nemmeno segni di operazioni, che so, una appendicite, calcoli, roba del genere. Vediamo in bocca. Niente, niente protesi o interventi importanti. Era sano, questo fesso. Giriamolo».
Spingo l’obeso agendo su un fianco fino a che non si ribalta. La pancia gli si allarga sul pavimento e ci appare un culo dalla pelle grinzosa, non liscia e tirata come quella di tutti i culi che si rispettino, ma piena di gibbosità e dune, specie nella parte inferiore delle natiche, sicché pare proprio di vedere una buccia di arancia con la lente di ingrandimento, o meglio, una mela cotta lasciata raffreddare.
«Questo stava sempre seduto», deduco.
Ribò tace e osserva. Poi, repentino come un serpente, lo vedo balzare sul cadavere. Si pone in ginocchio fra le gambe divaricate del morto e gli dilata i glutei informi.
«Qui c’è un primo buon indizio», commenta poi, tenendo ben spalancato il sozzo orifizio, e dico sozzo con buone ragioni, mo’ vedete.
«Ecco davvero un buon indizio», ripete Ribò. «Vedi? L’hanno ucciso altrove, molte ore prima di essere portato qui».
«Che cosa te lo fa dire?», chiedo.
«Lo sai, no, che gli impiccati, morendo, liberano l’intestino, oltre che avere, se maschi, fenomeni di erezione ed eiaculazione? Ebbene, osserva l’ano del tuo ospite. Guarda, è costellato di grumi ormai secchi. E di questa merda non vi è traccia sul tuo lenzuolo. Ciò significa che quando te lo hanno portato era morto e stramorto. Ehi, ma ecco un indizio ancora più importante. Molto, molto importante. Avvicinati, guarda, guarda, soffriva di emorroidi, ed è stato operato da poco. Molto bene, molto bene».
Sarà, ma io non noto nulla di particolare. A me le emorroidi di questo stronzo cagone non dicono davvero nulla. O meglio, non ce le vedo proprio. Come si fa a distinguere un buco di culo nature da uno truccato? Lo faccio notare a Ribò.
«Aspetta di avere le emorroidi», risponde lui.
«Perché, tu le hai avute?», faccio.
«No, ho visto un film», spiega, e non oso procedere con le domande, sicché me ne resto lì come un carciofo a chiedermi che cavolo di film veda Ribò.
Passa qualche minuto, poi Ribò rilascia le chiappe flosce dell’indurente, va a lavarsi le mani, esce e si piazza in cucina, pestando tutto ciò che trova sul suo percorso. Si scaraventa su una sedia e pone la testa di lato. Sta pensando.
«Dammi un calepino», dice cinque minuti dopo, mentre la luce del mattino si fa netta e piena.
«Che minchia è un calepino?», farfuglio, mettendo le dita di una mano a becco di struzzo.
«Dammi un quaderno, un blocco per le note, fai tu», replica lui senza cambiare tono di voce.
«Eh, no», inveisco, «prima mi dici che cos’è un calepino».
«Ah, e anche una biro», prosegue lui, impassibile.
«Me lo vuoi dire o no che cosa è un calepino?», imploro.
Ribò incrocia le braccia e abbassa la testa, come quelli che dormono in treno. Non me lo vuole dire. Lo so, lo so che lui è mosso a un fiero disgusto da tutte le chiacchiere superflue, però adesso esagera. Ho sempre saputo che la sua conversazione è essenziale, sbrigativa, brusca, ma ormai questi aggettivi suonano come larghi eufemismi. Altro che brusca e sbrigativa. La sua conversazione è per la più parte un monologo, e nei casi restanti è come l’arredamento delle case giapponesi: non si vede.
«Ecco la biro e il calepino», gli dico porgendogli la biro e un pezzo di carta. Adesso lo frego.
«Grazie», fa lui, e comincia a scrivere. E il fottuto sono io. Oppure il calepino è il pezzo di carta. E sia, se vado in galera mi faccio portare un dizionario e me lo leggo tutto.
«Ora comincia la parte pratica della vicenda», dice Ribò.
«Dimmi».
«Il nostro traguardo è duplice: primo, scoprire chi è il morto; secondo, chi lo ha ucciso. Tu sei soltanto un pretesto, un facile colpevole, uno spostato che non può permettersi di pagare un avvocato di fama e che, perciò, verrà incriminato senza che nessuno scavi troppo intorno alla vicenda. Cominciamo, dunque. Identificazione della vittima. Fai una foto al defunto, devo farla vedere un po’ in giro».
«Eh no, cazzo, no. Lo sapevo», nitrisco, «è sempre sulle stronzate che si rovina tutto. Mavaffanculo, sfiga maledetta».
«Che ti prende?», chiede Ribò alzando soltanto un poco il sopracciglio.
«Come che mi prende? Mi prende che siamo fottuti, fregati, strafregati. Abbiamo la polizia al culo, dobbiamo fare in fretta, rischio l’ergastolo, e anche tu rischi qualche annetto perché ormai sei complice, e io non ho la macchina fotografica. Non l’ho mai avuta, hai capito? Più fregati di così. E per una stronzata».
«E del cellulare manco a parlarne, credo».
«Nisba, niente telefonino, mai avuto», commento, sconsolato.
«Ritrailo», dice Ribò, senza alzare lo sguardo.
«Che cosa?», dico.
«Sei o non sei un pittore? Vai di là e fai il ritratto di quel cocomero stecchito».
Ha ragione.
Ribò è un genio.
A me non sarebbe mai venuto in mente.
Eppure è vero che so copiare, disegnare, dipingere, per dote innata.
Un quarto d’ora dopo torno in cucina con il ritratto.
Ribò dorme sulla sedia.