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396 Parole
3 I poliziotti privati avevano subito controllato lo stato di salute del suo computer. Era l’iter, scritto a pagina uno del manuale dell’investigatore. Non avevano trovato violazioni, I.P. sospetti, Cavalli di Troia né altro malware. Così avevano espanso la ricerca al più scomodo e poliedrico mondo reale. Esaminato soci, amici e presunti tali, e collaboratori, per un mese. Un torrente di persone. La moglie, il figlio maggiorenne, l’amante… L’amante. L’ex modella conviveva con un sardo, pluripregiudicato per truffa. Il Verardi non ne sapeva niente. Campanello d’allarme. Un altro mese di indagini non aveva portato a nulla. Il sardo era losco, loschissimo, ma non coinvolto. Il verdetto era stato triste: quello di Mario Verardi non era un caso di spionaggio industriale. Dopo decenni di successi, il suo genio creativo stava perdendo colpi. Verardi avrebbe preferito farsi tagliare il pollice della mano destra, piuttosto che sentirsi dare quella notizia. In concomitanza era giunto un altro flop. Questa volta ancor più eclatante. La stessa idea per una campagna pubblicitaria era venuta in mente a un signor nessuno, che lo aveva addirittura anticipato. L’architetto rischiava la paranoia. Così aveva pensato di agire trasversalmente e ingaggiare qualcuno di sconosciuto, che fosse esterno all’ambiente. Walther Bonetti, gli suggerirono. E chi era questo Bonetti? Ricerca su internet. Ottime referenze. C’era anche una foto. Sui quarantacinque. Le spalle massicce, il viso rotondo, il naso aquilino e due profonde rughe che precipitavano giù dagli occhi, di un chiarissimo celeste. Lo sguardo vivo, disciplinato e affabile. Appuntamento. «Quando posso venire da lei?». «Anche subito», gli aveva detto la voce dallo spiccato accento bolognese. L’architetto Verardi aveva portato con sé un borsone zeppo di carte. I rapporti della Renzi e Lelli, che stava ancora indagando in grande stile. Un’emorragia per il suo conto corrente. Seduto sulla poltroncina dietro la scrivania, con gli occhi socchiusi e le grandi mani sulla pancia. Bonetti non aveva preso in considerazione le scartoffie. Aveva fatto strane domande, ascoltando poi senza interrompere. All’architetto Verardi era venuta voglia di sapere qualcosa di più su di lui. Lo sguardo, la calma, la stazza… L’omone trasmetteva calore e un senso di protezione, come se stando con lui non ti potesse accadere nulla di male. Chissà se si occupava anche di servizi d’ordine e salvaguardie personali? Aveva pensato di fargli qualche domanda sulla sua vita privata, quando… «Per oggi è tutto. Le farò sapere» aveva detto l’investigatore. Sulla scrivania era comparso il modulo del mandato. Bonetti aveva puntato il grosso dito: «Firmi qui, qui e qui. Per la privacy». Era cominciata proprio così.
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