I-3

1943 Parole
Forse questo era anche il sistema di valori in cui la vecchia Chloe Gray era vissuta, prima di incontrare Isaac Klauss. Le sembrava fosse un suo diritto quello di essere ammirata e servita dal popolo imperfetto di New Harmony, semplicemente perché lei era dall’altra parte della barriera, una privilegiata dal destino, una Perfetta “per dato di fatto”. Che le importava di vite fatte per durare una manciata di stagioni, prede della malattia, dell’indebolimento psicofisico e del costante bisogno di cibo? Gli anni trascorsi con Isaac le avevano però insegnato che non conta quanto si vive, e neppure in che condizioni esteriori si trascorrono le giornate su questa Terra. Ogni singolo attimo poteva durare un’eternità, assieme a lui. Quando facevano l’amore, avrebbero potuto morire un attimo dopo, e sarebbero stati felici. Uno soltanto poteva essere il minuto che avrebbe fatto la differenza tra la felicità e il terrore, tra la speranza e la rassegnazione, tra la follia di un dittatore e la coscienza di un presidente regolarmente eletto dai propri cittadini. Rigirando tra le dita la sfera ormai opaca di Azaria, Lara si chiese se anche nella sacra, misteriosa Olympia ci fosse qualcuno che la pensasse come lei. Qualcuno stanco di quella “pax lucetia”, che sotto lisce e impersonali lastre marmoree celava le più terribili nefandezze. Alla fine del secondo, lungo giorno di viaggio, un Milite venne ad avvisarla che l’attesa era finita: stavano sorvolando Antartica. Un oculo munito di doppia lastra di vetro, poco più grande dell’oblò di uno Scorpione, si apriva nel pavimento del ponte d’imbarco, e diede a Lara la possibilità di scrutare per la prima volta in vita sua quelle terre sconosciute a gran parte degli abitanti dell’Unione. Ricordava che secoli prima, quando era soltanto una sconosciuta mortale di Los Angeles, si diceva che l’Antartide fosse il più recente continente scoperto dall’uomo: una regione inaccessibile, inospitale, completamente ricoperta da ghiacciai perenni. Nel paesaggio che scorreva sotto i suoi occhi, non restava più nulla di quelle distese immacolate e libere dalla piaga umana: erano riusciti tutti insieme a rovinare anche il più remoto angolo di pianeta. La catena transantartica era l’unica conformazione geologica degna di rilievo in quel paesaggio roccioso e spoglio, triste e allo stesso tempo imponente con i suoi picchi scoscesi, i millenari sedimenti granitici che avevano continuato a depositarsi in fondo ai burroni prima sotto le nevi permanenti, poi all’aria immobile e secca del nuovo mondo. - È poco oltre la valle di Weddell, riesci a scorgerla? Lassù, su quella montagna poco a destra. – le giunse la voce di Uriel, che si era accostato al Milite incaricato di sorvegliarla allo sbarco. - È neve? – non poté trattenersi dal chiedere Lara. - È Olympia. Allora era vero quel che si diceva della capitale transatlantica, la città che i pochi suoi visitatori forestieri non avevano mai abbandonato, e di cui non esistevano filmati né immagini, ma soltanto riproduzioni di artisti che si basavano sulle poche informazioni disponibili tra le più antiche famiglie immortali. La chiamavano città di marmo, ed ora Lara Gray capiva perché. Una volta che la Nave Madre fu discesa al di sotto della coltre di nubi che velava i monti Mühlig-Hofmann, le mura del distretto olimpico sfavillarono alla poca luce del tramonto australe. Globi di luce appartenenti a lanterne, fiaccole, bracieri enormi sistemati a intervalli di una decina di metri, segnalavano i confini del mondo abitato, mentre le quattro oblunghe costruzioni che si intravedevano agli angoli parevano giganti dalle lunghe braccia semoventi, lentamente oscillanti per allontanare qualsiasi velenosa minaccia dal resto della piana in penombra. - I Mulini. – spiegò Uriel, col tono fiero di chi si era assunto il compito di fare gli onori di casa. - È grazie a loro che possiamo vivere all’aria aperta, senza bisogno di rinchiuderci sotto un coperchio di plexiglass. - Quella è l’Acropoli? - Una visione mozzafiato, non trovi? Nel mezzo del distretto, circondata dai quartieri residenziali e dalle vie a raggiera che parevano tagliare a spicchi identici ville e dimore signorili, si alzava la collina con il Palazzo del Divo e gli altri edifici di rappresentanza. La Nave Madre rallentò fino a sorvolare a distanza ravvicinata la cinta di mura a meridione, ma Lara poté comunque ammirare ogni dettaglio del Colosso del Divo, la gigantesca statua bronzea che sovrastava il tempio alla Gloria Maxima e la piazza del teatro. - Non avevo immaginato che fosse tutto così… appariscente. - Lucetius ha tutto il diritto di far celebrare la sa grandezza. La storia dell’umanità non ha mai avuto un uomo come lui. I più grandi imperatori, i Cesari della storia antica, i despoti e i tiranni di quella recente, non sarebbero neppure degni di baciargli i calzari. Lara si allontanò dall’oculo e voltò le spalle al Primo Segretario. Chiese al Milite che l’aveva in custodia di poter avere sottocchio i suoi bagagli, poi si avviò lungo il corridoio che portava al portellone d’ingresso. - Qualcosa non va? – la raggiunse Uriel, poco prima che fossero pronti a mettere piede a terra. - Voglio solo che finisca tutto al più presto. Faccia quello che crede, non sarò uno dei suoi burattini. - Lui non vuole che tu lo sia, Chloe. Gli guasterebbe il divertimento. Lara sospirò di sollievo quando finalmente, dopo l’atterraggio, si preparò a seguire il corpo di guardia nel corridoio estensibile che portava alle mura cittadine. Il maestoso ingresso a Olympia era sormontato da un arco in pietra a tutto sesto, affiancato da due spaventose statue di felini ruggenti. Finalmente intravide gli abitanti della capitale, un corteo di Perfetti e Aristoi in tuniche e toghe di rappresentanza che la salutarono con grida di giubilo e applausi. L’intero percorso fino all’Acropoli era disseminato di petali di giglio, a ogni passo qualcuno tra la folla di spettatori osannava la sposa dell’eroe del Neo-C, il primo, celeberrimo Homo Optimus. - Di che parlano? Perché si comportano così? – chiese al comandante della Milizia che l’aveva accolta all’ingresso, liberandola dall’inquietante presenza del Primo Segretario. Indossava una maschera d’argento, con l’insolito particolare di avere un lato completamente cieco, come fuso col volto sottostante. - Il Divo vuole che lei sia celebrata come merita. Per merito suo il suo uomo, Isaac Klauss, ha reso un immenso servigio all’Unione. - Io non ho parte alcuna nel ritrovamento del Neo-C. L’altro la ignorò, forse di proposito. Il lungo cammino fino all’Acropoli si arrestò alla base della scalinata che immetteva nel centro rappresentativo di Olympia: un uomo visibilmente obeso, con la tunica che lasciava scoperti i flaccidi avambracci e le gambe tozze e gonfie, accolse cerimoniosamente Lara, pregandola di seguirlo al teatro olimpico, dov’era tutto pronto per la rappresentazione a lei dedicata. - Sono qui per vedere Lucetius. – chiarì lei, mentre l’altro arrancava penosamente per i gradini, mormorando qualche maledizione ad ogni sforzo. - Lo vedrai là dove sarà tenuta la rappresentazione. Consideralo pure un omaggio del nostro amato presidente per averci onorati della tua presenza. - Dov’è Isaac? - Quanta fretta, cara. Ci sarà anche lui, non temere. - Come sta? Vorrei vederlo prima, se possibile… - Una cosa alla volta, tesoro. Una cosa alla volta. Il grassone intese sorriderle, ma gli riuscì soltanto una smorfia grottesca, derivata dallo sforzo della salita. Finalmente approdarono al viale adiacente ai propilei, la strada sfavillante di luci e di marmi lucidati a specchio che dalla Nave Madre le aveva fatto l’effetto di uno degli antichi ghiacciai osservati mille volte in qualche video d’epoca. Il Colosso era esattamente sulle loro teste, ma dal loro punto d’osservazione potevano scorgere a malapena il busto riflettente i bagliori dei fuochi d’illuminazione. Dal teatro giungevano grida e applausi smorzati: Lara e l’Aristos Junius Rufinus aggirarono il frons scaenae coperto all’esterno da un padiglione, e si appressarono all’ingresso dei vomitoria che li avrebbero condotti alle gradinate. Non ricordava di esser mai stata in un posto del genere in tutta la sua lunga esistenza: nonostante la luce smorzata, e l’atmosfera appesantita da cappe di nuvole scure, le gradinate affollate del teatro parevano splendere di luce propria. Dall’orchestra si diffondeva una confusa melodia d’accordi, mentre candele schermate illuminavano le balconate del frons scaenae di diversi strati di riflessi iridati. Sul podium al centro dell’ima cavea, circondato dal suo vivace corteo di pueri, sedeva lui, Maximus Lucetius. Eccitatissimo ma piuttosto provato per la faticosa scalata, Junius arrancò per il corridoio anulare che spartiva le gradinate; indicò la nuova arrivata al Divo, poi fece un cenno nervoso a Lara perché si avvicinasse. Gli occhi della folla si posarono immediatamente su di lei, l’unica vestita alla moda occidentale in un mare di tuniche e toghe dai colori sobri e mai troppo discosti gli uni dagli altri. L’ospite avanzò a testa alta lungo il diazoma, infine chinò il capo a mo’ di riverenza di fronte al podium imperiale: non sapeva cosa prescrivesse l’etichetta in quelle circostanze, non avendo neppure immaginato una presentazione così ufficiale, davanti a tutta Olympia. - Avvicinati, ti prego. Lascia che ti guardi bene in volto. – l’invitò il Divo, la voce pacata e carezzevole di un confidente troppo premuroso. Lara salì i gradini che ancora la separavano dal seggio imperiale sempre più confusa: l’uomo completamente calvo che le stava di fronte non assomigliava per nulla al tiranno sanguinario di cui si narravano leggende anche nelle terre più remote dell’Unione. Aveva occhi grandi e chiari esattamente come i suoi, labbra sottili e delicate, gote rosee e lisce come quelle di un ragazzo. - Aspettavo da così tanto questo momento. Ti descrivevano come una bellezza rara, anche tra i Perfetti. Fu lui a colmare quel che restava del reciproco distacco: avvicinò una mano adornata d’anelli e sottili bracciali d’oro, le sfiorò le guance con le nocche: - Peccato, mi sarei aspettato di meglio. Lara avrebbe voluto formulare la domanda che le premeva in gola prima che passasse l’occasione propizia, ma non riuscì ad articolare neppure una parola. Lo sguardo di “lui” l’ipnotizzò: vi lesse lontananza, tristezza, delusione… finanche una punta di pietà. Nulla che avesse a che fare con la tempra granitica di un rettore d’imperi. - Lo spettacolo inizi! Questa sera chiuderemo degnamente le celebrazioni per la presa della città ribelle! – esclamò Lucetius, tra le grida euforiche dei giovinetti che gli facevano da corona. Lara fu attirata dalle loro espressioni, dai loro movimenti troppo concitati: c’era qualcosa di falsato in quei volti, nel modo in cui ridevano, parlavano, la guardavano. Junius Rufinus arrivò per l’ennesima volta a trarla d’impaccio: l’invitò a sedersi su uno dei seggi del podium, da dove avrebbe dominato l’intero proscenium su cui si sarebbe svolta la rappresentazione. Qualche discreto inserviente regolò le illuminazioni della scenografia; dopo che nella cavea fu sceso il silenzio apparvero sul palco i primi attori. C’era chi impersonava Noah, chi il suo braccio destro Seth; neppure mancava il comandante invidioso Oz Salomon. A Lara fu immediatamente chiaro che quella a cui stava assistendo era una versione piuttosto “libera” degli ultimi giorni di New World City. Quando in scena apparvero anche i personaggi di Chloe Gray e di Isaac Klauss, dovette trattenersi per non alzarsi in piedi e gridare all’intera platea che il copione era una totale mistificazione della realtà dei fatti. Si guardò intorno, incrociò per un breve istante lo sguardo vivace e mobile dell’imperatore. Era al corrente della grossolana falsificazione? L’aveva autorizzata lui? Quello che più le pesava era che sulla scena Isaac era trattato da eroe vanaglorioso e pusillanime: il paladino del Neo-C aveva voluto appropriarsi della formula per divenire più potente dello stesso Divo, ma poi aveva dovuto fare i conti col tradimento della sua amata, che gli aveva preferito il presidente dell’U.T. - Che storia è questa? Chi ha riportato queste menzogne? – sussurrò all’Aristos che le sedeva accanto. - Non rovinare tutto a un passo dalla fine, cara. Il finale a sorpresa è quello che riscuote più successo, in questo genere di spettacoli. Quando il frons scaenae si schiuse davanti a centinaia di sguardi rapiti, Lara non imitò il boato d’eccitazione del pubblico estasiato. Lì in mezzo alla piazza del teatro si levava il patibolo col vero condannato, il millantatore punito che secondo la versione di Olympia aveva osato mettere in ombra lo stesso Augusto Divo. Immobile e sul punto di essere sgozzato dalla spada che per settimane gli aveva puntato la nuca, Isaac Klauss omaggiava il pubblico della capitale con la prima e ultima esibizione della sua vita.
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