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536 Parole
10Emanuele mi aveva imprigionato le mani dietro la schiena con una forza insospettata. Il bacio si era trasformato in un morso, improvviso, brutale, deliberato, che mi aveva fatto spalancare gli occhi. Mi ero liberata con fatica dalla sua stretta e l’avevo allontanato spingendolo con forza. L’avevo guardato per un attimo in faccia, come per verificare che fosse veramente lui, quello che mi aveva tradito. Poi ero andata via correndo, con la mano sul labbro spaccato, cercando di tamponare il sangue. Nelle orecchie mi era arrivato l’eco della voce di lui che mi chiamava. Avevo corso mentre fiumi di lacrime mi annebbiavano la vista, inciampando e rischiando di cadere ad ogni passo. Lo sconcerto, l’incomprensione per quello che da gesto d’amore si era trasformato in violenza mi confondevano tanto da farmi perdere l’orientamento. Sbagliai sentiero più volte nel tentativo di tornare a casa. L’assurdità della cosa mi straziava l’anima più della ferita che mi aveva lacerato il labbro. Alla zia, che si era fatta incontro vedendomi arrivare barcollando e col viso insanguinato, avevo detto piangendo di essere caduta. – Non è niente zia, non ti preoccupare. – Vieni. Fammi vedere. Che brutto taglio. Ci vorrebbero due punti. Ti faccio accompagnare al pronto soccorso. – No, per favore. Medicami tu! – Va bene. Ci provo, ma se non smette di sanguinare andiamo in ospedale, d’accordo? – Va bene, ma vedrai che smette. Non mi fa neanche male. – È tutta colpa della tua mania di andare scalza – aveva concluso in maniera incongrua la zia – hai visto? Alla fine ti sei fatta male. Non si era neppure accorta che indossavo i sandali. Mi aveva medicata cercando di accostare il più possibile i lembi della ferita, per limitare il sanguinamento e ridurre i danni estetici di una cicatrizzazione mal riuscita. Quella sera, stesa sul letto nella mia cameretta avevo pianto a lungo. In un attimo era successo tutto: avevo capito di essere innamorata di Emanuele. Il suo bacio me lo aveva fatto capire, accendendo la speranza di essere ricambiata. Nel medesimo tempo, come era cominciato, il sogno era stato bruscamente cancellato, infrangendosi col fragore di uno specchio che si rompe. Tutte le schegge mi si erano piantate nel cuore. A notte fonda mi ero poi addormentata stremata dal dolore e dall’emozione. Ero riuscita ad evitare l’ospedale, ma, nonostante le attenzioni della zia, una piccola cicatrice era rimasta. Nel corso del tempo era diventata quasi invisibile, mentre il ricordo dell’oscuro episodio era sbiadito fino a perdersi, dimenticato nei meandri della mente. La gioventù è una medicina potente. Ora l’episodio riaffiora con tutta la nitidezza di un sogno appena fatto che si rammenta al risveglio, la mattina, a testimoniare che nulla del nostro passato va perso definitivamente. Con un gesto automatico porto la mano alla cicatrice, avvertendo la linea sottile ormai quasi invisibile, ma di cui le dita riescono a trovare il percorso. È proprio Emanuele il vicino interessato al contenuto della cantina. Lo avevo incontrato nel corso degli anni, alcune volte, sempre da lontano e di sfuggita. Non avevo mai più parlato con lui. Lo avevo evitato accuratamente. Avevo cercato di cancellarlo dalla mia mente. Ora sta per entrare nella casa della zia. Saremo soli, uno di fronte all’altra e l’imbarazzo mi coglie di sorpresa. Qualche cosa che non so classificare mi causa disagio e un brivido mi percorre la schiena.
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