2-2

2208 Parole
Batteristi. È tutto quello che ho da dire. Purtroppo, il mio rapporto con Judah era il mio terzo tentativo di relazione e ora, stando al mio manuale, sono fuori dai giochi. Niente più appuntamenti per me. È ovvio che non sono destinata ad avere una storia d’amore soddisfacente. Servono altre prove? Prima di Judah, ho avuto due relazioni serie che si sono concluse con una rottura. La prima è stata una devastazione da primo amore, condita da lacrime. L’altra, un qualcosa del tipo: me che supplicavo i miei genitori di dire al ragazzo con cui stavo che ero morta, perché mi lasciasse in pace. Il mio vissuto sentimentale, quindi? Terribile. *** «Allora…» Una voce accanto a me attira la mia attenzione. È Scarlet, la mia migliore amica, che ora è la mia coinquilina. Zitti! Non sa che mi sono intrufolata nel suo appartamento la scorsa notte, mentre non c’era. In effetti, ora che ci penso, quella stronzetta ieri non è tornata a casa. Fa scivolare un muffin lungo il bancone. «Perché sei qui? Pensavo avessi la giornata libera.» Starete pensando: “Oh, che dolce, ti ha portato la colazione.” Non fatevi ingannare da Scarlet Rose. So dove ha preso quel muffin: l’ha rubato dal coffee break che abbiamo allestito al terzo piano per quelli del Dipartimento del Lavoro e dell’Industria. Stanno occupando gran parte delle sale conferenze per un corso di formazione e la loro presenza spiega parzialmente il perché io sia qui stamattina. Senza di me, oggi ci sarebbe Heather al comando, e non mi fido di lei e del suo culo ossuto. È una dei tanti che mettono in discussione la mia posizione lavorativa, e non escluderei che possa fare qualcosa per farmi fare brutta figura. So di non poter essere presente ogni minuto, ma posso essere qui, oggi, col cuore a pezzi o meno. Evito di guardare negli occhi Scarlet e continuo a esaminare le richieste della Shaw Investments per l’incontro della settimana prossima. «Sì, avevo la giornata libera, ma c’è davvero troppo da fare qui.» «So che non ti fidi di Heather, ma è il suo lavoro in quanto responsabile della reception.» Scarlet si appoggia al bancone, aggrottando le sopracciglia chiare appena prima di sistemarsi i capelli in una coda di cavallo. «Ok, è una stronzata. Che succede? È successo qualcosa con Judah, ieri notte?» Mi volto e le rivolgo un’occhiataccia. Quella che dice: “Avevo bisogno di te ieri sera e il tuo culo da sgualdrina non era a casa!” Non è questo che dovrebbero fare le amiche? Consolarti nel momento del bisogno? Insomma, certo, non sapeva che avessi bisogno, ma non è questo il punto. «Sai,» comincio a dire fissandola «è strano che tu abbia detto “ieri notte”, perché non ho potuto fare a meno di notare che tu non sei tornata a casa, dopo la serata fuori.» Lei spalanca gli occhi e inclina lievemente la testa a sinistra. «E tu come lo sai?» «Lo so perché ero sul tuo divano, ad aspettarti per poter piangere, mangiando gelato e nachos Doritos.» C’è un attimo in cui riesco a intravedere il suo senso di colpa per non esserci stata per me. Ma scompare subito. «Già, be’, ero fuori, e comunque come avrei potuto sapere che eri appostata sul mio divano?» Si raddrizza e si liscia l’uniforme. «Aspetta un attimo… Come hai fatto di preciso a entrare nel mio appartamento chiuso a chiave?» «Hai lasciato la finestra aperta. Nel tuo appartamento per non fumatori, in cui sembra che tu non riesca a smettere di fumare.» Afferro le mie cartelle, il muffin e il cellulare. «Devo andare. Ho una riunione.» La sento sospirare. «Ne parleremo dopo.» «Sì, sì» ribatto andando verso gli ascensori. Ha ragione. Lo faremo, ma in questo momento non ho tempo. *** Come direttore generale del Wellington Plaza, ho una riunione ogni santa mattina in cui sono al lavoro, il che vuol dire un minimo di sei giorni a settimana. Sebbene mi alzi presto, non mi descriverei proprio come una persona mattiniera. Sono ancor meno incline a descrivermi come una persona che, come prima cosa la mattina, ama incontrare il suo staff, che potrebbe o meno star complottando per la mia dipartita. Purtroppo, nel settore alberghiero – e soprattutto con una proprietà così grande – è necessario farlo, viste tutte le cose che dobbiamo affrontare ogni singolo giorno. Il Wellington Plaza è uno degli hotel di lusso di maggior successo del centro di Seattle. Siamo una meta popolare per qualsiasi evento, dai matrimoni sfarzosi alle conferenze che durano diversi giorni. A volte abbiamo più eventi allo stesso tempo, e il fatto che io, a ventisei anni, gestisca una proprietà del genere, fa decisamente sì che molte persone attendano soltanto il momento di vedermi fallire. Parte di questa animosità deriva dal fatto che il proprietario dell’hotel, Weston Wellington, è mio padre. Si tratta di nepotismo allo stato puro, ma non lasciatevi ingannare sul perché mio padre mi abbia dato il posto. Questo hotel è stato parte della mia vita da che ne ho memoria: ho passato l’intera esistenza a camminare in questi corridoi. Mio padre si è assicurato che facessi ogni lavoro esistente qui dentro, cosicché capissi, inequivocabilmente, cosa è che rende un hotel come questo un vero gioiello: il suo staff. A dire la verità, la parte più difficile della mia posizione è dar prova delle mie capacità. Ogni altro senior manager dell’albergo pensa che dovrebbe esserci lui al mio posto; per questo sono in guerra continua visto che devo dimostrare loro, ogni singolo giorno, che non ho solo le competenze teoriche, ma anche quelle pratiche. Le nostre riunioni mattutine si svolgono al secondo piano, nella Evergreen Room. È una delle nostre sale conferenze più grandi, abbastanza capiente da ospitare tutti i capi dipartimento, e i loro ego, in un unico posto. Non appena entro nella sala, noto che Heather, la responsabile della reception, è seduta nella stanza, da sola. Si sta arrotolando una ciocca dei suoi ricci capelli biondi, con tanto di ricrescita ben evidente, attorno a una penna. Quando si accorge di me, mi rivolge un’occhiata di disapprovazione. «Dove sono tutti?» La stronza si comporta come se fosse qui da ore. «Hanno ancora qualche minuto.» Sorrido, nonostante voglia prendere la cartellina e usarla per schiaffeggiarle quel bel faccino pallido. «Sono sicura che presto arriveranno.» E poi ha il coraggio di dire: «Ho un mucchio di cose da fare, stamattina.» Reprimo l’impulso di alzare gli occhi al cielo. È la stessa, identica lamentela ogni giorno! È una di quelle persone che sottolineano costantemente i loro impegni, eppure non la vedo mai fare chissà cosa, se non dare ordini agli addetti alla reception. «Proverò a sbrigarmi, così potrai tornare al lavoro.» Mi siedo a capotavola sforzandomi di mantenere il sorriso sulla mia faccia da cuore spezzato. Ci sono un po’ di persone in questo hotel che non sopporto ed Heather è una di queste. Abbiamo un totale di cinque capi dipartimento senior, i quali, a causa del loro ruolo, hanno degli ego impressionanti. Inutile dire, quindi, che in queste riunioni ho pane per i miei denti. Proprio come preannunciato, dopo pochi minuti, anche gli altri iniziano ad arrivare. Il primo a entrare e prendere posto, proprio accanto a Heather, è Larry, il responsabile del settore Alimenti e Bevande. Quando mi vede, inclina la testa da un lato e fa scattare la penna, il taccuino già pronto davanti a sé, nell’istante stesso in cui si siede. «Mila, sei qui oggi?» Sono tutti così perspicaci... Anche Larry ha fatto domanda per la mia posizione. C’era quasi arrivato, ma la mia laurea con master in Gestione Alberghiera, presentata nel momento stesso in cui il posto si è liberato, ha fatto deragliare le sue possibilità di ottenerlo. Non fraintendetemi. Capisco perché la mia presenza qui faccia rodere il culo a molte persone, davvero. Ma tra la mia laurea e l’essere stata esposta per tutta la vita a questo mondo, sono del tutto qualificata per questo lavoro. Stacco un grosso morso dal mio muffin, mastico lentamente e sorrido. «Be’, Larry, sono seduta qui, quindi sì, sono qui oggi.» Ben presto, arriva anche il resto dei capi dipartimento e, prima che qualcuno di loro possa chiedermi perché sono al lavoro stamattina, inizio a discutere su cosa accadrà nei prossimi giorni. Abbiamo un paio di VIP in arrivo questa settimana, tra cui un motociclista di FMX, Shade Sawyer, che porta sempre scompiglio nell’albergo, soprattutto perché con lui non arriva solo un intero entourage di amici, parenti, agenti e business manager, ma anche una lunga serie di donne, che si aspettano di aver accesso alla sua stanza in qualsiasi momento. E non fatemi nemmeno cominciare a parlare delle feste notturne nella penthouse, che, dopo, di solito siamo costretti a ristrutturare. Avete mai visto delle sedie incollate al soffitto? Ecco, lasciate che Shade Sawyer sia ospite del vostro albergo e le troverete lì, con una scimmia nella vasca da bagno piena di bolle. Non vi prendo in giro. La scimmia era adorabile. Volevo tenerla, be’, almeno finché non ha fatto i suoi bisogni per tutta la stanza. Perché lo sopportiamo? Perché il denaro conta, e lui ne ha a palate. L’incontro procede senza intoppi, il che è sorprendente, visto che in genere non succede mai. Come ultima cosa, con gli addetti ai servizi per gli ospiti e con il responsabile della struttura, controllo che sia tutto pronto per l’arrivo di Shade. Finora, tutto sembra filare liscio. Torno nel mio ufficio e mi sono appena seduta, quando Scarlet arriva sfrecciando attraverso la porta, gli occhi spalancati e le guance arrossate. «Porca puttana!» ansima, cercando di riprendere fiato. Poi alza una mano come per dirmi che devo star zitta e ascoltarla. «Ho sentito bene? Perché, nella saletta ristoro, gira voce che Shade Sawyer sarà qui questa settimana.» Sorrido. Scarlet è ossessionata da Shade. Una volta l’ha salutata nell’atrio dopo che aveva cambiato le lenzuola della sua stanza e rifornito il bagno di preservativi. Da allora, pensa di aver stabilito un contatto con lui, e che sia solo questione di tempo prima che alla fine si innamori perdutamente di lei, se mai dovessero casualmente incontrarsi di nuovo. «Arriverà il ventisette.» Lei si tocca il mento con fare contemplativo. «Perfetto! Lavoro quel giorno. Fa’ un favore a questa ragazza e assicurati che venga assegnata al suo piano, vuoi?» Poi agita un pugno in aria e si lascia cadere sul divano. Spostandosi, si gira in modo da poter ammirare il panorama dalla mia finestra. «Cazzo, hai davvero la vista più bella.» Ha ragione. Il mio ufficio si trova al quinto piano, con vista su Elliott Bay. È uno spettacolo favoloso e trascorro più tempo qui che nel letto di chiunque. Avete notato come non dico “casa”? Chiaramente non ne ho una. Ho considerato l’idea di trasferirmi nel mio ufficio, che di sicuro è grande abbastanza, ma non intendo dormire in questo albergo in pianta stabile. Sarebbe come vivere ancora sotto il tetto dei miei genitori, e anche se ho avuto un’opportunità, grazie al mio cognome, mi faccio il culo per essere indipendente economicamente, e mi rifiuto di sentirmi ancora mantenuta da loro. Scarlet si guarda intorno. «Ok, sai che ti voglio bene e tutto il resto, ma perché non rimani qui finché non capisci cosa fare dopo?» Mi acciglio subito alla sua domanda e lei è veloce ad aggiungere: «Non fraintendermi, non mi dispiace affatto se dormi a casa mia, ma è una topaia. Questo hotel è tipo il re di tutti gli alberghi. Ucciderei per vivere qui.» Sospiro, fissando la baia. «A parte il fatto che non voglio sentire le risatine e i bisbigli sul fatto che vivo a spese dei miei genitori, non voglio correre il rischio che si venga a sapere che ho scelto un altro fallito con cui andare a convivere. No, grazie.» Ho lasciato la casa dei miei genitori a Lake Washington quando avevo diciotto anni, per vivere nei dormitori del campus all’Università di Washington, che allora frequentavo. I miei non vivevano lontano dall’università, ma volevo avere un’esperienza accademica completa, e questo significava non vivere più a casa. Inoltre, facevo sesso con una delle conoscenze di lavoro di mio padre, e avevo bisogno di spazio per muovermi. Era solamente sesso, quindi non la considero una relazione fallita, nel caso steste tenendo il conto. Ed ecco un altro consiglio, oltre quello di non uscire con i membri di una band: non uscite con i banchieri. Sono come i politici. Subdoli figli di puttana che fanno finta di tenerci un mondo a te, solo per farti aprire le gambe. Bugie. Tutte bugie del cazzo. Mi volto verso Scarlet. «Scar, non posso vivere qui. Posso piazzarmi a casa tua per qualche settimana?» «Se mi presenti Shade.» «L’hai già conosciuto.» Alza un dito. «In pratica, no, non l’ho conosciuto. Abbiamo parlato brevemente, di sfuggita.» «Perché ci tieni tanto a conoscerlo?» «Perché voglio essere la madre di suo figlio.» «Bene. Affare fatto. Te lo presenterò.» «Perfetto.» Scarlet mi lancia un cuscino del divano. «E visto che è ovvio che tra te e il ragazzo-batteria è finita, stasera usciamo.» “Uscire” è la risposta di Scarlet a tutto ciò che la vita ti offre. Ti è venuto il ciclo? Esci e bevi. Ti sloghi la caviglia cadendo da una scala antincendio del secondo piano, dopo essertene andata di soppiatto dall’appartamento di un uomo sposato? Esci e bevi. Mi lascio sfuggire un sospiro teatrale. So che qualsiasi obiezione sarebbe inutile. «Va bene, ma solo un bicchiere e poi torniamo a casa tua.» Lo dico sapendo chiaramente che si tratta di una marea di stronzate. Non conosco una singola persona che, dopo aver dichiarato a voce alta: “Solo un bicchiere”, sia davvero riuscita a rispettare l’obiettivo. Mai. A questo punto, dirlo è quasi un peccato, perché sai perfettamente che non manterrai mai la promessa. Prima che te ne accorga, starai bevendo shottini e leccando sale dal braccio di un ragazzo di nome Vin, che, qualche ora più tardi, porterà il tuo culo sul sedile della sua Ducati. Storia vera.
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI