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747 Parole
9L’onda di ricordi mi colpisce come uno schiaffo. Mi rivedo ragazzina, tredici, quattordici anni. Magra e vivace come una cerbiatta. In bilico tra l’infanzia con la sua voglia di giocare e il richiamo del mondo sconosciuto degli adulti con il segreto affascinante, tutto da scoprire, dell’altro sesso. E rivedo Emanuele, un ragazzino più grande di me. Un ragazzo selvaggio, con un gran ciuffo di capelli sugli occhi e la sigaretta penzolante all’angolo della bocca. Era il figlio dei vicini della zia. Una famiglia che aveva un casale non molto distante da qui. Emanuele e io avevamo passato quell’estate assieme. Io timida lo seguivo come un cagnolino e mi lasciavo condurre al fiume. Ci tuffavamo dallo scoglio più alto, incuranti dei gorghi e dell’acqua gelida. Nei pomeriggi caldi ci riparavamo all’ombra. Avevamo trovato un posto dove gli alberi protendevano i rami fino a sfiorare l’acqua. In quel rifugio naturale, simile a una grotta, dove i riverberi del sole si riflettevano sulla nostra pelle umida, le parole rimbalzavano come sassi lanciati a pelo d’acqua. Emanuele mi raccontava le sue avventure con le ragazze più grandi di me, quasi io fossi stata un suo compagno e non una esponente dell’altro sesso. Io pendevo dalle sue labbra. Potevo stare con lui solo nel pomeriggio. Non mi era permesso uscire la sera. La mamma era stata chiara con la zia. – Te la lascio – aveva raccomandato – ma la sera non devi farla uscire. È troppo piccola. Mi fido di te. Per questo io vivevo di riflesso, attraverso Emanuele, gli amori adolescenziali, senza rendermi conto che mi stavo prendendo una cotta micidiale per quel ragazzo strano che passava il suo tempo con me, nonostante fossi poco più di una bambina. La sera davanti allo specchio controllavo il mio corpo. Mi piacevano le mie gambe lunghe e snelle, le spalle e le natiche rotonde, nonostante la magrezza. Sapevo di avere occhi belli, di quel verde che non è mai uguale, ma cambia con la luce, quella esterna e quella interna, dallo smeraldo all’oro liquido. Facevo mille smorfie davanti allo specchio, per ingrandire le labbra che mi sembravano troppo sottili. Ma quello che mi faceva proprio disperare era il seno. Non ne voleva sapere di crescere. Invidiavo tutte le donne che riempivano con morbide curve la stoffa leggera dei vestitini estivi. Le vedevo ondeggiare su e giù ad ogni passo. E rimpiangevo di non avere quelle prerogative che ritenevo fossero il passaporto per passare finalmente il confine ed essere considerata adulta e degna di attenzione da parte dei maschi. Quell’estate mi erano cresciute delle piccole protuberanze che giudicavo del tutto insufficienti alla bisogna. Per di più le amiche più grandi e meglio dotate mi prendevano in giro. – È passato san Giuseppe con la pialla dalle tue parti? Mi dicevano ridendo. Loro indossavano ormai il reggiseno, di una buona terza misura. Di nascosto ne avevo provato uno, trafugato dal cassetto della più piccola delle mie amiche. L’indumento pendeva floscio e desolatamente vuoto dal mio torace magro. Guardando le fotografie che mi ritraggono in quel periodo, mi rendo conto di essere stata completamente ignara dell’effetto che poteva produrre una maglietta sottile di cotone che si tendeva sui capezzoli rosa, mettendo in risalto due piccoli seni a punta, impertinenti ed intriganti almeno quanto un seno perfettamente sviluppato. Ero assolutamente inconsapevole del fascino acerbo del mio faccino imbronciato, incorniciato dai capelli folti e spettinati. Mi accontentavo di seguire Emanuele nelle sue scorribande diurne come avrebbe fatto un compagno di giochi, senza accorgermi che ogni tanto lo sguardo di lui restava impigliato nella mia maglietta, vittima del gioco di seduzione che io esercitavo inconsapevolmente. Avevamo poi vendemmiato fianco a fianco nel mese di settembre. Con le giornate che si accorciavano e la luce della sera che colorava di pesca la pelle, ammorbidendo i contorni e illanguidendo i gesti. Avevamo riso affondando la faccia nei grappoli scuri e sollevandola tutta macchiata con il viola del succo dell’uva matura. L’ultimo giorno di permanenza, dietro ad un filare della vigna, ci eravamo salutati. Io dovevo tornare in città per riprendere la scuola. Emanuele mi aveva preso la mano e con un gesto brusco mi aveva attirata a sé. Inaspettatamente mi aveva abbracciata stretta, fino a togliermi il fiato e mi aveva baciata sulla bocca. Un bacio che mi aveva colta di sorpresa. Era il mio primo vero bacio e le mie labbra si erano dischiuse senza difesa per accogliere quella lingua che sapeva di uva. Era durato a lungo e aveva prodotto uno sconvolgimento nel mio stomaco e una felicità smisurata. Quello che successe dopo fu una terribile sorpresa.
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