Isola di Gorgona, 9 settembre 1943

1007 Parole
Isola di Gorgona, 9 settembre 1943 Il sottocapo Regolo imprecò a bassa voce arrancando sul sentiero scosceso e costellato da arbusti di ginepro e rosmarino. Nonostante la fresca aria notturna, la sua fronte era imperlata di sudore. Trasportare quella cassa lo stava sfinendo, pur dividendo lo sforzo con il marinaio Ramaglia. Dietro di lui, altri otto marinai del Breva trasportavano quattro casse identiche. I tre misteriosi individui dei servizi segreti camminavano a fianco del gruppo, facendo luce con una piccola torcia. Non proferivano parola, eccetto le informazioni sulla direzione da prendere. Il tizio a capo del trio si era presentato come tenente di vascello Pinotti. Il cacciatorpediniere aveva gettato l’ancora a qualche centinaio di metri dalla costa di Gorgona, rimanendo con tutte le luci spente. Pinotti aveva chiesto al comandante Foschi dieci aitanti uomini per portare a termine la sua missione. Quattro scialuppe erano state calate in mare per trasportare gli uomini e le casse verso Gorgona. Il gruppo era sbarcato in silenzio lontano dal centro abitato e dal carcere, iniziando la risalita di un pendio. Ognuno dei marinai portava in spalla una pala da campo. «Che diavolo ci sarà in queste casse?» domandò ansimando Ramaglia. «Come faccio a saperlo? Di certo è qualcosa di pesante» rispose Regolo. «Saranno delle armi?» «Per la guarnigione del carcere? Non credo proprio, altrimenti gliele avremmo portate senza troppi misteri.» «Potrebbero essere delle attrezzature segrete per sorvegliare il nemico.» «Forse, anche se bisogna ancora capire chi è il nemico.» Regolo allentò un poco la pressione sulla maniglia della cassa. Anche se non riusciva a vederle, sentiva le sue mani gonfie e livide. «I tedeschi, è ovvio. Sono loro il nemico.» «Beato te che sei così sicuro.» «Comunque, qua dentro potrebbe anche esserci un tesoro.» «Figurati.» «Perché no? Sarebbe un bel posto per nasconderlo.» «Be’, in effetti…» «Silenzio, voi due!» li riprese il tenente di vascello Pinotti. «Mi scusi, signore» rispose Regolo. La risalita del pendio era quasi finita. Fu a quel punto che Ramaglia inciampò in una radice sporgente di un olmo. Perse l’equilibrio mollando la presa della maniglia. Trovatosi a reggere da solo ottanta chili, Regolo non poté fare a meno di lasciare andare la cassa. Il pesante contenitore cadde a terra e iniziò a rotolare giù per il pendio. Due marinai riuscirono per un pelo a evitare di venire travolti. «Che cazzo fate?» sbraitò Pinotti. Senza rispondere, Regolo iniziò a rincorrere la cassa cercando di non finire anche lui a terra. Pinotti e i suoi compari gli andarono dietro. Il contenitore ruzzolò per una cinquantina di metri finendo la corsa contro il tronco di una robusta quercia. L’impatto fece rompere il lucchetto che bloccava l’apertura. Il coperchio si spalancò spargendo il contenuto della cassa sul terreno umido. Regolo arrivò poco dopo. Individuò subito un oggetto che luccicava sotto i deboli raggi della luce lunare. Si chinò a terra e lo raccolse. Doveva pesare circa un chilo. C’era un’incisione che ne faceva intuire la provenienza anche se Regolo non seppe capire quale fosse. «Porca vacca!» imprecò il sottocapo. Tra le mani stringeva un lingotto d’oro. E ce n’erano cinque casse piene! «Lo rimetta nella cassa!» Regolo si voltò. Pinotti lo aveva raggiunto. «Questo è oro!» urlò il sottocapo. «Faccia silenzio, per Dio!» «Da dove arriva?» «Non sono affari suoi.» Alla parola oro, le altre coppie di marinai avevano posato a terra le casse e si erano avvicinati a Regolo. Anche Ramaglia scese il pendio, accompagnato dagli altri due uomini dei servizi segreti. «Che state facendo? Tornate subito al lavoro» sbraitò Pinotti. I marinai lo ignorarono. Ramaglia afferrò un altro dei lingotti fuoriusciti dalla cassa. Lo soppesò facendolo saltare nella mano destra. «Quanti potranno essercene in quelle casse? Quest’oro potrebbe farci vivere di rendita a tutti quanti.» «L’oro appartiene al Re!» ribatté Pinotti. «E perché mai il Re dovrebbe nascondere il suo oro in questa isola sperduta? Io non le credo, tenente.» «Come osa mettere in discussione la parola di un suo superiore? La farò mettere agli arresti una volta tornati alla nave.» «Signore, perdoni il marinaio Ramaglia. È ancora giovane e sprovveduto» si intromise Regolo. «Sprovveduto un corno! L’Italia si è arresa agli Alleati. Ormai hanno conquistato quasi tutto il Sud. Requisiranno l’intera flotta e verremo richiusi in qualche campo di prigionia per chissà quanto tempo. E i tedeschi pensate che se ne andranno via senza dire una parola? No, compagni miei! Combatteranno fino alla morte!» «Sì, ha ragione» lo appoggiò il marinaio Fabbris. «Marinaio Ramaglia, le do l’ultima possibilità per chiudere la bocca!» Ramaglia ignorò l’avvertimento. «Quando la guerra finirà, chi penserà a noi? Nessuno! Quest’oro invece potrebbe essere diviso tra gli uomini del Breva.» «Tanto il Re non ne sentirebbe la mancanza» bofonchiò ancora Fabbris. Pinotti si guardò intorno nervoso, il discorso del marinaio stava facendo presa sui compagni. Doveva riprendere in mano la situazione. «Ramaglia, la smetta immediatamente con queste idiozie. Quest’oro non appartiene a nessuno di voi, ma solo al Re. Recuperi i lingotti caduti fuori e li rimetta nella cassa. Abbiamo un lavoro da terminare.» «Va bene, tenente, ma quando torneremo alla nave racconterò tutto.» «Invece non lo dirà proprio a nessuno. Questa missione deve rimanere segreta.» «Provi a impedirmelo.» «La accontento subito marinaio.» Pinotti infilò una mano nel giaccone e tirò fuori una rivoltella che puntò alla tempia di Ramaglia. «Santo cielo! Metta giù la pistola, tenente, non faccia sciocchezze» intervenne Regolo. «Si faccia da parte, sottocapo, questo traditore va trattato come si deve.» Nel frattempo, anche i due compagni di Pinotti avevano sfoderato le loro pistole. I marinai, che erano disarmati, rimasero tutti immobili. Ramaglia fissava Pinotti con sguardo di sfida, come se volesse invitarlo a sparare. «La prego, tenente, si calmi.» Regolo cercava di mantenere un tono di voce calmo e rassicurante. «Se spara le guardie della prigione potrebbero sentirla e non lei non vuole questo, giusto?» Pinotti parve riflettere sulle parole del sottocapo. «D’accordo. Ecco cosa faremo. Raccoglierete tutti i lingotti e riprenderete la marcia. Quando arriveremo nel punto stabilito, sotterreremo le casse e ritorneremo alla nave. Nessuno, ripeto, nessuno di voi farà parola ai compagni dell’oro. Se lo farete vi garantisco che avrete a pentirvene. Se invece obbedirete agli ordini, forse potrete anche ottenere una ricompensa. Allora, sono stato chiaro?» I marinai risposero in coro che era tutto chiaro. Solo Ramaglia rimase muto, limitandosi a tenere i suoi occhi incollati su quelli di Pinotti. «Marinaio, non ho sentito la sua voce» fece notare il tenente di vascello. «Ramaglia, non fare il cretino» incalzò Regolo. Dopo alcuni interminabili secondi di attesa le labbra di Ramaglia si mossero. «Tutto chiaro, signore.» L’ultima parola era stata pronunciata con il massimo disprezzo. Pinotti rinfoderò la pistola. «Così va meglio. Tornate al lavoro.»
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