CAPITOLO I
Di un astrologo che non guardava soltanto le stelle
La quiete regnava sul campo Castigliano, le cui tende spiegate biancheggiavano al mite chiarore della luna nascente. Sull'azzurro intenso del firmamento, tutto ingemmato di stelle, nereggiavano all'orizzonte i minareti e le torri di Malaga, forte città, sulle cui mura vegliavano i guerrieri Moreschi, ma più la costanza e il valore del valì Muza ben Conixà, prossimo parente di Abdallà el Zagal, il più vecchio e il più prode fra i due ultimi re di Granata. Il mare taceva alla spiaggia, confuso col cielo nella gran pace della notte. La primavera, così bella sempre sulle coste di Spagna, diffondeva i suoi tepori sulla pianura occupata dall'esercito cristiano, a cui, con le acute fragranze della marina, venivano i dolci effluvi degli aranceti di Velez.
Sono facili al sonno i soldati, essi che sanno per prova, meglio di tutti gli altri uomini, come le buone occasioni non aspettino nessuno per via. E stanco delle fatiche di una calda giornata, spesa in corse affannose di scoperta e frettolosi apparecchi d'assedio, il campo era tutto immerso nel sonno. Solo nel profondo silenzio si udivano ad ogni tanto le voci delle scolte, e il grido di Aragon si alternava con l'altro di Castilla y Leon. Erano i nomi dei due regni spagnuoli, che l'amore e la ragione di Stato avevano uniti, per mezzo a gravi difficoltà e peripezie romanzesche, ma che un sentimento di gelosia aveva minacciato di divider da capo. Marito ad Isabella, rimasta unica erede del trono di Castiglia e Leone, Ferdinando d'Aragona, facendosi forte di certi diritti che vantava sulla corona di Castiglia, e degli usi della corte Aragonese, che escludeva dal trono le donne, pretendeva di regnare da solo e in proprio nome; Isabella, dal canto suo, sosteneva il proprio diritto e gli usi della sua corte. Gli arbitri chiamati a decider la lite aveano sentenziato in favore della regina; il re, sdegnato, parlava di abbandonar la moglie, ritornando al suo piccolo reame. Una affettuosa parola di Isabella aveva chetato il bollente marito, spingendolo perfino alla galanteria inusata di dirle come ella meritasse di regnare, non solamente su Castiglia e Leone, ma su tutta la faccia della terra. Da quel giorno, i due regni, restando separati nella forma, furono uniti nella sostanza; la giustizia amministrata nel nome dei due regnanti; ogni atto pubblico firmato dai due; le immagini dei due associate sulle monete; le armi di Castiglia e d'Aragona accompagnate sui sigilli; indipendenza amministrativa d'un regno dall'altro; alleanza strettissima fra essi; con un esercito solo, che la moglie e il marito avrebbero comandato insieme, per l'utilità e per l'onore di una grande nazione, la Spagna, che già comprendeva Aragona, Leone e Castiglia, ma a cui qualche cosa mancava ancora: il reame di Granata, posseduto dai Mori.
Contro questi, naturalmente, si erano volte le armi dei due regni. Il tempo era venuto, il tempo annunziato dalle tristi profezie degli Arabi di Spagna, che il loro dominio avesse a cessare nelle terre dei Cristiani. Aiutavano grandemente al compimento delle profezie le discordie dei re moreschi, e più la rivalità scoppiata fra Abdallà el Zagal, valorosissimo principe, e il suo perfido effeminato nipote Abù Abdallà, più comunemente conosciuto col nome, tra storpiato e raggentilito, di Boabdil. Non abbiamo da raccontar qui i cominciamenti della guerra, la presa di Alora e di Setenil, di Ronda, di Moclin e di Velez. Siamo alla primavera dell'anno 1487, e all'assedio di Malaga. Aragon, gridano nella notte; Castiglia y Leon, rispondono le scolte. Frattanto, sdraiati sotto le tende, dormono il loro breve e profondo sonno i soldati.
Immaginate, per altro, che non dormissero tutti, nell'interno del campo. Vegliavano a buon conto gli alabardieri preposti alla custodia del padiglione reale; e proprio allora il capitano don Alonzo di Ojeda era venuto a mutare la guardia, non senza dare un lungo sguardo e un sospiro all'ingresso del tendale, donde veniva una scarsa luce, e donde non appariva anima nata. Lo sguardo poteva passare per una prova di vigilanza: il sospiro s'intendeva meno; e andava, comunque fosse, miseramente perduto. Un altro sguardo del capitano si volse poscia ad un cavaliere, che, ravvolto nella sua cappa e con la fronte coperta da un'alta berretta, andava passeggiando lì presso. Era un personaggio conosciuto sicuramente da tutti, poiché già gli alabardieri della prima guardia lo avevano lasciato andare e venire a sua posta, lungo il fianco del padiglione.
- È il solito passeggiatore, - disse l'alfiere delle guardie, che aveva colta a volo l'ultima occhiata del capitano, - è il solito passeggiatore, che fa la guardia di notte, senza averne l'obbligo.
- Chiamatelo l'astrologo, Roldan; - rispose l'Ojeda, ridendo. - Costui è uno di quelli che guardano sempre le stelle. -
Ciò detto, salutò con un cenno del capo l'alfiere, e diede una giravolta sui tacchi, che portava alti più del costume, ma non più del bisogno; dovendo aggiungere un pochino di altezza alla sua svelta, elegante, cavalleresca, ma piccioletta persona.
Il passeggiatore non poteva udire ciò che i due bisbigliavano, a venti passi da lui; se anche lo avesse potuto, non l'avrebbe altrimenti avvertito. Andava in su e in giù, assorto ne' suoi pensieri, non guardando nulla e nessuno; non vedendo neanche, nel passar che faceva accanto alla parte posteriore del padiglione, un uomo appiattato nell'ombra, il quale, ogni volta che il cavaliere solitario appariva dall'angolo della corsia per continuare la sua passeggiata, si rannicchiava contro il tendale; ma, ogni volta che il cavaliere gli spariva dagli occhi, cautamente guadagnava terreno, camminando carponi, o strisciando, come un animale da preda. Il piccolo ed elegante don Alonzo era da poco partito con l'alfiere; il soldato rimasto a guardia faceva lentamente le sue volte davanti all'ingresso del padiglione reale; il cavaliere solitario, l'astrologo, continuava le sue esercitazioni peripatetiche, e già l'uomo nascosto nell'ombra della corsia dietro il padiglione, si era tanto avvicinato da poter cominciare il lavoro per cui aveva fatta la fatica del giungere fin là, non osservato da alcuno. Quanto al lavoro, diciamolo subito: l'uomo modestamente vestito del saio dei soldati, traeva dalla cintura un lungo coltello leggermente incurvato, molto somigliante alla navaja dei Catalani, e con la punta della lama tagliava destramente l'orlo inferiore della tenda.
Sicuramente, l'astrologo guardava troppo verso le stelle, e non si avvedeva punto di ciò che accadeva nel suo vicinato. Pure, anch'egli di tanto in tanto volgeva gli occhi al padiglione reale, ma solamente dalla parte dell'ingresso; sospirava anche lui, come il capitano Alonzo di Ojeda; e tra un sospiro e l'altro borbottava ancora qualche frase, come avviene talvolta a chi pensa troppo, e non s'avvede di farsi interlocutore a sé stesso.
- Il mio destino è là dentro; - diceva. - Chi vincerà nell'animo di lei? Diego di Deza, o il Talavera? Ah, è strana! il vescovo d'Avila che vuol dare dell'eretico ad un maestro di teologia! E così, rimandato dall'uno all'altro, non giungo a nulla di nulla. Quanti anni perduti! i più belli, i più utili della vita! Ah, la fortuna è crudele con me. -
La frase parve certamente pagana alla sua fede, poiché subito, ravvedendosi, continuò:
- Perché dico io la fortuna? Signore Iddio, perdonate. Ma è triste cosa avere un mondo qua dentro, sentirsi crescere nell'anima questa grande certezza che voi ci avete posta con la vostra mano misericordiosa, e provare il tormento di non poterla trar fuori, raggiante e vittoriosa come la croce del vostro martirio. Eccomi qua, consumato ne' miei inutili sforzi, tra gente che non intende, o non vuole intendere, tra l'ignoranza degli uni, la caparbietà degli altri, la freddezza e la noncuranza di tutti. Di tutti, poi?... Il Medina Celi mi protegge; ma il buon duca ha troppi altri pensieri. Il Quintanilla.... Ma egli, che molto mi ama, non può fare quanto vorrebbe per me. -
La testa gli ardeva, e il sangue martellava alle tempie. Con un moto convulso della mano gittò indietro il lembo della cappa e si tolse la berretta, scoprendo una fronte rilevata e spaziosa, su cui incominciavano a brizzolarsi i capelli biondi, largamente inanellati. Non era vecchio, tuttavia; il volto aperto, le guancie fiorenti, mostravano l'incarnato dell'età virile; l'occhio azzurro, soave nella calma, vivace nei moti subitanei dell'anima, la persona eretta, il portamento nobile, la vigoria e la risolutezza degli atti, dinotavano ch'egli fosse sui quaranta, o li avesse varcati di poco. Nel pronto riardere del sangue appariva la forza; nel sospiro, forse, era espresso l'ultimo palpito della sua gioventù.
- Se almeno, - diss'egli, dopo un istante di pausa, - avessi la pace nel cuore! Ma ella non mi ama. Mi ha ella mai amato, la superba Cordovana? O il suo non è stato piuttosto il delirio di un'ora? -
Il cavaliere aveva ripresa la sua via. La frescura della notte pareva recargli un sollievo. In quel mentre, una piccola comitiva era apparsa sul sentiero, venendo incontro a lui. Egli riconobbe don Alonzo di Quintanilla, che ritornava alla sua tenda, seguito dal suo segretario e da quattro soldati di scorta. Ed anche il Quintanilla riconobbe il solitario passeggiatore.
- Buona guardia, don Cristoval! - diss'egli, come gli fu giunto a paro. - Che Iddio vi dia pace. -
- Verrà con la morte; - rispose quell'altro.
- Eh, via! che discorsi son questi? Perché disperate?
- Perché? Non lo sapete voi, don Alonzo, il perché? Io lo pensavo poc'anzi. Voi avete le chiavi del tesoro di Castiglia; ma non possedete ugualmente le chiavi di due cuori.... troppo chiusi per me.
- Animo, per san Giacomo Maggiore! - disse il Quintanilla, battendo amorevolmente la mano sulla spalla del suo interlocutore. - Ed anche un po' per il santo di cui portate il nome. Nostro Signore portò la sua croce; e san Cristoforo portò nostro Signore sulle spalle. Pensate ancora che non son tutte spine, intorno a voi. Non siete al campo, ospite dei nostri gloriosi sovrani? È un buon principio, don Cristoval.
- Ed anche il titolo, che non mi appartiene, e di cui ora mi decorate; - rispose quell'altro con accento malinconico.
- Non vi appartiene! Che cosa avete detto? - replicò il Quintanilla. - Non vi appartiene? Sua Altezza la regina, che Iddio guardi, non vi ha ella chiamato don Cristoval, nell'udienza di ieri mattina? Uomo di poca memoria, ve ne siete dunque scordato? Per me, poi, di ben altri titoli vorrei decorarvi, tanto vi amo e vi stimo.
- Lo so, don Alonzo, lo so; voi siete buono con me. Siete dei pochi.
- Orbene, tanto per cominciare, siamo tre o quattro; saremo presto trecento o quattrocento. Ma, ora, non andrete a riposarvi? Domani vuol essere una giornata rumorosa. Passando di laggiù, dal campo dell'artiglieria, ho veduto già messi in riga i mortai. Non pesteremo acqua, di sicuro. -
L'accenno di don Alonzo Quintanilla vuole una brevissima dichiarazione. Da un anno appena, nell'esercito Castigliano, alle vecchie bombarde che scagliavano bigonce di sassi, erano stati sostituiti i mortai, che lanciavano bombe di ferro fuso, cariche di scaglia e di materie incendiarie. Erano dunque una novità, i mortai; se ne ricordava la prima musica, dell'anno antecedente, all'assedio di Moclin, e si aspettava con una certa curiosità, mista di orgoglio nazionale, il secondo concerto di quei nuovi istrumenti.
- Il cielo conceda la vittoria alle armi della santa Fede; - rispose l'altro. - Non vi dispiaccia intanto che io resti ancora un poco all'aperto. La testa mi arde, e spero che il fresco della notte mi farà bene.
- Dio vi guardi allora; - disse il Quintanilla.
E gli porse la mano, e passò, seguito dalla sua comitiva.
Il cavaliere solitario stette fermo per alcuni momenti a guardarlo, mentre egli proseguiva la sua strada. Come il ministro del tesoro di Castiglia fu sparito frammezzo alle tende nella oscurità della notte, anch'egli riprese la sua passeggiata. Ma il corso delle sue fantasticherie era stato interrotto, ed egli doveva dare un po' più di attenzione a ciò che gli accadeva dintorno.
Mentre egli, passando rasente al padiglione reale, stava per giungere all'estremità della tenda, un rumore insolito venne a colpirgli l'orecchio. Il rumore giungeva dalla sua sinistra, e dalla parte posteriore del padiglione. Era come uno scroscio di tela lacerata, e il cavaliere non tardò a riconoscerlo, egli che di tela ne aveva sentito strappar molta e andare in brandelli all'impeto delle tempeste. Affrettò il passo, svoltò l'angolo del padiglione, e gli parve di scorgere qualche cosa che si movesse, o la tela strappata, o qualche corpo che volesse penetrare di là nell'interno della tenda reale.