II-1

2010 Parole
II Non aveva mai compreso appieno il significato del verbo “piovere”, non fin quando ci si era trovato davvero, in mezzo alla pioggia. Era come se quel cielo duro, grigio come tutto il resto, piangesse la terra e le sue vittime: una goccia in sé non era importante, neppure la si avvertiva mescolata al sudore e al freddo. Poi ne arrivavano altre, in successione rapida, costante, sempre più fitta, e il mondo di mutava in una cascata d’acqua fresca, limpida, buona da bere. Se solo Azaria fosse stato lì con lui, a godersi quel miracolo! Un tempo, a New Harmony, lui e i suoi familiari erano stati costretti a razionare persino i bicchieri d’acqua da versarsi durante i pasti. Il governatore Mayfield predicava la parsimonia, l’uso “sapiente” della riserva idrica cittadina soprattutto da parte (guarda caso) degli Imperfetti. I Klauss avevano accettato passivamente questa nuova forma d’oppressione e di svilimento della dignità dei più deboli. Alla Guglia andava la percentuale d’acqua potabile più abbondante, in seguito ai trattamenti di depurazione più sofisticati e scrupolosi: questa era l’Unione Transatlantica, questo era l’impero dei Perfetti. Ora, con gli occhi del ricordo, Isaac poteva scambiare il posto in cui era finito con un vero e proprio paradiso: ad alzare minimamente il capo, avrebbe potuto berla, tutta quell’acqua. Acqua gratis, acqua cristallina caduta direttamente dalla sorgente celeste: prima ancora di depositarsi nei più profondi e riposti anfratti sotterranei, c’era stato un tempo in cui, dicevano i Nomadi, “pioveva” dal cielo su tutta la terra. Proprio come allora, ad Olympia. Acqua cadeva a scrosci rumorosi dalle nubi e annegava la terra, riempiva le valli basaltiche tra le placche continentali, formava stagni e laghi, e veri e propri mari interni che crescevano fino a diventare oceani. E gli oceani erano colline di diaspro, e le onde battevano contro montagne levigate che prendevano il nome di scogli e falesie… Era facile annegare la coscienza di esistere nell’acqua, o sotto un rovescio temporalesco: a Isaac Klauss pareva di sciogliersi con i rivoli che gli gocciolavano tra i capelli già più radi, tra le ultime chiazze brune di barba, giù per le membra rimaste tornite, solide, brunite da anni di vita militare sotto il sole rovente della piana occidentale. Pioveva anche la prima volta che aveva messo piede nella capitale dell’Unione Transatlantica, come prigioniero. Quanto tempo era trascorso, da quando era stato costretto a salire i gradini del suo patibolo, uno dopo l’altro, con le catene che tintinnavano alle caviglie, e il vociare incessante della folla che lo fischiava, gli lanciava pietruzze e insulti, lo invitava a gesta guerresche di cui aveva soltanto sentito parlare, lì in quell’angolo di mondo fuori dal tempo, fuori dalla realtà? Giorni, settimane, mesi. Forse anni in cui aveva implorato chiunque passasse per quella piazza ottagonale, all’ombra di una statua colossale di cui non riusciva nemmeno a distinguere le fattezze. Aveva pregato che l’aiutassero a uccidersi, a liberarsi da un incubo che lo pungeva più del suo supplizio, a fuggire nel regno silente e pallido della morte, là dove lo aspettavano (mute statue di gesso, volti sereni e imperturbabili come maschere di santi) i suoi genitori, i suoi amici, suo fratello morto martire per la gloria invidiosa. Ma nessuno l’ascoltava. Dopo i primi tempi la sua presenza là, in quella piazza geometrica senza calore, senza polvere, senza sporcizia, lustra come il cielo sopra New Harmony, era diventata parte integrante del paesaggio. A giorni alterni cadeva semplice acqua… e altre volte qualcos’altro, qualcosa che doveva aver sognato perché troppo differente da ogni altra forma di precipitazione di cui avesse avuto mai esperienza in tutta la sua vita. Era già troppo stremato per riflettere ulteriormente sui miracoli di Olympia: gli ultimi suoi sforzi coscienti li riservava al ricordo di colei che lo aspettava dall’altra parte del mondo, che forse era in viaggio per raggiungerlo, o magari stava combattendo con la tentazione di dimenticarlo, di lasciarlo scorrere via come i mille amori della sua vita. Come tutto il resto, come l’acqua mischiata al sangue nero e viscido che gli si incollava alla schiena. Il resto della sua vita da torturato era fatta di “lui”. Lui era il suo dio, il suo carnefice, la sua nemesi, il suo giustiziere. Lui era la vendetta del destino contro l’unico immortale dei Klauss, colui che aveva osato sfidare le parole dell’Anziano della parrocchia che frequentava da ragazzo assieme ai suoi. Aveva barattato l’immortalità dello spirito con quella del corpo, e ora era precipitato all’inferno. Che il regno di Satana fosse questa stessa vita, e non l’aldilà, l’aveva sempre sospettato: la novità era che Olympia non rassomigliava affatto agli infuocati gironi infernali. Era una città ordinata, lucida, bianca come un cristallo di sale. Anche sotto la pioggia emanava bagliori di luce, riflessi d’arcobaleno intravisti tra le pozze sul patibolo, e poi anelli d’oro e rubino che alcune sere si levavano dal tempio del Divo in occasione di qualche festeggiamento. Tutto questo a Isaac era entrato dentro: l’aveva immagazzinato come parte del dolore, della sofferenza che squarciava le carni, dell’attesa (forse vana) di un amore che gli straziava l’anima. Ancora una volta, era stato “lui” a infettargli il cuore col demone della speranza. Proprio il desiderio di rivedere Lara gli impediva di lasciarsi andare, di strozzarsi con la pioggia, di forzare al massimo i lacci che lo tenevano avvinto alle assi di legno, per lasciarsi trafiggere dalla spada che incombeva dall’alto. La prima volta lui era venuto a visitarlo assieme al suo amico grasso, disgustoso. Gli aveva tolto la maschera di metallo con cui avevano coperto il suo volto irriconoscibile, graffiato, ancora sporco della polvere del deserto di Indigo. - Stavolta Uriel ha eseguito davvero un buon lavoro. Credevo fosse crepato sotto il sole del Nord, e invece eccotelo qui, a stillare ancora sangue come una spugna imbevuta. Il grassone, un Perfetto di nome Junius che doveva essersi conquistato i favori del massimo rappresentante del governo transatlantico, era scoppiato in una risata acuta come quella di una donnicciola. Poi aveva teso il braccio per tastare la corda che reggeva la spada; Isaac aveva sentito il ferro vibrare, e un brivido d’agonia l’aveva scosso fino a far stridere le catene. - Dieci anni di minacce e pressione continua avrebbero fatto cedere anche un obelisco di granito, Maximus. Figurarsi un povero illuso come Noah. - Noah è stato uno sciocco. Mi spiace che sia finito prima di raggiungere Olympia. Avrei preferito aver lui, qui al supplizio. - Ma questo è più giovane, e bello. - Dici? Puzza ancora di Imperfetto, e in più è già vecchio. La donna che gli ha permesso di irradiarsi così tardi dev’essere stata ingannata. - È coraggioso, però. E così innamorato della sua Chloe. Un’altra risatina gelida, femminea. All’udire il nome da Perfetta della sua compagna, Isaac aveva alzato il capo lentamente, stringendo i denti per il dolore, fino a incrociare gli occhi dell’uomo più alto, quello calvo e col capo cinto da una corona aurea d’alloro che mandava bagliori dalle tempie. Erano occhi limpidi, curiosi e crudeli allo stesso tempo come quelli di un bambino alle prese col suo animaletto personale. - Mi senti? Sei tu Isaac Klauss, l’eroe del Neo-C? – gli aveva chiesto dopo essersi avvicinato di un altro passo, eccitato dal fatto che finalmente il prigioniero gli avesse prestato attenzione. - Forse non capisce la nostra lingua. Deve essere diventato sordo. - Junius era intervenuto dopo che il torturato era rimasto in silenzio, prostrato dalla sofferenza. - Sarà il caso di rimettergli la maschera? - Oh, e perché mai? Non c’è rischio che, lontano dal Palazzo, un viso così brutto rischi di guastarmi il sonno. Piuttosto, non trovi sia affascinante il modo in cui l’agonia scavi i suoi lineamenti, rendendoli quasi disumani? - Più animali, direi. - Se non fosse destinato al Neo-C, mi sarebbe piaciuto fargli fare qualche gioco coi cani in Arena. - Il pubblico ne sarebbe stato piacevolmente intrattenuto, Maximus. Il Divo si era avvicinato a Maximus e aveva ricominciato a lasciar oscillare la lama della spada. Uno, due, tre passaggi che gli incidevano la nuca e riaprivano i precedenti tagli non ancora rimarginatisi. Isaac aveva gridato per la prima volta. - Sei cosciente, allora. Coraggio, di’ qualcosa. - Uccidetemi. Uccidetemi, vi prego. – aveva gorgogliato, il fiato caldo che gli ustionava la gola già secca, riarsa. - Oh, e perché mai dovremmo fare una cosa simile? Non sei orgoglioso di esser stato scelto come primo Perfetto a usufruire dei prodigi della nuova formula Reyes? Sarai Homo Optimus, Klauss. Il primo Immortale a usufruire di questo immenso onore. Ancora più Perfetto, ancora più vicino agli dei. La voce del Divo non era effeminata come quella dell’altro: gli giungeva più bassa, ma per nulla greve o autoritaria. La sua prima sensazione era stata che fosse un tipo facilmente manipolabile, soggetto a imprevedibili sbalzi d’umore. - Non m’importa. Non ho più ragione… Poi Isaac aveva cominciato a tossire talmente forte che gli era stato impossibile continuare. Prontamente, per ordine del Divo, gli era stata offerta dell’acqua. - Non avresti più ragione neppure se ci fosse lei, al tuo fianco? La tua Perfetta? - Lei è… - Lei è viva. È sana e salva, aspetta solo un mio cenno per raggiungere Olympia. Il prigioniero aveva alzato lo sguardo allora, per la seconda volta. Da quella singola frase era iniziato l’ennesimo supplizio, assieme alla coscienza che avrebbe dovuto aspettarla, sopravvivere nonostante tutto, soltanto per vedersela di fronte ancora una volta, bella e “perfetta”, giovane ed eterna così come lui non sarebbe mai stato. - Ti prego… - aveva mormorato fissando i calzari del suo aguzzino. Quest’ultimo gli aveva poggiato la mano sul capo, l’aveva premuta sino ad allontanargli per qualche istante la minaccia della lama affilata: - Non hai che da resistere e attendere qui, sotto gli occhi degli Aristoi dell’impero, l’arrivo della tua amata. Non temere: alla fine avrai la gloria, l’amore, la salvezza in in un colpo solo. Quell’ora sarà per te eterna… ed allora io canterò in tuo onore, Isaac Klauss. Quanto tempo da allora… Quanto, davvero? La mente gli si era offuscata, non era stato più in grado di distinguere i visi o di riconoscere le voci, e non aiutava il fatto che a quelle latitudini il giorno e la notte si confondessero in un unico, nebbioso tramonto. Le rappresentazioni a teatro e le processioni che nei giorni di festa attraversavano la piazza dirette al tempio della Gloria Maxima erano stati gli unici avvenimenti costanti in grado di dargli una minima idea del trascorrere del tempo. Una sera, “quella” sera, finalmente, era accaduto qualcosa di nuovo. Un manipolo di militi aveva guidato lo spostamento del patibolo ai limiti del frons scaenae, sul lato esterno del teatro. Il supplizio di Isaac Klauss era stato interrotto per due interminabili ore, per la prima volta in più di cinque mesi. Le voci degli attori durante lo spettacolo gli erano giunte più vicine, era stato finanche in grado di cogliere alcuni nomi familiari: New Harmony, Noah, Seth… Il suo stesso nome, e poi quello di lei, Lara. Ora finalmente il telo che gli era stato calato di fronte veniva sollevato, subito al di là degli attori in toga gli erano apparse le gradinate semicircolari gremite di spettatori esultanti, inquieti, rumorosi al limite dell’insano… Su tutte le altre si impose la sua voce, quella del mostro e sua unica fonte di speranza: - Ecco il vostro eroe, Olympia! Ammirate il primo, valentissimo Homo Optimus dell’Unione e dell’orbe intero! Cosa significava quel termine? Perché tutti si ostinavano ad attribuirgli l’appellativo di Optimus, quando già così infaustamente si era appropriato di quello di Perfetto? Isaac riaprì gli occhi fino a distinguere la nuvola del suo stesso fiato, sotto la luce abbagliante del proscenio. Proprio da quella direzione lo raggiunse una nota diversa da tutte le altre, un grido perduto in una moltitudine di altre grida, ma che pure ebbe il potere di fargli alzare la testa nonostante la nuova fitta alla nuca martoriata. Era lei: non aveva inteso le sue parole, non riusciva neppure a distinguerla in mezzo agli altri, ma sapeva che era lì tra loro. - Lasciatela andare, bianchi militi, non siate ingiusti! Fatevi da parte, assistete anche voi, insensibili Aristoi, al ricongiungimento di due veri innamorati, due anime perfette che neppure la guerra, il diverso status, e i destini contrapposti, sono riusciti ad allontanare l’uno dall’altra. Applaudite al loro primo, indimenticabile bacio d’amore puro! Il rombo dei palmi che si scontravano fra loro, dei piedi che battevano sulla pietra, delle voci arrochite che tifavano dirette al suo patibolo, riuscirono a fargli perdere la concentrazione. Alla fine se la ritrovò lì ai piedi del piccolo palco d’assi, in lacrime di fronte alla sua miseria.
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