CAPITOLO II
Marinaio e gran dama
La mattina seguente, per non dare una mentita alla notizia di don Alonzo Quintanilla, i mortai del campo Castigliano incominciarono a far piovere entro le mura di Malaga qualche dozzina di bombe. I danni non furono molti, nella città assediata, ma fu grande lo sgomento degli abitanti. E di questo, certamente, si diede pensiero il valì Muza ben Conixà. Era un uomo valoroso, e risoluto di tenere la piazza; tanto risoluto, che aveva chiamato gente dalla costa d'Africa, per confortare con la presenza e il sussidio di prodi Musulmani, induriti ad ogni fatica e saldi nella fede di Allà, il coraggio di una popolazione che gli agi della vita potevano avere intiepidita, in tanti secoli d'incontrastato dominio. Da principio, quella nuova gente aveva fatto prodigi, e con le sue felici sortite rianimati gli abitanti, alla cui intelligenza non era sfuggita la gravità del pericolo. Infatti, s'incominciava a veder chiaro il disegno dei reali di Castiglia, che intorno a Malaga avevano assediati e presi tutti i luoghi fortificati, per lasciarla sola con le proprie difese, e ad essa rivolgere tutti i loro sforzi, prima di stringer d'assedio Granata, la capitale del regno moresco in Ispagna. Ma le felici sortite degli Africani a mano a mano si erano diradate, col crescere delle forze nemiche intorno alle mura; non più successi particolari, che ravvivassero le speranze; non più audaci imprese, che consentissero di vettovagliare la città e di provvedere i foraggi alla cavalleria, senza di cui le audaci imprese e i successi particolari non dovevano esser possibili.
In quelle distrette, e vedendo il turbamento degli animi cittadini, a quella prima pioggia di bombe che prometteva certamente di peggio, il valì Muza ben Conixà credette necessario di aprir negoziati, o di tentare un colpo disperato, se non si ottenessero patti onorevoli. Per altro, egli aveva fatti i conti senza i suoi Africani, gente d'indomito valore, ma agreste e quasi feroce. Costoro, vedendo andare e venire messaggeri dalla città al campo Castigliano e da questo alla città, s'insospettirono, accolsero e fecero correre la voce d'un tradimento del valoroso governatore. Furibondi, diedero l'assalto all'Alcazaba, una delle due fortezze che erano dentro il recinto di Malaga, e se ne impadronirono, trucidandone il presidio e il comandante. Non poterono altrimenti impossessarsi dell'altra fortezza, il Gebelfaro, che ebbe tempo a chiuder le porte e provvedere alle proprie difese.
La conseguenza del fatto fu questa, che si sospesero i negoziati per una resa onorevole. L'assedio fu stretto maggiormente; le bombe piovvero più frequenti in città; la fame incominciò a farsi sentire. Allora i notabili della terra fecero consiglio del come consegnar Malaga, senza esporre sé stessi e le loro famiglie al furor della plebe; e commisero i nuovi negoziati ad uno dei loro, Alì Dordux, il quale segretamente si condusse al campo di Castiglia. Ferdinando voleva punire gli abitanti della loro pazza resistenza; chiese perciò che la città s'arrendesse a discrezione. Non potendo contentarlo, senza andare incontro ai furori che si volevano evitare, parve miglior consiglio ad Alì Dordux d'introdurre i Castigliani nel Gebelfaro, col favor della notte. Così avvenne difatti: i soldati di Ferdinando e d'Isabella, penetrati nella fortezza, si sparsero tosto per la città, mettendovi lo scompiglio, uccidendo e saccheggiando senza misericordia. Molti furono gli uccisi, molti i prigioni; quei che poterono, ebbero scampo sul mare.
Malaga musulmana vide compiuto in una notte il suo destino, come Troja. Alì Dordux, che ne era stato il Sinone, fu incaricato di ricevere il prezzo del riscatto dai suoi miseri concittadini. E Boabdil scese all'estremo della viltà, mandando un'ambasceria per congratularsi ai reali di Castiglia, che con la presa di Malaga avevano sottomessa tutta la parte occidentale del suo regno.
Ferdinando e Isabella entrarono trionfalmente nella vinta città, il 18 agosto del 1487, desiderati dalla popolazione che il saccheggio e la strage della notte trascorsa avevano ridotta all'estremo della miseria e dell'abbattimento. Lasciata una parte delle soldatesche a rimettere l'ordine nella città e la quiete nei dintorni, i due sovrani fecero ritorno con tutta la corte in Andalusia, deliberati di passare l'autunno a Cordova, e meditare colà il resto delle operazioni di guerra. Infatti, assoggettata la parte occidentale del regno di Granata, niente era più naturale nell'animo loro che il desiderio di possederlo intiero. Per venirne a capo, due partiti si offrivano: o muover subito verso la capitale di Boabdil, la cui caduta avrebbe tratto il resto con sé; o prender prima le altre città, e con la presa di Granata coronar la conquista.
Ma il primo partito non era senza pericoli. Il re vecchio dei Mori, Abdallà el Zagal, ritirato a Guadix, vi si era potentemente rafforzato, e possedeva tutt'intorno i luoghi forti di Baza, Vera ed Almeria. La presa di Granata avrebbe potuto accrescere i suoi mezzi di resistenza, facendo rifluire verso di lui quanti Mori lasciasse privi di patria e di sostanze la caduta di Boabdil. Tornava dunque più utile attaccare prima il re vecchio, lo zio, approfittando del malumore che contro di lui nutriva sempre il nipote.
Erano questi i disegni di Ferdinando e d'Isabella, questi i loro pensieri, nella quieta dimora di Cordova. Ma era scritto lassù che, per guerre, per ribellioni, per feste, o per altra ragione, la corte di Castiglia e d'Aragona non avesse mai lungo soggiorno in un luogo. Per quella volta fu una nuova potenza, ugualmente nomade, che scacciò la corte dalle mura di Cordova: la peste, il gran guaio, il gran terrore del medio evo, e di parecchi secoli che gli tennero dietro. Ferdinando e Isabella uscirono dunque da Cordova, lasciando libero il campo alla terribile ospite, e si recarono a svernare nella città di Saragozza. Al cominciar della primavera furono in moto da capo, entrando con l'esercito nella provincia di Almeria, dove molte piazze si arresero, spaventate dall'esempio di Malaga. La guerra di quell'anno fu breve; e non si chiuse con un successo, come era stata incominciata. Forse i Castigliani avevano fatto assegnamento sulla fortuna, e non erano più in numero bastante per tenere il campo contro gli stratagemmi e le audacie del vecchio El Zagal, che era riuscito a soccorrere il castello di Taberna, costringendo le armi cristiane a levare l'assedio. Ferdinando ebbe l'aria di rassegnarsi, ma promise a sé stesso di far vendetta allegra; per intanto la corte si ritirò a Valladolid. Già ve l'ho detto: quella corte di Castiglia e d'Aragona aveva l'argento vivo indosso, e in nessun luogo poteva star ferma.
Che accadeva frattanto di don Cristoval Colon? Il sognatore di un nuovo mondo seguitava la Corte, pascendosi delle sue speranze, ogni giorno lusingate, ogni giorno deluse.
Ed era più triste che mai; ed anche più solo di prima. Il suo migliore amico, il suo protettore più volenteroso e costante, don Alonzo di Quintanilla, non era mai stato affaccendato come allora, dovendo raccogliere il denaro occorrente ad una grossa levata di soldatesche, la maggiore che mai fosse stata comandata fin allora dai suoi reali padroni. Cinquantamila fanti e dodicimila cavalli dovevano essere pronti nella primavera del 1489 nella pianura di Jaen, per muovere contro l'ardimentoso difensore di Taberna. Per quella grande impresa era necessario trovare i mezzi, e l'accorto Quintanilla faceva capo a tutti gli spedienti dell'arte sua per rifornire il tesoro. Ben altro doveva far egli, che pensare all'amico; il quale prometteva bensì le ricchezze del Gran Cane, e tutte le miniere del Cattaio, ma domandava subito due o tre legni allestiti di tutto punto, per andarle a cercare.
Intanto, quelle favolose miniere del Cattaio, le preziose spezierie, le perle, i diamanti dell'isola di Cipango, e tutte le altre meraviglie che aveva rese popolari il racconto dei viaggi di Marco Polo, esercitavano la vena sarcastica dei gentiluomini di Castiglia. E il primo a ridere di quei sogni del marinaio genovese era don Alonzo di Ojeda. Rideva il piccolo capitano; rideva dell'isola di Cipango, del Cattaio di Marco Polo, dell'Antilla e dell'Atlantide di Platone; ma non rideva più, il poveraccio, quando pensava alla bella marchesa di Moya, sempre severa con lui; anzi, diciamo tutto, più severa che non fosse stata mai. Eppure, don Alvaro di Portogallo, risanato per miracolo dalle sue ferite, non era più alla Corte; non poteva più dargli ombra con le sue grazie trionfali. Ma perché, se non era per don Alvaro, perché donna Beatrice di Bovadilla si mostrava sempre più severa, più contegnosa con lui?
Arcani del cuore; e tanto più arcani, quando il cuore è di donna. Così doveva ragionare don Alonzo di Ojeda, per mettere un po' di pace nel suo. Ma ordinariamente avviene che la pace non si ritrovi, comunque invocata. La pace del cuore è come il sonno, che aspettato e desiderato non viene, e poi, quando più non si aspetta, scende inavvertito a chiudervi gli occhi.
Così avesse potuto metter la pace nel suo cuore l'uomo deriso dai cortigiani di Castiglia! Don Cristoval aveva dovuto seguire la corte a Valladolid, come l'aveva seguita a Saragozza; ma il suo pensiero volava spesso in Andalusia, presso una bella e sdegnosa Cordovana, che lo aveva amato un giorno, ed era passata d'un tratto dall'amore all'avversione, quasi al disprezzo. Perché? Arcani del cuore anche questi.
Frattanto, per il povero sognatore di mondi, una pena di cuore si accompagnava ad una pena dello spirito. Qualche volta, lo so, una ci consola dell'altra; ma è necessario che quella sia pena felice. Ora, le pene felici non sono che d'una specie: quelle che l'uomo prova per una donna ch'egli ama, da cui è riamato, e d'essere riamato ha la divina certezza nell'anima.
Era a Valladolid, vedendo raramente i sovrani, e poco essendone considerato. Ferdinando e Isabella avevano tante cose da fare! così scarse erano le occasioni di essere ammessi alla loro presenza! E quando accadeva che don Cristoval si trovasse sul loro passaggio, pareva che Isabella non lo vedesse neppure, e che Ferdinando torcesse gli occhi da lui, come accade di torcerli da cosa che rechi molestia, o desti nel cuore un rimorso.
Infatti la vista del genovese non poteva essere gradita al re d'Aragona, così largo a promettere, così corto a mantenere. Da principio infervorato dei disegni di scoperta che quel marinaio gli aveva presentati, lo aveva condotto a sperar molto; poi, raffreddandosi a grado a grado, o per le cure politiche e militari che più da vicino lo stringevano, o per l'effetto che nell'animo suo aveva prodotto l'opinione dei dottori del reame, non sapeva come venire a capo di congedarlo. Se almeno quel sognatore avesse inteso, o se ne fosse spontaneamente partito! Anche il povero sognatore ci aveva pensato, a questa estremità; certamente, in un giorno di scoramento più profondo del solito, si sarebbe volto ai confini.
Ma allora lo trattenevano con buone parole i pochi e ragguardevoli amici. Il Medina Celi sconsigliava la partenza, che sarebbe parsa la fuga di un uomo non ben sicuro del fatto suo; il Medina Sidonia confortava a non disperare, aspettando che si posassero le armi, o per vittoria intiera sui Mori, o per pace vantaggiosa con essi; Alonzo di Quintanilla, in mezzo ai suoi spedienti fiscali, trovava il verso di pagargli una cedola di tremila maravedis, per ordine delle Loro Altezze. - "Vi par egli che vogliano disfarsi di voi?" - gli diceva. - "State di buon animo, don Cristoval; pensano a voi, vi contenteranno quando ne avranno il tempo e l'occasione; ciò che fanno oggi per voi, ne è una prova lampante." -
Se il buon Quintanilla avesse conosciuto il vero di quella cortesia regale, sicuramente non avrebbe parlato così, o almeno si sarebbe astenuto dal metterci tanto ardore di convinzione. Ben altre potenze, ignote al ministro del tesoro di Castiglia, operavano a favore di Cristoforo Colombo, sull'animo della regina Isabella.
Un giorno che il nostro sognatore passeggiava, tutto assorto ne' suoi pensieri, per una strada deserta di Valladolid, vide apparire dall'angolo di un palazzo, o convento che fosse (gli edifizi di Valladolid, a quel tempo, parevano tutti conventi), una vecchia donna vestita di nero, imbucuccata nel manto delle vedove, il cui lembo superiore le nascondeva mezza la faccia. Quella donna venne diritta a lui, fermandolo, col gesto.