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8Due giorni di tristi incombenze, culminate con il funerale della zia, passano e io posso dedicarmi ad altri impegni non meno gravosi e decisamente meno penosi. Incarico un’agenzia di occuparsi della vendita della casa e mi appresto a svuotarla con l’aiuto di Alina. Il notaio si sta occupando dei documenti dell’eredità. Tutti i cugini sono stati d’accordo per la vendita della proprietà. Sono stati ben felici che me ne occupi io. Nessuno ha tempo e voglia di accollarsi un tale fastidio. Saranno ben lieti, invece, di ricevere i dividendi della vendita, anche se non saranno certo somme ragguardevoli. Io mi sento divisa tra opposti sentimenti. Se da una parte sono seccata di dover svolgere quell’ingrato compito, dall’altra sono attirata dalla possibilità di curiosare nella vita della zia. L’opportunità mi è data dal dover frugare in tutte le parti della casa e in tutti gli oggetti che le sono appartenuti. Mi trovo a dover bilanciare il rispetto per la privacy di Evelina e la curiosità per quella vita che sento di non aver conosciuto del tutto. Ho sempre avuto la sensazione che della zia mi sfuggisse qualche cosa. Questa sensazione si è fatta più acuta e più urgente si è fatto il desiderio di sapere. Mi riprometto di procedere con grande discrezione. È terribile pensare che i morti non abbiano più diritto a custodire i loro segreti. Mani estranee frugano nelle loro cose. Eliminano con noncuranza oggetti che essi hanno amato e li rappresentano più dei loro ritratti. Sfogliano distrattamente fotografie che testimoniano tappe importanti nella loro vita, momenti felici e volti che hanno popolato il loro passato. Accantonano libri letti e riletti, sfogliati con cura, che hanno donato loro emozioni. Gettano con noncuranza in fondo a un cassetto lettere che parlano con la voce di vecchi amori, di mariti o di figli lontani. Scoprono piccole miserie, peccati nascosti, segreti innocenti, grandi passioni, tradimenti, desideri inconfessati, struggimenti, tutto custodito gelosamente dalle persone finché erano vive. Dopo la morte mani e occhi indiscreti violano questa sfera privata. Così, senza pietà, senza riguardo, viene messa a nudo ed espropriata la vita di chi non c’è più e non può più difendersi. Nel corso della settimana in realtà non ho trovato proprio nulla di interessante mentre procedevo a svuotare la casa. Ho preparato pacchi di indumenti e biancheria per Alina e per un’organizzazione benefica. In questo sono certa che la zia mi avrebbe approvato. Ho buttato via montagne di oggetti vecchi ed inutili che aveva accumulato negli anni. E qui non sono sicura che sarebbe stata contenta, ma certo non si possono tenere macinini rotti o pentole senza manico solo per non dispiacere ad una zia defunta. Ho organizzato un carico di suppellettili per gli amici di Alina e sono riuscita a vendere alcuni mobili ad un rigattiere della zona. Tutti i documenti e le carte che ho trovato nello scrittoio, e in alcuni cassetti, li ho riposti in uno scatolone ripromettendomi di esaminarli con calma in un secondo tempo. Ora la casa è desolatamente vuota e mi mette addosso una tristezza infinita. Tolti i mobili sono venute allo scoperto alcune crepe nei muri. Sembra più evidente qualche macchia di umidità nel soffitto della cucina. Il bagno è freddo e squallido con quelle piastrelle bianche ormai ingiallite e la vasca di ferro smaltato con le zampe. Come il corpo della zia svuotato dell’alito vitale, anche la casa svuotata di tutto ciò che la animava è un involucro, un contenitore anonimo e privo di calore. Per fortuna l’agenzia si occuperà di farla visitare agli eventuali compratori. C’è un ultimo compito da affrontare. Sgomberare la cantina. È occupata dalle attrezzature per vinificare. Si tratta soprattutto di botti di legno scurite dal tempo e di un tino enorme. Il torchio è probabilmente inservibile, così coperto di ruggine, ma chissà, io non sono certo un’esperta, forse non è poi così malandato. In ogni caso è necessario liberarsene. Per fortuna, avendo sparso la voce nel vicinato, mi è stato segnalato l’interesse, da parte di un vicino, per tutti quegli oggetti. Tra poco sarà qui per vederli e decidere se portarseli via. Nell’attesa, mi accosto alla finestra che si affaccia sulle colline di Gavi. I filari delle viti sono ancora lì. Ordinati e disposti in file parallele che coprono i fianchi dei declivi, a perdita d’occhio, esattamente come quando ero bambina. I tronchi grigi sono stati potati nell’autunno ed ora hanno un unico corto tralcio legato accuratamente lungo i fili sottesi ai pali. Da qui non si vedono le piccole gemme che sono sicuramente già spuntate. In breve le foglie e i rami nuovi correranno lungo i sostegni mantenendo come ogni anno la promessa di vita che le gemme racchiudono. Si arricchiranno di grappoli, cambieranno colore durante il procedere della stagione, e infine si spoglieranno fino a prendere l’aspetto di scheletri legnosi che sfideranno il freddo e la neve dell’inverno fingendosi morti. Sotto la finestra il vecchio giardino rinasce. Nelle aiuole, una vita sotterranea sopravvive all’abbandono. Serpeggia tra le vecchie radici del bosso, del ligustro, della lavanda. Macchie di viole fiorite tappezzano i bordi del sentiero insinuandosi tra i sassi del lastricato. Mi rivedo bambina camminare su quelle pietre a piedi scalzi inseguita dagli avvertimenti della zia. Sul sentiero entrano nel mio campo visivo i piedi dell’uomo che sta camminando in direzione della casa. Mi riscuoto tornando alla realtà. Solo quando è più vicino mi rendo conto di conoscerlo.
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