Mentre risaliamo sul camion, Owen nota Finn, il pivello, che fissa di nuovo il cellulare. «Amico, che problemi hai col telefono ultimamente?»
Jay è il successivo a salire sul furgone e si lascia cadere sul sedile accanto a Finn. «Sta dando la caccia a questa ragazza che ha conosciuto l’altra sera.» Poi indica il cellulare con un cenno del capo. «Stammi a sentire, ragazzino. È una cazzo di spogliarellista.»
E all’improvviso tutti gli occhi sono puntati su di me. Come se fossi l’esperto di spogliarelliste. Stronzi!
Prendo il telefono dalle mani di Finn e guardo un paio di immagini.
La ragazza è sexy, questo devo ammetterlo, ma in quasi tutte le foto ha le gambe avvolte attorno a un palo, ed è un chiaro segnale. Un’enorme insegna al neon, lampeggiante. Se Gemma aveva un account i********: quando stavamo assieme – e sono sicuro di sì, ma non mi sono mai preso la briga di controllare – probabilmente era come quello di questa tipa.
Che lezione ho imparato? Cerca sempre sui social le ragazze che rimorchi. Soprattutto su i********:.
Mi dispiace per Finn, ma devo dargli la brutta notizia. «Già. Spogliarellista.» Gli restituisco il cellulare.
Finn sembra abbattuto, il suo sorriso svanisce. «Fanculo, che schifo.» E poi mi fissa per un momento prima di chiedere: «Perché tutte le ragazze sexy fanno le spogliarelliste?»
Mi stringo nelle spalle e osservo la città che ci passa accanto. «Col cazzo che lo so.»
Una volta tornati alla caserma, Gemma chiama di nuovo. Non so bene perché, ma questa volta, mentre scendo dal mezzo, rispondo.
«Che vuoi?»
«Te.» Fa le fusa, cazzo, le fusa. Fa sempre cose del genere. «Ma mi accontenterò di vederti a cena stasera.»
Rido e mi appoggio al lato del camion. Owen e Jay mi guardano sorridendo. Alzo gli occhi al cielo e scuoto la testa. «Non verrò a cena con te. Non sopporto nemmeno di stare nella stessa stanza con te.»
«Caleb» sospira lei, probabilmente perché me l’ha già sentito dire. Sono uno che porta parecchio rancore. Mentimi e non lo dimenticherò mai. Spezzami il cuore e distruggerò il tuo. Sono fatto così. «Sto cercando di essere gentile, e mi manchi.»
«Ti manca il mio uccello, tesoro, non io. E non lo otterrai né stasera né qualsiasi altra sera se è per quello.» E poi riaggancio, perché sono un coglione e mi va di chiuderle il telefono in faccia.
Ho frequentato Gemma per un cazzo di anno. O dovrei dire che l’ho scopata per un cazzo di anno. Penso di essere uscito con lei due volte in quel periodo. Dal momento che sono un ragazzo piuttosto intuitivo, in quell’anno di “scopate” avrei dovuto capire qualcosa, ma a quanto pare non è stato così. Colpa mia.
Perciò adesso ho una nuova filosofia di vita: non credere mai a tutto quello che ti dice una donna. Questo è il mio pensiero sull’argomento. Sono passati tre mesi da quando io e Gemma abbiamo rotto e, sapete, non ho ancora cambiato idea. Dubito che lo farò mai. Dicono che quando ti scotti ricorderai per sempre il dolore. È vero. Lo so bene. Ho delle cicatrici che lo dimostrano.
Subito dopo aver fatto il pieno di benzina, ripristinato l’attrezzatura e caricato le batterie della radio, ci arriva un’altra chiamata.
Sembra che le ultime ore del turno saranno impegnative.
***
«Quella è cocaina?»
In piedi, accanto al bancone della cucina, Jacey si gira verso di me aggrottando le sopracciglia e storcendo il naso come se l’avessi offesa. Siamo seri, offendere Jacey è pressoché impossibile.
«Cosa diavolo ti fa pensare che sia cocaina?» chiede.
Mi stringo nelle spalle, chiudo la porta e mi tolgo le scarpe. Owen è davanti a me e fa lo stesso; e come sempre, ancora prima di riuscire ad arrivare in camera da letto, si accascia sul pavimento del soggiorno addormentandosi un secondo dopo essersi sdraiato. Non ho mai capito come faccia, ma per lui è normale.
Io invece, non vedo l’ora di infilarmi nel mio letto. Già mi immagino la morbidezza delle lenzuola e la mia testa che si poggia sul cuscino.
Guardo Jacey: «È bianca... ed è in una riga netta. Viviamo a Seattle, quindi c’è una concreta possibilità che sia cocaina.»
«Seattle non è nota per l’uso di cocaina... Metanfetamina, certo, ma cocaina non direi» mi fa notare mentre si asciuga le mani.
Vivo in un appartamento con tre stanze da letto assieme a Jacey, Owen e a mio fratello Gavin. So già cosa state pensando: tre camere da letto? Chi ne condivide una?
Nessuno.
Ognuno di loro ha la propria stanza, e io dormo in soffitta. All’inizio pensavo di essere quello fortunato. La soffitta è più spaziosa delle camere da letto, ma ho imparato presto che a volte fa davvero schifo. Non c’è la porta e le pareti sono sottili, quindi non c’è nessuna privacy.
Un’altra lezione appresa nel modo peggiore.
Mi butto sul divano, prendo il telecomando e accendo il televisore; il viaggio verso il letto sembra sempre più lontano col passare dei minuti. Sono così esausto che, probabilmente, non riuscirò ad arrivarci. È più facile che mi addormenti proprio qui. «Qual è il senso della nostra conversazione?»
«Bella domanda.» Jacey fa spallucce, una mano nascosta dietro la schiena, mentre si sposta dalla cucina al divano, accanto a me. «Sei tu quello che ha chiesto se fosse cocaina.»
«Che cos’è?»
Mi allunga un biscotto, che scruto sospettoso. Una volta ha cucinato i brownie alla m*******a, e io e Owen abbiamo fatto un turno di lavoro dopo averli mangiati. I tre giorni peggiori della mia vita. O dovrei dire i tre giorni peggiori della vita di chiunque altro, perché a me e a Owen non fregava di niente e di nessuno.
«Zucchero a velo» spiega. «È la vigilia di Natale, ho pensato che sarebbe stato bello fare dei biscotti da portare ai tuoi genitori domani.»
Soddisfatto della risposta, prendo il biscotto e me lo metto in bocca tutto intero. È al limone, e mi ricorda le barrette che Jacey prepara a Pasqua. «Buono.»
So a cosa state pensando, prima vi ho detto che tutte le donne sono essenzialmente delle puttane spietate – e la maggior parte lo è – ma Jacey è l’eccezione. Non fraintendetemi, è sexy e sì, siamo usciti assieme, ma è una delle mie migliori amiche. Non è mai stata e non sarà mai solo “una che ho rimorchiato”. A dire il vero, quando eravamo più giovani, ci siamo frequentati per due anni, poi mi ha strappato il cuore dal petto e gli ha dato fuoco.
Perché sono ancora suo amico?
Non riesci a restare arrabbiato con una ragazza come lei. Puoi provarci, ma è come un’infezione che non se ne va. Non appena il rossore e il gonfiore scompaiono, lei torna e ti ricorda che c’è, sempre.
È anche follemente innamorata di mio fratello maggiore, Evan. Ricordate che vi ho detto che mi ha strappato il cuore e l’ha bruciato? È andata a letto con Evan.
Già. Esatto.
«Qualche chiamata interessante, oggi?» chiede Jacey, legandosi i capelli neri in una crocchia, gli occhi azzurri puntati sul televisore, mentre cerco qualcosa da guardare.
«Un paio di incidenti d’auto, stanotte, e uno stamattina in cui un ragazzo è finito nei cavi dei pali telefonici. Abbiamo dovuto aspettare la compagnia telefonica per farlo scendere.»
Lei ride. «Sul serio?»
«Già, sono piuttosto sicuro che non si sia fatto solo di zucchero a velo ieri sera.»
«Così pare.» Appoggia i piedi sul divano e si volta verso di me. «Ehi, se fossi intrappolata in un edificio in fiamme, pensi che Evan verrebbe a salvarmi senza camicia?»
La guardo sollevando un sopracciglio, non capisco la sua ossessione per mio fratello. «Non capirò mai perché hai preferito lui a me.»
«Be’, se vogliamo proprio essere precisi, non l’ho scelto. È successo e basta, e mi ha rubato il cuore, tenendolo come un tesoro che non dovrebbe avere lui. Ci vado a letto solo ogni tanto, quando ha bisogno di non pensare. Il che è davvero piuttosto triste per me. E comunque, tecnicamente, sei tu che hai rotto con me.»
La fisso incredulo, un po’ disgustato da quello che ha appena detto. «Tecnicamente ti sei scopata mio fratello, mentre ero all’allenamento di baseball.»
«Ricominciamo.» Agita la mano e mi colpisce alla tempia, con quel movimento. «Ne abbiamo già parlato. Avevo sedici anni e non ero sveglia. Lui ne aveva diciassette. Si è approfittato di me.»
«Chiudi quella dannata bocca. Non voglio parlarne» gemo, passandomi le mani sul viso. «Vado a letto.»
Certo, alla fine ho perdonato Jacey ed Evan per quello che hanno fatto. È stato tipo dieci anni fa, ma resta comunque qualcosa a cui non voglio pensare.
Jacey mi afferra la mano prima che possa andarmene. «Col cazzo che ci vai. Stanotte lavoro ed è la vigilia di Natale. Uscirai per tenermi compagnia. È il minimo che tu possa fare.»
Il minimo che possa fare? Le lancio un’occhiataccia e il suo sorriso svanisce. Faccio un respiro profondo, poi le sorrido. Capisco la sua richiesta; odia stare da sola.
Jacey fa la bartender e detesta lavorare durante le feste, soprattutto perché è pieno di idioti ubriachi, così insiste perché io o uno dei miei fratelli le teniamo compagnia. Ho quattro fratelli: Evan, Gavin, Kellan e Taylor; tutti vigili del fuoco, a parte Kellan che è un poliziotto. Nostro padre è un pompiere, suo padre era un pompiere e il padre di suo padre prima di lui… un pompiere. E Kellan, invece, è diventato un poliziotto del cazzo. A essere sinceri, penso che l’abbia fatto solo perché è sempre stato quello a cui piaceva distinguersi dal resto dei Ryan. Se eravamo tutti d’accordo per prendere una pizza per cena, lui mangiava una scodella di cereali. Non gli è mai piaciuto seguire la corrente.
«Devo fare un riposino» rispondo. C’è un altro motivo per cui Jacey mi vuole al bar stasera. Ci siamo passati molte volte. «Ti rendi conto che, quando la ragazza di Evan scoprirà che lui gioca ancora con te, saremo tutti nella merda fino al collo, vero?»
Mi fissa con sguardo vacuo. «Non ho mai davvero capito quel modo di dire.»
«In che senso?»
«Sei mai stato coperto di merda? Dubito che il peso della merda… in effetti ricadrebbe solo per terra, no?»
Mi strofino la faccia con le mani. «Possiamo parlare di qualcos’altro?»
«Sei tu che hai tirato fuori l’argomento “merda”.» Mi dà una pacca sulla coscia. «Va’ a dormire, così poi puoi portarmi al lavoro.»
«Ho appena lavorato per quarantotto ore di fila. Non voglio uscire stasera» provo a insistere, sperando che capisca quanto sia estenuante.
«Lo so, lo so. Vuoi il tuo letto con una bella fica dentro. Perciò, stasera usciamo e te ne troviamo una.»
Ecco, questa è una cattiva idea. «No. È ancora un no. Senti, Kellan non lavora stasera, chiedi a lui di accompagnarti.»
Jacey aggrotta la fronte e deglutisce vistosamente. «Non se ne parla. L’ultima volta che sono uscita con Kellan, voleva che mi lasciassi ammanettare insieme a un’altra ragazza.»
«Come se…»
«Sì» ribatte subito, prima che possa finire la frase. Kellan, il mio fratello più piccolo, ha una fissazione: scoparsi due ragazze insieme. Ecco perché ha cercato di ammanettarle, immagino. Non ne sono sicuro.
«Sono stanco» le dico di nuovo, ma senza alzarmi dal divano. Mi servirebbe troppa energia per farlo. «Ho bisogno di fare un sonnellino.»
«Sai, sono sorpresa che voi Ryan siate addirittura in cinque.»
«Cioè?»
«Be’, Heath lavora tanto quanto te, o almeno lo faceva prima di diventare Capo Battaglione. Con lui sempre così stanco come lo sei tu, mi chiedo quando lui e tua madre abbiano avuto il tempo di mettervi in cantiere.»
Al pensiero dei miei genitori che fanno dei bambini, mi si blocca il respiro. «Smettila di parlare così dei miei. E comunque, non si è mai troppo stanchi per scopare.»
«E allora perché non vuoi uscire, stasera?»
«Uscire richiede uno sforzo. Sarebbe molto più facile se ci fosse già una ragazza nel mio letto.»
Inarca un sopracciglio. «Me lo stai chiedendo?»
Le lancio un cuscino sulla testa. «No, neanche per idea.»
Jacey geme. «Andiamo, Caleb. Le festività mi deprimono da morire. Ti prego, vieni al bar stasera.»
«Perché le festività ti deprimono?»
La sua espressione mi dice che non avrei dovuto chiederlo. Soprattutto perché lo so.
«Pronto?» Spalanca gli occhi mentre alza le mani, per poi lasciarle ricadere in grembo. «Genitori morti… nessuna famiglia?»
Per quanto mi dispiaccia per lei, sono sempre duro con Jacey. «Oh, per favore! Sono morti quando avevi otto anni e hai noi. Da allora hai passato ogni Ringraziamento e ogni Natale con noi.» Mi alzo e, andando verso le scale, scavalco Owen. «Non dirmi che non hai nessuna famiglia.»
«Taci.» Mi lancia un cuscino. «Va’ a riposare e poi portami al lavoro. Ti farò bere gratis per tutta la notte.»
Questo attira la mia attenzione. Birra gratis? Chi non accetterebbe l’offerta?
«Va bene, d’accordo. Ma solo un bicchiere.»
Le ultime parole famose.
Mai dire “solo uno”, perché, in genere, sono proprio quelle le notti che finiscono con te accanto alla tazza del cesso a vomitare, o in manette.