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2 Agenzia Walther Bonetti. Investigazioni Bologna. La targa brillava perché era colpita dal festoso sole di maggio. E perché era nuova di zecca. Piazza San Martino, affitto stellare ma logisticamente perfetta. La chiesa proprio lì di fronte: se sei nei guai sperare non fa mai male. E il chiosco del fioraio: quando un marito dopo l’indagine scopre che la moglie non lo sta tradendo, magari si sente in colpa. I fiori calmano le ansie. Se invece capisce di aver ragione, può sempre rifugiarsi nel bar all’angolo. C’era anche un centro di apparecchi acustici. Si sa mai che uno avesse capito male… La pacca sulla spalla scosse Walther Bonetti, costringendolo a tornare alla realtà. All’ufficio in cui si trovava. Il suo nuovo ufficio. E all’uomo che aveva davanti. Il primo vero cliente, fino a quel momento. Gli altri sei casi cui aveva lavorato in autonomia, erano stati solo pedinamenti di ragazzini problematici (ma neanche troppo) e barbose indagini per divorzi. Odiava i divorzi, lasciavano nell’aria più ostilità di una guerra religiosa. Certo c’erano anche le collaborazioni con le agenzie investigative maggiori, con le quali si era formato. Ma in quei casi ubbidiva e basta, perché ogni barca deve avere un solo capitano. Walther Bonetti era una brava persona. Marito fedele e buon padre di famiglia. Un lavoratore energico che sapeva stare nei ranghi. Sarebbe stato il suo epitaffio. Inciso sul marmo, con un mazzolino di fiori vicino. Si era distratto di nuovo. La finestra aperta… Colpa della primavera e dell’odore che faceva Bologna, quando spuntava il primo sole dell’anno. Amava la collina, passeggiare per boschi, andar per funghi. Avrebbe dovuto godersi i complimenti che l’architetto Verardi gli stava facendo e, invece, nonostante le dimensioni, era troppo schivo. «Dottor Bonetti, lei è un fenomeno», disse l’architetto senza smettere di masticare la gomma. Ricominciava. «Non sono dottore». «Un fenomeno, dottore!». Appunto. L’architetto non lo ascoltava. Non era tipo da considerare le persone. Che era un bene. Altrimenti non si sarebbe infilato in quel guaio. Nella scheda cliente, custodita da Bonetti nello schedario sotto chiave, si leggeva che dopo la stentorea laurea a Firenze, l’architetto Mario Verardi aveva cominciato l’attività come arredatore d’interni. In seguito, a dispetto degli scarsi rendimenti scolastici, era diventato uno tra i più efficaci creativi pubblicitari. Sposato, quattro figli, uno con la sindrome di Down (lui preferiva dire Trisomia 21). Molti, molti, molti soldi, molte idee e progetti segreti. Due soci di minoranza tenuti al guinzaglio, una segretaria, apprendisti in studio come se piovesse. Tre pastori maremmani, un acquario con pesci tropicali da esposizione. Una Ferrari e una Cayenne. Una villa con piscina sui colli di San Lazzaro e una a Cortina, senza. Un attico in Costa Smeralda e uno in centro a Milano. Qualche amichetta di passaggio. Un’amante fissa, trentenne, ex modella d’intimo. Era stata su tutti i cartelloni d’Italia. Bionda con gli occhi verdi, un’autostrada di gambe e il culo come una mela. Il resto del corpo, da infarto. Al posto del cervello, la donna montava un processore di ultima generazione inceppato sulla parola denaro. Denaro, denaro, denaro, denaro, denaro… Anche Mario Verardi però aveva il suo punto debole. Qualcuno l’aveva anticipato su un progetto. E questo l’aveva insospettito. La sua appuntita sensibilità di figlio di puttana era come i baffi di un gatto. Così aveva ingaggiato la più prezzolata agenzia investigativa del settore. La pluripremiata Renzi e Lelli, di Milano.
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