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Brucia per me

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Trafiletto

Milena Wellington, direttrice del Wellington Plaza, potrà anche essere cresciuta in un mondo di privilegi, ma ha lavorato sodo per la sua carriera e non intende permettere a nessuno di scavalcarla. Il problema? La sua vita sentimentale è un disastro, dorme sul divano di un’amica, i suoi colleghi complottano di continuo alle sue spalle e sta stalkerando un sexy e arrogante pompiere, con cui ha avuto un’avventura di una notte.

***

Essere un pompiere non è mai stata una scelta per Caleb Ryan. Il suo destino è stato deciso quando la sua vita è andata in frantumi. Non ha mai deviato dal suo percorso e la tentazione non gli ha mai fatto perdere la strada. Il problema? Le donne servono a uno scopo, ma l’amore... be’, lui non è capace di amare. Almeno finché non incontra di nuovo la sagace e incredibilmente sexy brunetta che ha conosciuto alla vigilia di Natale. È bastata una notte e quella bellezza esotica ha acceso un fuoco dentro di lui... e Caleb non può lasciarla andare.

Che succede quando non si può ignorare la fiamma?

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1-1
1 Caleb Squadra autoscale Gruppo di vigili del fuoco, ufficiali e macchinisti che costituiscono l’equipaggio di un camion con autoscala. «Cazzo» mormoro, passandomi le mani sul viso, frustrato perché non riesco a prendere sonno. Do un’occhiata all’orologio sul muro e vedo che sono passate da poco le tre del mattino. È ufficialmente la vigilia di Natale. Odio quando non riesco a dormire. Soprattutto perché ho bisogno di ogni attimo di riposo. Eppure, la notte spesso rimango sveglio. Rischio del mestiere? Può darsi. Sono un vigile del fuoco, e dobbiamo essere pronti a partire in qualsiasi momento. Per quasi un’ora, resto qui disteso ad ascoltare i suoni dei quattordici ragazzi attorno a me: alcuni russano, altri parlano nel sonno, uno fa un rumore di cui non voglio conoscere l’origine. Poi c’è il nostro pivello, Finn. Lo stronzetto ha il telefono in mano, la luce dello schermo illumina la stanza buia. È come un maledetto riflettore attaccato al soffitto, e mi fa incazzare più di quanto non lo sia già. Mi giro, mi infilo le mani sotto il mento e lo fisso. «Spegni quel cazzo di affare prima che te lo spacchi. Non riesco a dormire.» Non è questo il motivo per cui non sto dormendo, ma mi sfogo comunque su di lui. Si gira a guardarmi e scuote la testa, ma lo spegne. Sa di dover stare al suo posto. È un vigile del fuoco in prova. Il nostro compito è dargli del filo da torcere e testare le sue capacità. Se non riesci a sopportare di essere trattato da recluta per un anno, per niente al mondo ti voglio accanto a me durante un incendio. Perché? Perché è dimostrato che se non riesci a farti valere in caserma, non reggerai al calore del fuoco. Proprio quando sto per addormentarmi, una sirena si mette a suonare così forte che si potrebbe essere anche nello spazio e sentirla ugualmente. È seguita dall’assegnazione del nostro mezzo. «Ore 03:46, abbiamo una richiesta di soccorso all’incrocio tra la Denny Way e la Olive. Scala 10, Camion 25, Soccorso 25... Incidente d’auto.» E si va. Gli incidenti d’auto sono ciò che temo di più, perché non sai mai cosa ti troverai davanti quando arriverai sulla scena. Se ti chiamano per un incendio, hai già un’idea generale di cosa dovrai affrontare. Gli incidenti sono del tutto diversi. Potrei dover raccogliere parti di corpi dall’autostrada, o cercare di strappare un bambino di tre anni, morto, dalle braccia di sua madre, solo perché pensava che fosse una buona idea tenerlo sul sedile anteriore visto che stava piangendo. In meno di un minuto indosso l’equipaggiamento e poi, con gli altri ragazzi, attraverso il dormitorio, in direzione della rimessa dei mezzi, dove c’è un camion, già acceso, che ci aspetta. «Cazzo, devo proprio pisciare» mormoro, ben sapendo di non avere tempo. Sento una risata accanto a me e, anche se so già chi è, mi volto per guardare Owen, il mio migliore amico; negli ultimi quattro anni è sempre stato seduto nello stesso posto al mio fianco. Il coglione sta ridendo solo perché è successo a lui la settimana scorsa, mentre ci occupavamo di un incendio a SoDo. Ha passato un’ora con quel dolore insopportabile di quando devi pisciare finché non si è imbattuto in quello che, un tempo, sembrava essere stato un bagno. L’unico problema è che, quando ha cominciato a farla, non si è reso conto che il muro non c’era più e, quando il fumo si è dissolto, Owen stava mostrando il suo attrezzo a una mezza dozzina di passanti. «Io almeno la so tenere» lo stuzzico. «Al contrario tuo.» Owen non mi risponde, resta seduto e si limita a sorridere, mentre gli altri lo prendono in giro. Ci sono cose per cui sarai sempre in imbarazzo con gente come noi. Le saracinesche in alluminio della rimessa si alzano mentre il nostro macchinista accende le luci e le sirene e dà gas, immettendosi in Pine Street. In meno di tre minuti siamo sul posto e, di fronte alla scena che ci troviamo davanti, la maggior parte di noi si mette a scuotere la testa. «Almeno questo buffone è tutto intero» dice Jay, un altro vigile del fuoco della Scala 10. «Non penso che potrei sopportare un altro corpo a pezzi questa settimana.» Sono d’accordo. Almeno è tutto intero. Quattro giorni fa abbiamo risposto a una chiamata per un uomo che era stato tagliato in due. Gambe sul sedile di guida, torso su quello posteriore e cellulare ancora in mano. Posso dire solo che, se vedi un autocarro con pianale fermarsi in autostrada, ti consiglio di mettere via il cellulare e guidare la tua cazzo di macchina. Oh, ecco un altro consiglio utile: usa i freni. La gente chiama il 911 per motivi ridicoli; basta chiedere a un qualsiasi pompiere in circolazione e lui annuirà con un ghigno, ricordando tutti quelli che vorrebbe dimenticare senza riuscirci. Non credereste mai ad alcune delle chiamate che riceviamo. C’è di tutto: dalle ustioni, alle adolescenti che soffrono per la prima volta di crampi mestruali. Cazzo, perfino un omosessuale col retto sanguinante. Una pessima giornata per quel tipo, ma, d’altronde, due settimane prima si era infilato nel didietro il soffione della doccia, quindi non eravamo proprio sorpresi. Si chiama Justin. Un bravo ragazzo, ma matto da legare, ve lo assicuro. Sul serio, alcune delle storie più folli cominciano con qualcuno che chiama il 911. Sono sicuro che Justin sarebbe d’accordo su questo. Un esempio calzante potrebbe essere la scena che ho davanti in questo momento. Un tizio incastrato nella sua macchina sospesa su dei cavi a una ventina di metri da terra. Scommetto un centinaio di dollari che il come sia arrivata lì è una bella storia. Ritiro tutto: non ho cento dollari. Sono un pompiere, la nostra paga fa schifo. «Quello che vorrei sapere è come cazzo c’è riuscito» borbotta il capitano Gibson, sollevandosi l’elmetto per grattarsi la testa. Guardo verso l’auto, stringendo gli occhi per capire se, oltre al guidatore, ci sono altre persone nella macchina. «Notevole» mormoro, mentre mi sposto di lato e osservo l’uomo-cavo. Scommetto che non stava prestando attenzione, è andato contro uno dei pali e l’automobile è stata proiettata per aria. Sorprendentemente, ho già visto cose del genere, solo che nessuno è mai arrivato così in alto come questo ragazzo. «Porca puttana.» Owen ride, tastandosi le tasche della tuta in cerca del cellulare. «Questo ragazzo è il mio eroe, cazzo» aggiunge, prima di farsi un selfie con l’auto sullo sfondo. Il nostro lavoro è quello di mettere in sicurezza la scena e il ragazzo, in modo che i paramedici possano occuparsi di lui, se necessario. Una volta saliti con la scala, mi rendo conto che non ce ne sarà bisogno. Il ragazzo, sospeso in aria, sorride come se avesse appena ricevuto un premio. Certo, il premio al più grande coglione e, a giudicare dall’odore, anche un biglietto gratis per la prigione per guida in stato di ebbrezza. «Vigili del fuoco di Seattle in soccorso.» Owen fa un cenno del capo al ragazzo, che ci fissa con gli occhi sgranati. «Come si chiama, signore?» «Asher.» «Be’, Asher, spero che tu non abbia fretta, amico» gli dice Owen sorridendo, mentre inclina la testa di lato e guarda la macchina. «Naaa, ho tempo» mormora lui, biascicando le parole. È in quel momento che noto che è soltanto un ragazzino. Probabilmente non ha nemmeno ventun anni. Non appena ha aperto la bocca, abbiamo capito con precisione quanto fosse ubriaco. L’odore del suo alito è così disgustoso e forte che, se fosse possibile, mi ubriacherei per osmosi. «Già, certo.» Owen ridacchia e con un cenno attira l’attenzione del capitano che è rimasto a terra. «Ehi, laggiù! Fate venire la compagnia telefonica.» «Posso chiederti come hai fatto di preciso?» chiedo, nel tentativo di capire come sia finito quassù. «Ho compensato troppo in curva?» La sua risposta diventa una domanda. «E poi...?» La voce di Owen è strascicata come se fosse sorpreso da quello che il ragazzo sta dicendo. Il ragazzino sospira, sembra quasi incredulo nel dover davvero spiegare come sia successo. «Ho colpito una recinzione, e... immagino il palo? Poi so solo che mi sono ritrovato qui.» Owen e io guardiamo la strada, in entrambe le direzioni, e infine chiedo: «Quale curva?» Il ragazzo fa spallucce. Fa spallucce e basta. Certo, questo tipo di chiamate ci diverte, ma non è questo il genere di azione per cui uno decide di diventare pompiere. Da bambino non pensi: «Cazzo, amico, non vedo l’ora di entrare in una casa, trovare un morto con una pompa per il pene in mano, una scatola di giornali porno e un frigo pieno di birre.» Storia vera, lo giuro. E se invece è così… be’, amico, sei entrato nei vigili del fuoco per i motivi sbagliati, ma tanto meglio per te. Io e i ragazzi vogliamo le chiamate per gli incendi. Vogliamo le fiamme voraci, il mostro indomabile che riduce tutto in cenere; inferni che di rado vediamo, ma che sogniamo. Siamo cacciatori di adrenalina, e non c’è niente di meglio che gettarsi nel fuoco, nel tentativo di salvare delle vite, per trovarla. L’idea di affrontare un incendio, l’essere messo di fronte alla possibilità di morire, circondato dalle fiamme, il sapersi vulnerabile, mi fa sentire più vivo che mai. Amo sfondare le porte, infrangere le finestre, fare buchi nei tetti con lance metalliche e ganci di ferro. Mi conforta farmi largo attraverso soffitti e pareti, mentre inseguo vene di fuoco che si nascondono dietro l’intonaco. Ed è tutto questo che porto con me, alla fine, quando esco dall’inferno di fuoco, annaspando in cerca di aria fresca, tra pozzanghere di acqua fuligginosa e scale che si estendono per decine di metri vacillanti. Per quanto orribili possano sembrare agli altri, i suoni, gli odori e questi scenari mi regalano sensazioni che non assomigliano a nient’altro che io abbia mai provato in vita mia. O che proverò mai, per quanto mi riguarda. Una volta finito l’intervento, mentre torno al camion, do un’occhiata al telefono per vedere se ci sono delle chiamate perse. Mia madre ha detto che mi avrebbe scritto un SMS per informarmi a che ora mi sarei dovuto presentare per la cena di Natale, domani, ma ancora non l’ha fatto. «Ti ha chiamato ancora?» mi chiede Owen, mentre guardiamo il ragazzo, già seduto sul sedile posteriore dell’auto della polizia, in arresto per aver guidato in stato di ebbrezza, a soli sedici anni. Non c’è bisogno che Owen aggiunga altro. So a chi si riferisce: alla mia ex. Non voglio parlare di lei ma, sfortunatamente, da quando abbiamo rotto, è spesso argomento di conversazione in caserma. Non puoi tenere per te la tua vita privata quando trascorri non meno di ventiquattro ore in servizio con lo stesso gruppo di ragazzi. Ci sono dei momenti di inattività che, inevitabilmente, danno modo a chiunque di invadere la tua privacy, e che ti fanno tirar fuori informazioni che in altre circostanze terresti per te. Ecco, avrei una dritta per voi. Se state uscendo con una ragazza e lei vi dice che lavora di notte in un posto dove non potete assolutamente passare a trovarla, è probabile che stia facendo qualcosa che non vi piacerà. Nel mio caso, mi aveva detto di fare la bartender per una società di catering. Leggete tra le righe. È una cazzo di spogliarellista. E come l’ho scoperto? Sono andato a una festa di addio al celibato di uno dei miei colleghi e potete immaginare la mia sorpresa quando ho visto arrivare la suddetta ragazza, pronta per fare una lap dance al futuro sposo. Potrei farvi una lista dei diversi motivi per cui la cosa si è rivelata un grosso problema per me, ma ne bastano due: ho scoperto che non solo lei aveva ballato la lap dance per quasi tutti i ragazzi della caserma, ma che si era anche scopata qualcuno di loro. A mia difesa, devo dire che la sua storia era credibile, anche se, ripensandoci adesso, immagino che avrei dovuto capire dal suo nome che qualcosa non andava: Gemma Rae. Chi diavolo si chiamerebbe così, se non una spogliarellista? Mi infilo il cellulare in tasca e guardo verso il sole che sta nascendo sopra la città, mentre rispondo a Owen: «Mi chiama di continuo e spara stronzate su quanto le dispiaccia e quanto mi rivoglia.» Lui ridacchia, rimette a posto gli autorespiratori sul camion e chiude lo sportello del vano attrezzature. «Sono... cosa? Tre mesi? Forse dovresti chiamarla, quanto meno per una scopata.» E torniamo all’avere troppe informazioni su di me. Owen, in particolare, perché oltre a essere un mio collega è anche il mio coinquilino. Sa che non vado a letto con nessuna da quando io e Gemma abbiamo rotto e, credetemi, ho pensato di chiamarla solo per fare sesso, ma lei non è il tipo. È appiccicosa, il che è divertente, visto cosa fa per vivere e nessuno penserebbe mai che voglia impegnarsi davvero con qualcuno. Lei, però, sostiene di essere diversa quando è al club, che fa solo un lavoro. Sono cazzate. Tutte quante.

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