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Agenzia Bonetti (e Bruno). Investigazioni Bologna

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Trafiletto

Hanno nove e diciassette anni Vito e Angela Castrignanò. Il piccolo è instabile, la ragazza testarda e introversa. Loro madre è fuggita con un giostraio, vivono con il padre tossico, violento e alcolizzato. Uno spacciatore mediocre e indebitato, che si sta giocando la pelle per una partita di droga mal tagliata. Per lui i suoi figli valgono meno di una dose. Pensa che potrebbero spacciare e battere, per aiutarlo a saldare il conto con gli strozzini. Walther Bonetti è un investigatore privato che ha appena aperto la sua agenzia in piazza San Martino e cerca di arrivare a fine mese adattandosi a tutto per pagare bollette e mutuo. Ha una moglie e una bimba. Ha sogni e desideri che, per quanto modesti, forse non si realizzeranno mai. Lui così preciso e premuroso. Una vita geometricamente inscritta nelle proprie regole. Ed ecco arrivare l’incognita, come un meteorite infuocato che sfonda il tetto di una capanna distruggendo tutto. Un soggetto instabile, delirante, pericoloso per sé e per gli altri, e scaltro. Tanto da prendersi gioco di Bonetti. Ma è davvero un nemico? Un’indagine notturna e senza ritorno, tra abusi, rapimenti, menzogne e omicidi. Tra jazzisti drogati, buttafuori, spacciatori e giocatori d’azzardo. Alla disperata ricerca di una luce che non esiste più.

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1 Quando la paura si calmò un pochino, Angela trovò il coraggio di aprire la porta della camera e sbirciare per il corridoio. Al pensiero di uscire allo scoperto, il cuore le impazzì nuovamente. Le ginocchia non volevano saperne di sorreggerla. Sentiva il bisogno di rimettere la poca cena che era stata costretta a ingurgitare a tavola, per non fare insospettire suo padre. Spiccò una corsa in punta di piedi. Calzini bianchi a righe rosa. Le scarpe da ginnastica in mano, qualche decina di euro in tasca. Il corridoio era libero, libero… Quando fu a un passo dalla porta, il bastardo sbucò dal bagno buio. «Dobbiamo parlare». Parlare, certo. Come no. Vito, il suo fratellino di nove anni, era a letto che dormiva della grossa. Angela aveva capito che serata sarebbe stata, quando si era accorta che durante la cena suo padre riempiva di Lambrusco amabile il bicchiere del bambino. A Vito piaceva il vino dolce. Il bastardo lo aveva usato molte volte, su di lui, come sedativo. La ragazza si abbassò per tentare di guadagnare l’uscita. Fuori c’era il mondo. La normalità, la salvezza, il tepore. In casa no, era sempre estremo. Era freddo in inverno e bollente in estate. Era ansia che lui rientrasse ubriaco o strafatto. O, ancor di più, ansia che non si sballasse e fosse in grado di capire. Che diventasse poi così. La grossa mano le passò a un soffio dalla testa. Suo padre era famelico e violento ma non coordinava i movimenti. Adesso la porta era quasi a gittata del braccio. Ce la faccio, pensò la ragazza. Abbassò la maniglia e tirò con forza. Era salva. La porta non si aprì. Il bastardo aveva dato le mandate alla chetichella, mentre Angela era in camera a tentare di capire come limitare i danni. «Dove credevi di andare, signorina?». Un brutto strattone. Angela perse l’equilibrio e rovinò a terra. Batté il mento. Sputò un pezzo di incisivo. Rotolò sulla schiena, riaprì gli occhi. L’uomo era immenso, sopra di lei. Reso ancor più minaccioso dalla prospettiva verticale. Angela mosse mani e piedi come un ragno, arretrando fino al vecchio frigorifero. Si rannicchiò contro l’angolo del muro annerito. Avrebbe calciato e morso divincolandosi come un animale impazzito. Ma non sarebbe servito a nulla. La raggiunse prima l’ombra, poi lui. Un energumeno ben oltre il metro e ottanta, grosso e grasso. L’aveva comunque sempre odiata perché gli ricordava Rossana, che aveva voluto due figli poi era fuggita con un giostraio senza portarseli dietro. Cosa ne sapeva lui dei bambini? Sembravano puri e invece erano esseri umani a tutti gli effetti. Angela gli sputò. Provocandolo con la speranza che lui la colpisse subito forte. Più di ogni altra cosa al mondo, desiderava svenire senza dare a quel porco la soddisfazione di versare una lacrima.

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