5Io cado dalle nuvole. Non so dell’esistenza di nessun cane. Almeno fino all’ultima volta che ero andata a trovare la zia. Meno di una settimana fa.
– La tua zia aveva preso questo cane. Tu non sai. Non voleva che ti dicessi. Aveva paura che non lo lasciassi tenere. Era già più di due mesi.
– E come ha fatto a tenermelo nascosto? Io non l’ho mai visto. E dove l’ha preso?
– Ho trovato io davanti a la porta di casa. Piccolo, piccolo. Forse perso o abbandonato. Ho portato dentro per dare un poco da mangiare e la tua zia si è subito affezionata. Faceva tanta compagnia. Ma lui aveva paura. Come sentiva qualcuno entrare si nascondeva sotto il letto. E così tu non hai mai visto. Anche ora è sotto il letto. Zitto, zitto.
– Sotto il letto? Sotto il letto della zia?
Io non me la faccio molto con i cani. Se abbaiano e fanno festa saltandomi intorno, mi fanno paura e mi fanno decisamente schifo se mi leccano le mani, o mi annusano insinuando il naso umido tra i vestiti. La notizia di dovermela vedere con un cane mi getta nel panico.
Vuoi vedere che è il cane del sogno?
Il primo pensiero che mi viene è di portarlo immediatamente al canile. Contemporaneamente a questo pensiero mi scorrono davanti agli occhi le immagini, che tante volte ho visto, dei cani abbandonati. Quegli occhi tristi, dietro le maglie di una rete che ingabbia la libertà, o quella rabbia che esplode in latrati furiosi quanto inutili, o quegli uggiolii sofferenti e sfibranti, mi stringono il cuore. No. Il canile è fuori discussione. Forse potrei chiedere ad Alina di tenerlo. Al mantenimento, ovviamente, potrei pensare io. Ma lei non ha neppure una casa! No impossibile. Ma porca zozza! Questo proprio non me lo aspettavo.
– Lampo, vieni. Vieni qua.
Alina prova a chiamarlo, china davanti al letto dove giace la zia Evelina.
– Non vuole venire. Prova tu, signora.
– Senti, non chiamarmi signora, chiamami Maria, ti prego.
– Va bene, signora… Maria.
– Lampo…
Mi inginocchio, guardinga e anche un po’ incazzata, sul tappeto per poter dare un’occhiata al cane e convincerlo ad uscire. Nel frattempo mi sforzo di ricordare il maggior numero di santi e creature celesti e cerco di convincerle a scendere giù. Nessuno di loro viene in mio soccorso forse perché i miei modi non sono dei più gentili.
Cerco di vincere la paura, per non fornire ad Alina il triste spettacolo di una donna grande e grossa in preda al panico.
Sotto il letto c’è buio e vedo confusamente solo una sagoma accucciata, scossa da un leggero tremore e il baluginare di due occhi tondi.
– Vieni, bello. Dai. Esci, non ti faccio niente.
Lo chiamo fingendo una spavalderia che non provo. Tutti e due facciamo “melina” per un po’. E poi un pensiero mi folgora come un’illuminazione improvvisa e mi dà coraggio.
“Cavoli! Lui ha più paura di me!”.
Allungo la mano e prendo dolcemente il cane per il collare. Lampo non oppone resistenza e piano piano, scivolando sul pavimento, si lascia tirare fuori da sotto il letto.
Mi rendo conto che la scena ha un che di comico. Io, accucciata sul tappeto, accanto al letto dove giace la morta, guardo la bestiola davanti a me. Il cane, con il muso appoggiato alle zampe anteriori, gli occhi umidi, ora mi guarda, ora distoglie lo sguardo, intimidito. Sembra che stia cercando con tutte le sue forze di diventare invisibile. Per un lungo momento ci studiamo. Il cane è il primo a capire la situazione e comincia a dimenare la coda, prima timidamente, poi con un ritmo che va crescendo mano a mano che si rende conto che l’essere umano che ha davanti non è ostile.
Io, dal canto mio, resto fulminata alla vista di quel cagnetto, bastardo e di razza indefinibile, che alza verso di me un musetto da cucciolo, con quell’espressione degli occhi, tra stupita e birichina, attonita e furbetta, che hanno tutti i cuccioli dei mammiferi e che fa breccia nel cuore al primo sguardo. Le orecchie tonde e penzolanti, un mantello morbido di un caldo color nocciola e un atteggiamento non incline a leccare o a saltare addosso, fanno il resto. Colpo di fulmine. Ci amiamo subito. Così mi dirigo verso la macchina con i miei due nuovi ospiti.
Un affetto è svanito con la morte della zia, ma un altro è nato da quello. Come spesso capita, la vita con una mano toglie e con l’altra dà.