Owen prende il telefono e fissa lo schermo. «Dannazione, fortunati bastardi. Il turno C si vanta sempre dei suoi biscotti, e io non ne ho mai avuto uno. È come se ci odiasse.»
«No.» Scuoto la testa verso Owen. «È perché tu e Jay la soffocate sempre di abbracci quando si fa viva.»
Finn sorride, le guance arrossate. «A voi... insomma... piace?»
Ma guarda! È imbarazzato perché la conversazione si sposta sul sesso. Che femminuccia! Ma quanti anni ha, tredici?
Owen emette una risata fragorosa e fa scivolare il telefono verso il pivello. «Be’, se mai avesse bisogno di farsi falciare il prato, le porterei volentieri il mio tosaerba.»
Jacey emette un suono strozzato e si alza. «Che schifo!» commenta allontanandosi.
«Avrà qualcosa come... cinquant’anni» dice Finn, decidendo di prendere il suo posto accanto a me e intrappolandomi di nuovo nel separé.
«Le donne sono come il vino buono, ragazzo mio» gli dice Owen, prima di prendergli il cocktail dalle mani e porgergli una birra. «Migliorano con l’età.»
«E alcune invecchiano come il latte» borbotto, ottenendo una risata generale.
Finn ci riflette per un momento, spostando lo sguardo su di me e poi di nuovo su Owen, perplesso. «Quindi dovrei uscire con donne più grandi?»
Sorrido e bevo un sorso di birra, proprio mentre Daphne ritorna al tavolo.
Owen scuote subito la testa. «No. Esci con quelle giovani finché puoi. Io ho ventotto anni, se andassi dietro a una diciottenne, mi riderebbe in faccia. Ma una quarantenne? Per lei sarei ancora carne fresca.»
Non riesco più a trattenere le risate. Posso davvero vedere le rotelle girare nella testa di Finn, mentre prende appunti. Il povero bastardo non ha proprio idea di come comportarsi con le donne.
«Ragazzi,» dice Daphne, allungandosi a prendere la borsetta «per quanto siano divertenti queste conversazioni con voi malati di sesso, devo tornare a casa.» Poi, poggia una mano su Evan e l’altra sul tavolo. «Domattina, devo essere a casa dei miei genitori. Dopo ci vediamo dai tuoi?»
Guardo mio fratello con disgusto. Non riesco a credere che la porterà in casa anche la mattina di Natale, quando sa benissimo che ci sarà anche Jacey.
Evan le fa un cenno del capo. «Ti accompagno.»
Daphne scuote subito la testa. «No, tu resta e divertiti.»
Sono certo che Evan non lo faccia apposta, ma i suoi occhi guizzano verso Jacey, al bancone del bar, dove pare che un ragazzo stia cercando di rimorchiarla. Poi torna a guardare Daphne. «Va bene, ti chiamo domattina.»
Proprio mentre lei se ne va, Gemma si avvicina al nostro tavolo, con un bicchiere in mano, e tutti gli occhi si puntano su di me, in attesa di vedere la mia reazione. Quello che faccio è spostare di peso Finn e poi alzarmi, dirigendomi verso il bancone per andare a prendere da bere qualcosa di più forte.
«Accidenti a lei» mormoro, facendomi largo tra la folla a spintoni.
Era ovvio che si presentasse qui, cazzo! È quello che ha fatto da quando abbiamo rotto. Mi segue per la città, mi chiama… fa di tutto per infastidirmi. Ovviamente non molla e mi segue fino al bar.
Mi prendo un attimo per guardare quello che sta indossando: pantaloni di pelle nera con un top rosso, corto. Cazzo, ha delle tette stupende. Pensate al corpo di Jennifer Lopez, in una versione di un metro e sessanta scarso, e avrete Gemma Rae. Non nego che sia sexy e che, probabilmente, nonostante il disgusto che provo per lei, con un po’ di Jack e Cola in corpo, me la scoperei. Sono sincero. Il mio cazzo non serba rancore quanto me. Ma stasera non ho bevuto whiskey, quindi sono ancora in grado di prendere delle decisioni. Per adesso.
«Che vuoi?» chiedo.
Lei succhia la cannuccia nera che ha tra le labbra, prima di rispondere: «Vuoi essere il mio regalo di Natale?»
«No.» Sbuffo dal naso. «Non dovresti lavorarti la sala? Sfregarti contro i pali o cose simili?»
Le sue labbra si assottigliano: l’ho offesa. E, credetemi, è piuttosto facile farlo. Siamo usciti a cena una volta e si è offesa perché non l’ho lasciata ordinare per prima. Posso sottolineare il fatto che si trattava di un McDonald’s del cazzo?
Sbatte le palpebre due volte e si mette una mano sul fianco. «Che problema hai?»
«Te.» Sposto lo sguardo su Jacey, che si sta sporgendo sul bancone. Il tizio con cui sta parlando ha lo sguardo fisso dentro la sua maglietta e anche Evan, dal separé, sembra tenerla d’occhio. «Perciò lasciami in pace. Smettila di seguirmi.» Tamburello sul lato del banco. «J, posso avere un Jack e Cola?»
Jacey si acciglia. Sa che il whiskey non fa bene ai miei processi decisionali.
«Non pensavo che saresti stato qui» dice Gemma, allungando la mano che era sul suo fianco e poggiandola sul mio ventre. «Non è che tu esca tanto spesso.»
Una cosa di cui si lamentava, quando stavamo assieme, era che fossi “più vecchio” dei miei ventisei anni. Non sono d’accordo, ma non importa.
Le tolgo la mano dal mio corpo. «Be’, non serviva che ti avvicinassi. Tantomeno che mi parlassi.»
Lei alza gli occhi al cielo. «Sei una testa di cazzo!» esclama, poi se ne va verso la pista da ballo, probabilmente per trovare qualcuno da scopare.
Jacey mi passa il drink, ma lo tiene in mano finché i nostri sguardi non si incrociano. «Vai via con lei e farò in modo che Owen ti infili un Halligan1 su per il culo quando torni a casa.»
Mentre ci fissiamo, il ragazzo che prima le guardava dentro la maglietta mi si piazza davanti. «Ehi, bambola, posso avere qualcosa da bere e anche te?»
Che originalità... Pallone gonfiato!
Jacey non si scompone e gli fa l’occhiolino mentre spinge indietro gli occhiali dalla montatura nera. «Posso farti un drink. Cosa vuoi?»
«Te» dice il ragazzo con spavalderia.
Lo sguardo di Jacey saetta a incrociare il mio. Non sta chiedendo aiuto e in realtà non dovrei nemmeno darglielo, visto che ha appena minacciato di farmi infilare un Halligan su per il culo, giusto?
Però non posso farne a meno. Non mi importerebbe se andasse via con un coglione vestito Abercrombie come quello che ha davanti, ma di sicuro non lascerò che qualcuno la tratti di merda. Già lo fa abbastanza Evan.
Do un’occhiata nella sua direzione e lo vedo osservare la scena con le mani chiuse a pugno e la mascella serrata.
Io non sono calmo e contenuto quanto lui.
Allungo la mano e spingo il ragazzo via dal bancone. «Non è interessata.»
I nostri sguardi si incrociano e gli do un ultimo avvertimento. «Sparisci.» E poi me ne sto lì, come se non avessi paura di nessuno, perché è così.
Spero per il suo bene che accetti il mio consiglio. È un ragazzino con la faccia da bambino e un’arroganza che, sono certo, i suoi pugni non possono sostenere. Probabilmente ha appena compiuto ventun anni ed è uscito a festeggiare con gli amici. Magari è amico del ragazzo di stamattina, che si è fatto un giro sui cavi telefonici.
«Una ragazza come lei non sa cosa vuole finché non lo ottiene.» Ride. «Allora mi implorerà di darglielo.»
Alzo le sopracciglia. «Davvero?»
«Dacci un taglio, Caleb» mi avverte Jacey, stringendo il bordo del bancone. Sa come andrà a finire. Ho preso parte a un paio di risse in questo bar.
Il fatto è che non posso darci un taglio. Il mio corpo trema e una guerra di cui non capisco le origini mi infuria già in testa.
Il ragazzo col cappello bianco e la maglietta Abercrombie, fin troppo aderente, osserva con attenzione me e poi Jacey. «Questo sfigato è il tuo ragazzo?»
«No, non lo è» ringhia Jacey, continuando a fissarmi.
Sorrido, freddo, facendogli capire che non ha importanza se non sono il suo ragazzo. Non ha niente a che fare con questo. Serro la mascella al punto che mi fanno male i denti, poi lo spintono di nuovo. «Non ascoltarla. Sto parlando con te e ti ho detto di andartene.»
Non intendo sferrare il primo pugno. Nella mia esperienza, è meglio far sì che lo facciano gli altri. Ti tiene fuori da un sacco di guai.
«Dovresti ascoltare la troietta» sputa fuori Abercrombie.
Jacey sbuffa e lo schiaffeggia da dietro il bancone con uno straccio sporco. «Ehi, facciadaculo, chi è che hai chiamato troietta?»
Abercrombie sorride e alza le mani verso di lei. «Oh, andiamo, dolcezza, non dicevo sul serio.»
Una parte di me è curiosa di vedere cosa farà Jacey, adesso. Anche lei ha dato vita a un po’ di risse. È cresciuta con gente come i Ryan attorno. La ragazza conosce qualche mossa. L’ho già vista rompere una bottiglia di birra sulla testa di qualcuno – in realtà è sulla mia di testa che l’ha rotta – ma questa sera non la lascerò agire perché questo ragazzo mi ha fatto incazzare e adesso scoprirà come sono da incazzato. Sono uno spasso. Aspettate e ne vedrete delle belle.
Faccio un passo nella sua direzione e ora siamo vicinissimi. «Cos’hai detto? Non penso di averti sentito bene. Credo che tu l’abbia chiamata stronza, ho ragione?»
Mi spintona e la mia schiena colpisce il bancone. «No, in realtà mi riferivo a te.»
I coglioni ce li ha, il ragazzino, glielo concedo. Mentre mi sposto per mettermi di nuovo davanti a lui, Jacey cerca di afferrarmi dalla maglietta per fermarmi, ma non fa in tempo e, non appena sono davanti al ragazzo, lui sferra un pugno. Il suo gancio destro mi colpisce al mento e fa sbattere i miei denti inferiori contro il labbro superiore.
Dopo avermi colpito, mi fissa, aspettando la mia reazione, e uso quel momento per mostrargli quanto sono abile nelle risse da bar. In un attimo, gli ho restituito il pugno, l’ho sbattuto contro il bancone e ho rotto una bottiglia vuota che vi era appoggiata sopra, mettendogliela alla gola.
Ricordate quando vi ho detto che ho partecipato a qualche rissa?
Ecco, ho imparato alcune cose nel corso degli anni e so bene che rischio di essere buttato fuori da qui. Non che mi dia fastidio, non ho comunque molta voglia di restare.
«Maledizione, Caleb!» grida Jacey, gettandomi addosso lo strofinaccio sporco che mi colpisce sulla spalla e cade a terra. «Smettila!»
Sorrido al ragazzo facendogli l’occhiolino, mentre sento che il labbro che mi ha rotto sta sanguinando. «Adesso chi è la troietta?»
Qualcuno mi stringe una spalla da dietro e so già chi è. «Va bene, amico. Basta così.»
È Owen. Interrompe sempre le risse.
Passandomi il dorso della mano sulla bocca, non indietreggio né lascio andare la bottiglia. Invece, la premo più forte contro la gola del tipo finché il vetro non gli fora la pelle appena un po’.
Owen ci riprova. «Amico, fermati!» Le sue mani mi afferrano per le braccia.
Purtroppo, non ce la faccio.
«Esci da qui, Ryan!» urla il capo di Jacey.
Non dice sul serio: vengo minacciato di essere sbattuto fuori da questo locale di continuo e non me ne vado mai, ma è abbastanza da riscuotermi.
Faccio un passo indietro e lascio cadere a terra la bottiglia, che si frantuma ai nostri piedi.
Scuoto le spalle e dico: «Lasciami» liberandomi dalla presa di Owen.
Abercrombie si fa indietro, i piedi che strascicano sul pavimento, mentre si mette una mano sul collo. Se la strofina sulla ferita e mi fissa. «Pazzo figlio di puttana! Avresti potuto uccidermi!»
Rido e scuoto la testa. «Oh, per favore, è solo un graffio! Stai bene.»
Getto un’occhiata a Jacey, poi distolgo lo sguardo; è infuriata, e lo è anche il suo capo.
Owen mi si para davanti, mi fissa, e cerca di dare un senso a quello che è appena successo. «Ma che cazzo...?»
Sorrido di nuovo, facendo l’occhiolino al mio amico. «Stavo solo facendo una chiacchierata» dico allontanandomi.
«Una chiacchierata?» Sbuffa, seguendomi verso il separé, mentre mi esamino le nocche sanguinanti. Avrei dovuto fare attenzione quando ho rotto la bottiglia. Mi sono tagliato la mano. «È così che definisci spaccare la faccia a un ragazzo?»
«Già.»
Lui ride. «Lo immaginavo.»
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