15. La cicatrice di Venezia Gabriele aprì gli occhi e vide il soffitto con le crepe che conosceva a memoria. “Merda, sono ancora qui” pensò. Non ricordava niente dell’intervento, né avrebbe saputo dire da quante ore dormiva. Si girò sul fianco sinistro e sentì come una pugnalata. Non immaginava che l’asportazione del microchip facesse tanto male. Tornò in posizione supina, sollevò la manica della t-shirt e vide la chiosa giallo-rossa della tintura di iodio, parzialmente coperta da un cerotto. Non era un tipo coraggioso e odiava la vista del sangue, specie quando si trattava del suo, ma non avere più il chip rappresentava il primo passo verso la libertà e volle accertarsene con i propri occhi. Strappò il cerotto e guardò la ferita. Un taglietto minuscolo chiuso da due punti, la cicatrice

