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Caleb
Pompiere
Persona che risponde agli allarmi antincendio e ad altre emergenze di pronto intervento, prevenzione incendi, salvataggi e altri compiti correlati.
Odio andare da Callahan durante le festività.
In realtà, non mi piace andarci in generale, ma durante le festività, o nei giorni che le precedono, è peggio perché tutti pensano che bere sia la risposta alle loro vite incasinate e il locale è gremito. E io non sopporto le folle. La gente ti si piazza davanti, dice cose stupide e provoca casini.
E poi, non so perché, ma ogni volta che io e i miei fratelli andiamo in un bar spunta sempre qualche piantagrane che ce l’ha con noi. E per piantagrane intendo qualcuno che vuole fare a botte. Ogni dannata volta.
Sapete in quante risse da bar sono stato coinvolto?
Troppe.
E sapete quante ne ho iniziate io stesso?
Non quante potreste pensare, anche se sono noto per essere quello che, il più delle volte, sferra il primo pugno, perché la mia pazienza per le stronzate è inesistente. Noi Ryan non tolleriamo cazzate da nessuno e, in una rissa sanguinosa, siamo disposti a farci strada a suon di pugni pur di dimostrarlo.
Persino Jay e Owen potrebbero tranquillamente essere dei Ryan, visto che anche loro, di risse, ne hanno viste un bel po’. Di solito, poi, Owen è quello che fa amicizia con il ragazzo a cui ha appena rifatto i connotati: non gli piace avere dei nemici. Finn, invece, sta ancora imparando, ma lo stiamo addestrando bene.
I vigili del fuoco lavorano a turni: un turno di ventiquattro ore, due giorni liberi, altre ventiquattro ore in servizio, quattro giorni di riposo. Alcuni pensano che abbiamo un bel po’ di tempo libero. Be’, certo che sì, ma facciamo anche straordinari qua e là. Per lo più facciamo gli stessi turni. Jay, Owen, Finn, Evan e io... siamo tutti nel turno A, quello rosso, ed è così da tre anni.
Sapete qual è il risultato?
Un sacco di tempo insieme.
Tutto questo mi porta a dove siamo adesso: nascosti in fondo al Callahan, in un separé vicino alla pista da ballo. Non è di certo un tavolo a cui vorresti avvicinarti, a meno che tu non abbia la pelle dura e sia disposto a essere il bersaglio di due o tre battutine.
Jay butta giù il resto della birra. «Bene, ragazzi. È ora di tornare a casa dalla moglie.»
Gli sorrido, mentre gli occhi di Owen brillano di divertimento. È sempre lui a lanciargli frecciatine. Solleva la birra verso le labbra nel tentativo di tenere a bada il ghigno. «Ehi, è la vigilia di Natale. Magari te lo succhierà.»
Sei mesi fa, la moglie di Jay ha dato alla luce una bimba: da quel momento non hanno più fatto sesso ed è una cosa di cui si è parlato parecchio.
Ho sentito dei ragazzi lamentarsi del fatto che il sesso fosse venuto meno, una volta che la moglie aveva partorito. In realtà, è sempre stato Owen a sostenere una cosa del genere, ma Jay ha confermato la teoria.
Jay è in piedi accanto al tavolo e allunga una mano verso la giacca poggiata sullo schienale della sedia. «Forse, se sarò a casa quando sarà ritornata dalla visita a sua madre, faremo qualcosa.»
«Ne dubito» ridacchio fissandolo. «Probabilmente avranno passato tutta la sera a sparlare di te. Sua madre ti odia. Perché pensi che non ti abbia invitato?»
A giudicare dallo sconforto sul suo viso, gli ho distrutto l’ultima speranza di far sesso. «Accidenti a te, Caleb.»
Alzo le mani. «Sono solo onesto. Non voglio che ci resti male.»
«Troppo tardi» borbotta allontanandosi e lasciando me e Owen a ridere a crepapelle.
«Ehi.» Owen batte il palmo della mano sul tavolo e indica una ragazza al bancone. «Non è la cheerleader che abbiamo aiutato l’altro giorno? Quella col fidanzato pronto a tagliarti le palle per averle fatto la respirazione bocca a bocca?»
Il mio sguardo segue il suo verso una bionda minuta che sta ballando in un angolo col suo ragazzo. È proprio quella cheerleader del cazzo. Quando l’ho conosciuta, era a una festa, stesa sul pavimento, svenuta per intossicazione da alcol. Certo, adesso è sexy, ma la ricordo bene mentre mi vomitava addosso.
«Già, è lei.»
«L’unico motivo per cui ti sei offerto volontario per la respirazione bocca a bocca è stato per cacciarle la lingua in bocca, vero?» mi prende in giro Owen.
Sì, finché non mi ha vomitato addosso.
Poi intuisco a cosa si sta realmente riferendo: a quella volta in cui ho davvero messo la lingua in bocca a una ragazza. Non mi pento di quel giorno perché, lo ricordo bene, lei mi ha poi ringraziato più volte per averle salvato la vita. Ma fai una cosa simile con i ragazzi attorno e non smetteranno più di tirarla fuori.
«È stato una volta, Owen.»
«Una volta è sufficiente» sottolinea. «Non te lo faremo mai dimenticare.» Si alza e fa un passo verso il bancone, forse per prendere un altro boccale di birra.
«Più o meno come te che pisci sul lato di un edificio mentre King 5 News ti riprende» aggiungo prima che si allontani. Per una volta, spero di avere l’ultima parola con lui, anche se so che non sarà così, dannazione.
Owen si ferma e alza le spalle con noncuranza. «Ci sono cose peggiori nella vita.»
Su questo ha ragione.
Mentre si allontana, Evan e la sua ragazza, Daphne, si avvicinano al separé e si siedono al tavolo. Lei mi dà una pacca sulla mano e fa un radioso sorriso, come se dovessi essere felice di vederla. No, non lo sono.
Tiro fuori il telefono e fingo di essere occupato.
«Caleb,» inizia lei «quella laggiù è Gemma?»
Adesso capite perché non mi piace?
Non alzo gli occhi dal cellulare. «Che cazzo ne so?»
Daphne ride come se fosse divertente e scuote la testa. «Be’, ci sei uscito per un anno. Penso che dovresti riconoscerla.»
Il mio sguardo saetta su Daphne. So che è Gemma quella nell’angolo del bar e non ho bisogno di guardare attentamente per saperlo. Ma non voglio parlare di Gemma con Daphne, come se fossimo amici del cazzo, perché non lo siamo. Il che si traduce nel non voler fare una conversazione con lei.
«Non mi interessa se è lei» le dico infine, infilando il telefono nel giubbotto. «Non stiamo più insieme.»
Evan fa una risata sarcastica, appoggiandosi allo schienale della sedia. Trova le mie parole divertenti. Mi guarda dall’alto in basso, passando le dita lungo il bordo del bicchiere.
Vaffanculo!
Poi lo afferra e, lentamente, beve un sorso, osservando Jacey con la coda dell’occhio.
Ricordate quando vi ho detto che Jacey ed Evan scopano? Hanno iniziato così e, a quanto pare, nulla è cambiato, anche se ora lui sta con Daphne e se l’è portata nel bar in cui lavora Jacey. E perché lo ha fatto? Solo per sbattere in faccia a Jacey che, con lui, non avrà mai la relazione che vuole così tanto? Che altro motivo ci sarebbe per portare la tua ragazza nel bar dove lavora la tua scopamica? È crudele ed è per questo che mi comporto da stronzo con lui.
So che non dovrei aprire bocca, ma fatico a stare zitto: mi fa incazzare essere costantemente in mezzo alle loro stronzate.
Proprio quando sto per dire qualcosa a Evan, Daphne si alza e gli sorride, indugiando con le mani sulle sue spalle. «Torno subito, tesoro.»
Evan si limita ad annuire.
«Smettila di prendere in giro Jacey» borbotto non appena Daphne lascia il separé. Mentre Evan riporta il bicchiere alle labbra, aggiungo: «Non avresti dovuto portarla qui.»
Il suo sguardo velato incontra per un attimo il mio. «Non l’ho portata io. Non sapevo nemmeno che sarebbe stata qui.»
Alzo gli occhi al cielo. «Certo, come no!»
Evan inclina la testa, come se fosse sorpreso da quello che ho detto. «Cosa?»
Sbuffo dal naso. «Mi hai sentito.»
Da quando lui e Jacey, dieci anni fa, hanno iniziato ad andare a letto assieme, Evan la tiene al guinzaglio con il premio di consolazione amici con benefici, dando inoltre per scontato che nessuno lo sappia. Ma lo sappiamo tutti ed è una situazione di merda.
Passandomi la mano sulla mascella, mi sistemo sul divanetto e faccio un profondo sospiro, sperando che possa portare via i miei pensieri.
Dopo pochi secondi, Owen ritorna con una caraffa di birra e con Jacey al seguito.
Quando la guardo con un’espressione interrogativa, che sono certo si possa facilmente interpretare come: “Che cazzo stai facendo?”, lei si volta verso di me e borbotta: «Sono in pausa.» Senza mai guardare Evan, mi si siede accanto, colpendomi la coscia con una mano. «Caleb, guardala.» Jacey indica, tra la folla di corpi che ondeggiano al ritmo della musica, una bruna, in piedi assieme a un gruppo di donne, vicino alla porta. «Dovresti andare a parlarle.»
Jacey cerca sempre di sistemarmi con qualche ragazza e, per un breve periodo della mia vita, con alcuni ragazzi. Per un po’, ha avuto questa bizzarra idea che fossi gay.
Senza dubbio grazie a Owen ed Evan. Quei due coglioni non ti lasciano passare davvero niente.
È una lunga storia, ma circa un anno fa, durante un violento incendio per il quale eravamo stati chiamati a SoDo, il distretto industriale di Seattle, dovetti portare questo tizio giù per circa dieci rampe di scale. Per ringraziarmi, mi comprò il caffè ogni mattina per un mese. Un intero cazzo di mese.
Per tutta la caserma, girò voce che mi aveva fatto cambiare sponda, ma, a giudicare da come sto guardando la ragazza vicino alla porta, è chiaro che fosse tutto piuttosto lontano dalla verità, non credete?
Dal modo in cui la brunetta sta in piedi accanto all’ingresso, non riesco a capire se è appena arrivata o se sta andando via. Di certo cattura la mia attenzione: gambe avvolte in jeans attillati, giubbetto di pelle nera, maglietta grigia aderente al petto.
La guardo meglio e, quando si muove e la giacca si apre, riesco a vederle i capezzoli: o non indossa il reggiseno o sente un dannato freddo. Entrambe le opzioni mi intrigano. Se non indossasse il reggiseno, le chiederei di uscire per principio. E se fosse perché ha freddo, be’, di certo potrei scaldarla, no?
«È fuori dalla tua portata.» Owen ride dopo avermi versato una birra ed essersi seduto di fronte a me. «Parecchio fuori dalla tua cazzo di portata. E scommetto cinquanta dollari che riesco a offrirle da bere prima di te.»
Porto il bicchiere verso me, facendolo scivolare sul tavolo, gli occhi ancora sulla bellezza dai capelli scuri accanto alla porta. Probabilmente ha ragione. Anzi, non ho alcun cazzo di dubbio sul fatto che sia fuori dalla mia portata, ma so che potrei farle passare una notte che non dimenticherebbe mai.
«Lei è fuori dalla tua portata, ma è comunque arrivata l’ora di darsi da fare» aggiunge Owen. «Che ne pensi di quella ragazza?» continua, indicando una bionda sulla pista da ballo, che mi guarda mentre lascia che la sua amica le si strofini contro.
Due pollastrelle. Mmm. È possibile, certo, ma i miei occhi tornano alla donna dai capelli scuri e dalla pelle olivastra.
Owen sa che vado in bianco da quando io e Gemma ci siamo lasciati.
Parliamo sempre anche di questo. Quando stai con lo stesso gruppo di ragazzi così a lungo, succede. Attorno al tavolo, sul camion, guardando la televisione, spariamo cazzate e le nostre vite private sono spesso argomento del giorno. Compreso il sapere chi fa sesso e chi no. Io ultimamente sono nella lista dei “chi no” e Owen, be’, salta di continuo da una lista all’altra. È uno di quei tipi che hanno avuto più fiche del quarterback dei Seahawks. È capace di entrare in un bar e portarsele direttamente nel suo letto soltanto con qualche parolina dolce. Lo so perché vive con me. Stando in soffitta il suono si trasmette fin troppo bene, e lo sento di continuo. Lasciate che ve lo dica: è deprimente da far schifo quando non stai facendo sesso anche tu.
Anche Finn si avvicina al separé, un bicchiere in mano: è in condizioni tali da non poter guidare fino a casa. «Ehi, coglioni, avete visto questa merda?» Sbatte il telefono sul tavolo. «La moglie del capo ha fatto i biscotti per i ragazzi che fanno il turno C, stanotte. Perché non fa mai niente per noi?»
Evan scrolla le spalle. «A me ha cucinato gli spaghetti l’altro giorno.»
Probabilmente è vero: alle vecchie signore piace Evan. Storia vera: una volta ha salvato una donna di sessant’anni da un incendio e lei gli ha chiesto di uscire, ogni giorno, per tre mesi. Si scoprì che era pure piena di soldi. Gira voce che se la sia scopata, ma nessuno lo sa per certo. Non glielo chiedo perché non voglio sapere i dettagli.