CAPITOLO I-2

2465 Parole
- Che è ciò? - disse tra sé. - Forse uno dei mastini di Sua Altezza il re? Ma essi seguono sempre il loro padrone. - Si era avanzato, frattanto, e aveva veduto lo strappo, che dall'orlo inferiore della tenda risaliva quattro spanne più in su. No, davvero, quella non poteva esser l'opera di un mastino, poiché, insieme con la tela, assai consistente come richiedeva l'uso a cui era destinata, era anche stata recisa la fune cucita nell'orlo. Una lama, e assai bene affilata, doveva aver fatto lo strappo. Un senso di paura lo strinse al cuore; non per sé, naturalmente, ma per coloro che dormivano là dentro. - Dio! - mormorò egli. - Purché non accada una sventura!... - Ed era sul punto di correre indietro, ad avvertire la guardia. Ma un pensiero lo trattenne: il padiglione era vasto, e troppo tempo egli avrebbe dovuto spendere nel mezzo giro che occorreva per giungere dalla parte posteriore alla fronte del padiglione. Afferrò i due lembi della apertura che gli stava dinanzi, e li spalancò. Un uomo poteva passare di là; un uomo c'era passato, di sicuro; di quell'uomo, entrato allora allora, gli pareva di sentir l'alito, sebbene rattenuto, e il passo strisciante nell'ombra. La sua risoluzione fu pronta; anch'egli, gittata la cappa e tratto dalla guaina lo stocco, chinò la testa e passò. L'interno del padiglione si spartiva in parecchie stanze: destinate le prime al re Ferdinando e alla regina Isabella, le altre ai lor famigliari. Un corridoio era nel mezzo, donde tutte avevano accesso, e nelle ore della notte quel corridoio era rischiarato dalla fioca luce di una lampada. Ma lo strappo, per cui era passato don Cristoval, non corrispondeva al fondo del corridoio; e il cavaliere si trovò al buio, certamente in una stanzuccia di servitori. Brancolò un tratto, andò tentoni in giro, toccando le pareti di tela; finalmente una cortina cedette alla sua mano distesa, e un filo di luce penetrò nel vano. Si vedeva solo; ma aveva anche riconosciuto il corridoio vicino; e subito, sollevata la cortina, andò verso la luce. Era tempo. Un rumor di lotta, un tonfo, un grido disperato, si seguivano a brevissimi intervalli, giungendo a lui da una delle stanze anteriori, per l'appunto da quella che precedeva l'alcova della regina. Don Cristoval accorse, guidato dal suono, e vide: vide un gruppo di tre persone: due uomini ed una donna; uno degli uomini, nobilmente vestito, che in quel punto era stramazzato sul pavimento; l'altro, coperto di un umile saio, con una berretta a foggia di dulipante sul capo (dulipante si diceva allora ciò che oggi si chiama turbante) e in atto di brandire un lungo coltello contro la donna; questa in atteggiamento di difesa, con le braccia levate, per istornarne i colpi, mentre con acutissime strida chiamava al soccorso. - La regina! - gridò atterrito don Cristoval. E correva, frattanto, e d'un balzo era alle spalle del feritore, afferrandone il braccio levato. Si rivoltò questi, tentando di svincolarsi; ma inutilmente. Le mani di don Cristoval stringevano come tanaglie di ferro. - La regina! - diss'egli allora, ripetendo il grido del suo avversario, che già era riuscito a strappargli di pugno il coltello. - Tu la salvi, cristiano; ma almeno ho ucciso il re. Dio è grande; fate di me ciò che vorrete. - E guardò, prima di rassegnarsi al suo destino, guardò con aria feroce il caduto, dal cui petto e dal cui fianco spicciava sangue, tingendo il suo giustacuore di cordovano. In quel mentre apparivano sull'ingresso gli alabardieri, anch'essi chiamati dalle strida femminili. Ma giungevano tardi; guardinghi, come avevano dovuto affacciarsi, per rispetto agli alloggiamenti reali, non avrebbero certamente salvata la donna dai colpi del forsennato. Don Cristoval riconobbe allora quella donna, in cui da lontano e nel primo turbamento della scena aveva creduto di ravvisare la regina. Non era Isabella di Castiglia; era la sua dama di palazzo, l'amica sua, donna Beatrice di Bovadilla, moglie al vecchio don Giovanni Cabrera, marchese di Moya e gentiluomo di camera del re Ferdinando. Ma chi era il ferito? Don Cristoval si chinò a guardarlo, e riconobbe uno dei più valorosi cavalieri dell'esercito, don Alvaro di Portogallo. La casata dei Portugal, oriunda del paese di cui portava il nome, era delle più nobili, se non delle più ricche e potenti, di Castiglia e Leone. - No, - disse don Cristoval, poi ch'ebbe riconosciuto il gentiluomo ferito, - tu non hai ucciso il re; speriamo che tu non abbia ucciso egualmente questo suo fedel servitore. Presto, si chiami un medico; quello delle Loro Altezze è nella tenda vicina. E voi, soldati, impadronitevi di quest'uomo.- Il Moro pareva già rassegnato al suo destino. Ma, nel passar dalle mani di don Cristoval a quelle degli alabardieri, intravvide la speranza di sottrarsi alla pena del suo inutile delitto; e, approfittando della confusione del momento, spiccò un salto, che sconcertò a tutta prima i soldati, scagliandosi tosto verso l'ingresso del padiglione. - Ferma! ferma! - gridarono i soldati, correndogli alle calcagna. E già qualcuno lo aveva raggiunto, qualchedun altro gli attraversava il cammino; ma il Moro, con tutte le forze della disperazione, riusciva a svincolarsi dagli uni e dagli altri. Per disgrazia sua il campo era tutto a rumore; soldati ed ufficiali, svegliati dal tumulto, uscivano dalle tende, ingombravano le corsie. Alonzo di Ojeda, il capitano della guardia reale, non era lontano; fu dei primi ad accorrere, e a mettersi con la spada alla mano sulle orme del fuggitivo. Il piccolo cavaliere aveva i garretti d'acciaio; velocissimo al corso come Achille, di cui possedeva il coraggio, raggiunse il Moro alla volta di un viale e gli cacciò la sua lama nelle reni. Stramazzò quell'altro, alla violenza del colpo, diede un urlo, e l'urlo si spense tosto in un rantolo. - Morto come un cane! - gridarono i primi arrivati. - Bel colpo, don Alonzo di Ojeda! - Bel colpo, sì, bel colpo! - borbottò l'Ojeda, non contento che a mezzo. - Se almeno potessi sapere su chi, e per che!... - Non sapete, signor capitano? - disse uno degli alabardieri. - È un Moro, ed ha ucciso don Alvaro di Portogallo. - Alonzo di Ojeda rimase attonito, a quella inaspettata notizia. Non si poteva accoglierla altrimenti, se anche il morto fosse stato un nemico. Ma lo stupore del gentiluomo crebbe due tanti, quando gli fu detto che don Alvaro di Portogallo era stato colpito nell'interno del padiglione reale, presso a donna Beatrice di Bovadilla, che era stata ella pure in pericolo di vita. Il capitano della guardia avrebbe voluto correr subito laggiù. Il suo ufizio di vigilanza gli faceva obbligo di sapere minutamente ogni cosa, se pure altre ragioni non lo avessero fatto curioso. Ma in quel punto ch'egli stava per muoversi, fu udito il rumore di una cavalcata. Erano gli scudieri del re, che soppraggiungevano frettolosi, ordinando di lasciar libero il passo. - Le Loro Altezze; - gridavano alla soldatesca affollata. - Fate largo al re e alla regina. - I soldati furono pronti a tirarsi da banda; alcuni di essi levarono dal mezzo della strada il cadavere ancor caldo del Moro. Poco stante, preceduti dai loro valletti, con le fiaccole in pugno, apparivano Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia, armati di tutto punto, a cavallo. Isabella di Castiglia era una valente cavalcatrice, e così vestita di maglia, con l'elmetto coronato da cui uscivano svolazzanti le ciocche dei suoi capelli bruni, pareva una regina delle Amazzoni. In quell'arnese di guerra, ella usava spesso mostrarsi a capo delle schiere, per infiammarne gli spiriti. Ferdinando e Isabella videro alla luce delle fiaccole il cadavere del Moro, e seppero lì per lì che cosa fosse accaduto. Meglio lo seppero, quando, seguiti dal capitano della guardia, giunsero al padiglione reale. Trovarono laggiù donna Beatrice di Bovadilla profondamente turbata, e come fuori dei sensi. Pure, la bella dama era anche forte, animosa, di tempra quasi virile, e n'aveva fatto prova in gravissime congiunture, partecipando ai pericoli, alla cattività, alla fuga e a tutte le peripezie della prima adolescenza di Isabella, sua venerata signora. Ma anche ad una donna forte si poteva condonare uno smarrimento di quella fatta, che le impediva di render conto dell'accaduto; uomini e donne, non si passa impunemente accanto alla morte. Frattanto, una cosa sarebbe stato utile di sapere. Che un Moro fanatico avesse fatto disegno di uccidere il re e la regina, nemici della sua gente, si poteva intendere benissimo, e non occorreva che l'assassino risuscitasse per dirne le ragioni. Che fosse penetrato nel padiglione reale, facendo col suo pugnale un'apertura nella tenda, non era neanche mestieri d'intenderlo; si poteva vedere lo strappo tanto fatto. Ma come poteva trovarsi nel padiglione don Alvaro di Portogallo, per ricevere il colpo destinato al suo re? Donna Beatrice di Bovadilla, turbata e smarrita come era, non sapeva dirlo; don Alvaro, non morto, ma gravemente ferito di due coltellate, non poteva parlare. E non era neanche prudente di farlo parlare. Il medico della corte, prontamente accorso, stava medicando le ferite. Batteva le labbra, l'alunno d'Esculapio, o, se vi piace meglio, il maestro del dottor Sangrado; non pronosticava nulla; non diceva né di sì né di no alle ansiose domande dei profani; solo raccomandava il silenzio e il riposo, questi due grandi aiuti d'ogni cura. "Haec prima sunt necessaria" diceva "commendavit Galenus." Quando i medici antichi parlavano latino, non c'era niente da ribattere; come non c'è da ribattere coi medici moderni, quando parlano tedesco. Un uomo allora si fece avanti. Era il cavaliere accorso per il primo ad arrestar l'assassino, e riuscito a salvar la vita di donna Beatrice di Bovadilla. Alonzo di Ojeda riconobbe il suo astrologo, che veramente mostrava di non essere stato solamente a guardare le stelle; Ferdinando e Isabella riconobbero e salutarono don Cristoval Colon, o, se meglio vi piace (e vi piacerà, poiché siamo tra Italiani), don Cristoforo Colombo, marinaio genovese, cartografo, cercatore di una nuova via per giunger alle Indie, al paese delle spezierie, e per intanto, poiché di cercar quella via non gli si davano i mezzi, gentiluomo del seguito reale, uomo insigne e di alto intelletto per alcuni, sognatore per molti, a cui pareva che la regina Isabella avesse fatto troppo onore ascoltando le sue pazze proposte, e troppo si mostrasse buona con lui, lasciandolo stare nel seguito reale, dopo ciò che avevano pronunciato i dottori di Salamanca, intorno alla famosa via di ponente alle Indie. - Ero vicino al padiglione delle Vostre Altezze; - diss'egli; - ed ho potuto udire il rumore dello strappo che il Moro scellerato faceva nella tenda. Accorsi prontamente, passando per la medesima apertura; ma non in tempo, pur troppo, per trattenere il colpo che atterrò don Alvaro di Portogallo. La marchesa di Moya, uscita in quel punto dalla sua stanza, correva anch'essa pericolo di essere uccisa da quel forsennato. Ebbi almeno la buona sorte di tornar utile a lei. - Il re, la regina e i gentiluomini della corte stavano ad udire con molta attenzione il racconto che don Cristoval veniva facendo. Egli, veramente, non diceva nulla di nuovo; ma nella sua esattezza di testimone dipingeva la scena, mettendola, per così dire, sotto gli occhi della nobile comitiva. E lo udì anche donna Beatrice di Bovadilla; lo udì assai più che non si potesse credere che lo udisse, nel compassionevole stato in cui era. - Ma come poteva trovarsi don Alvaro nel nostro padiglione? - chiedeva il re Ferdinando. - Questo io non potrei dire egualmente a Vostra Altezza; - rispose don Cristoval. - Certo, egli era entrato in quel punto, perché pochi istanti prima io lo avevo veduto di fuori. Mi par di ricordare che precedesse di pochi passi il mio amico don Alonzo di Quintanilla, col quale ebbi a scambiar poche parole, prima di sentire il rumore dietro la tenda, e di correre come potevo al soccorso. - E mi pare d'intendere qualche cosa; - disse il re. - Don Alvaro era certamente venuto a chiedere i nostri comandi per domattina. È strano, per altro, che ignorasse la nostra andata verso il campo dell'artiglieria. - A questa maraviglia del re non c'era nulla da rispondere, che potesse levargliela di testa. Ma son tanti i modi per cui tutti sappiamo o non sappiamo le cose più naturali e più ovvie! Un modo per cui don Alvaro non fosse riuscito a sapere ciò che tutti sapevano, ci doveva pur essere. E forse era vano impuntarsi a cercarlo. Fu questa la conclusione di un ragionamento mentale, che faceva in quel punto il re Ferdinando. - Comunque sia, - rispose egli, - don Alvaro è un prode gentiluomo, e gli dorrà molto di avere perduta una buona occasione di far prova del suo valore, nella giornata di domani. Raccomando al nostro medico di prestargli tutte le cure più diligenti. Non sia trasportato alla sua tenda, che dev'essere lontana, se ben ricordo; anche la regina vedrà volentieri che il povero cavaliere rimanga ospite nostro. È il meno che si possa fare per un uomo che ha ricevuti i colpi destinati ad uno di noi; anzi a tutt'e due, non è vero, don Cristoval Colon? Quanto a voi avete fatto opera di buon cavaliere e di buon cristiano; e dobbiamo esservi riconoscenti. Pensate, o signori, - soggiunse il re, terminando, - che sarebbe avvenuto, se già fossimo stati, la regina ed io, nella tenda. Per me, poco male; ma se una sventura fosse toccata alla regina, avremmo perduta la donna più degna del comando supremo, non solamente in Castiglia, ma su tutti i reami ed imperi del mondo. - Quella frase era diventata una consuetudine per il re Ferdinando. Gli aveva fatto buon giuoco una volta ed egli era felice ogni qual volta potesse ripeterla. Don Cristoval si era inchinato, alla espressione della riconoscenza reale. Di parole non era mai stato avaro il re Ferdinando; si sapeva che cosa valessero, e non c'era da far altro che inchinarsi, accettandole per buona moneta. I cortigiani avevano fatto un gesto e un mormorio di rispettoso diniego ad un "poco male" buttato là, a fior di labbro, dal re; ma avevano accolto con vivissimi segni di approvazione la vecchia lode alla regina di Castiglia. Isabella, che fin da principio si era fatta d'accanto alla marchesa di Moya, per confortarla di parole amorevoli, aveva annuito col gesto alla cortesia del regale marito verso il povero don Alvaro di Portogallo. Ma questa cortesia singolare aveva fatto rannuvolare la fronte di don Alonzo di Ojeda; il quale, di sotto alle sopracciglia aggrottate, aveva rivolto lo sguardo indagatore a donna Beatrice di Bovadilla. Non vide questa lo sguardo del capitano, poiché teneva rivolti gli occhi, che aveva bellissimi come tutto l'altro del viso, al suo salvatore; e pensava, guardandolo con tanta tenerezza, che don Cristoval Colon, in quella notte, non le aveva salvata solamente la vita.
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